#SmileSchool – A come Ambienti di Apprendimento

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Continua la rubrica sulla scuola del sorriso curata dalla nostra Alessandra Patti. Nuovo anno e seconda puntata.

La scuola è il luogo strutturato e preposto all’istruzione; l’ambiente dovrebbe quindi esserne lo specchio. L’immagine che rimanda al teorema pedagogico di fondo.

Architettura, arredi, attrezzature e sussidi, spazi interni ed esterni dovrebbero restituire con immediatezza l’idea di scuola che si concretizza in quel contesto.

Tralascio ad un eventuale nuovo post la riflessione su Ambiente in senso lato, restringendo qui il campo all’ambiente fisico.

Guardiamoci dunque intorno: quale immagine viene richiamata alla mente quando si pensa al prototipo di scuola?

Nell’ipotesi più probabile un edificio prefabbricato, con finestre in metallo (se siamo fortunati metallo rosso), un giardino cementato, androni con aule in successione, banchi rettangolari verdi o bianchi, sedie in legno, muri grigio-carta da zucchero, cattedre e lavagne (fate uno sforzo di immaginazione, oggi sono LIM!).

In effetti la maggior parte degli stabili destinati ad uso scolastico è così.

A quale modello didattico si rifanno?

Che tipologia di relazione educativa evocano?

In che modo si struttura una giornata-tipo?

Credo che ciascuno di noi, giovane e diversamente giovane, non faccia fatica a rispondere nello stesso modo a queste domande: gli alunni sono divisi per classi, ciascuna allocata in una stanza, in progressione per fasce d’età. Le campanelle scandiscono col loro suono il susseguirsi degli insegnamenti e degli insegnanti: storia, matematica, italiano, arte … Driiiiiiiiiin ….. ricreazione! Appena più confusione che durante la lezione, si mangia seduti al banco, si chiacchiera sottovoce, si va al bagno.

Solo ad averlo scritto in poche righe mi assale la tristezza cosmica.

Perchè la vivo come la effigie della mortificazione.

Mortificazione della passione.

Mortificazione della curiosità.

Mortificazione della leggerezza.

Mortificazione delle emozioni.

Mortificazione delle abilità e attitudini personali.

Se ci si sofferma meno di un attimo a riflettere sulle opportunità che oggi il mondo offre ai nostri studenti, è immediato l’attrito tra il loro modo di apprendere formalmente e quanto la vita gli offre in termini di occasioni informali. Stride quanto le unghie raschiate su una lavagna in ardesia (ARGH!)

Bambini iperstimolati dalla nascita, fruitori di tecnologie avanzate sin dai primi anni di vita, esploratori virtuali nel tempo e nello spazio, beneficiari di esperienze variegate (sport, musica, arte, viaggi, spettacoli).

Gli stessi bambini che, appena in età scolare, fanno il loro ingresso in un mondo parallelo, una realtà stantia, noiosa, ipostimolante e punitiva.

Punitiva perchè, non sapendo accogliere le richieste dei suoi discenti, è costretta a iper-regolare il proprio agire con i divieti.

I (sempre meno) mansueti vengono definiti “normali” dal sistema, poiché non si ribellano (o quasi), eseguono quanto richiesto senza pensiero-altro, raggiungono performance encomiabili.

Gli altri, ormai la maggior parte, sono quelli non educati, iperattivi, è-intelligente-ma-non-si-applica.

Buffo, no?, che i pochi siano “normali” e i molti siano quelli da correggere?

Dunque, quale ambiente destinare a questi cittadini del futuro che vivono un oggi così variegato e caleidoscopico?

Per prima cosa il colore.

Un ambiente ricco di colore, accogliente, vivace, allegro. Che faccia viaggiare le menti e renda animato lo spazio di vita.

Pareti e non solo: banchi, sedie, scaffali e accessori.

Reinventare co-progettando insieme agli attori principali: gli studenti.

Renderli partecipanti attivi della loro esistenza.

Farli sentire parte. Sviluppare il senso di appartenenza.

Renderli responsabili dello spazio che occupano, attraversano, esperiscono, modificano con il loro passaggio.

Un ambiente duttile e adattabile a differenti modi d’agire, fare, essere.

E se le strutture non sempre lo consentono, reinventare gli spazi esistenti.

Agevolare il movimento, sostituire gli arredi, rimodellare quelli presenti.

Rendere accessibili e fruibili anche ai più piccoli gli oggetti, manipolare gli schemi, disfarli e poi rifarli.

Quanto sia importante il movimento nei processi di apprendimento è un dato assodato.

Quanto sia efficace l’insegnamento partecipato pure.

Quanto le pratiche vissute lascino un segno profondo nella formazione e nella crescita personale anche.

In molti Paesi europei ed extra europei è un’impostazione radicata, solida e – in qualche caso – in via di evoluzione verso una destrutturazione ancora più spinta.

Esistono ormai parecchie scuole anche in Italia che adottano modelli didattici basati sugli spazi flessibili, con arredi mobili (banchi componibili, piani d’appoggio semovibili, inclinabili, regolabili in altezza); anche gli studenti sono mobili e si spostano negli spazi attrezzati per le diverse attività disciplinari, non sono bloccati nel posto in una pianta planimetrica, utilizzano lo spazio per padroneggiarlo, arricchirlo di vissuti, condividerlo con i pari.

Ho collaudato personalmente quanto l’interesse degli studenti possa accrescersi in un contesto ambientale favorevole.

L’effetto più bello è la serenità con la quale affrontano un impegno quotidiano.

Il bagliore negli occhi che li accompagna durante la giornata.

La propositività, l’inventiva, la curiosità, la passione che vibra nell’aria quando passano.

L’energia creativa che movimentano.

Il sorriso che si attacca insolente sul mio viso quando li incontro.

E prepotente perdura.

“preside, posso parlarle?” – “certo (ecco…, un’ altra grana…)” – “ Ho un problema: mio figlio non vede l’ora di venire a scuola al mattino, e non si vuole assentare neppure quando è malato!” – “signora, posso abbracciarla?”

#nonunodimeno

Alessandra Patti
a.patti@me.com

 

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