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2038 o dintorni.

Cagliari, 30 settembre 2024

 

2038 o dintorni.

 

Mentre l’Europa affronta il ciclo di programmazione comunitaria 2021-2027, con ritardi nella pianificazione e nella spesa che ormai sembrano cronici, si sovrappone l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con scadenze ambiziose fissate al 2026. Nel frattempo, a Bruxelles, già si lavora al prossimo ciclo di programmazione per il periodo 2028-2035. E mentre ci troviamo nel mezzo di questo intricato intreccio di piani e fondi, la domanda che sorge spontanea è: siamo veramente pronti a guardare al 2035 con la stessa lucidità con cui proviamo a immaginare il 2050?

 

L’incapacità cronica di programmare e spendere in modo efficiente i fondi comunitari non è solo un problema tecnico, ma riflette una più profonda crisi di visione e di capacità di progettare il futuro. Il 2035 appare spesso come una data distante, quasi astratta, ma in realtà è dietro l’angolo. Quindici anni fa eravamo nel 2009, e oggi guardiamo a quel periodo con un misto di nostalgia e incredulità per quanto tutto sia cambiato così rapidamente. Eppure, la nostra capacità di anticipare, pianificare e gestire questi cambiamenti sembra non essersi evoluta allo stesso ritmo.

 

E se ci fosse nel 2025 un nuovo potente crack finanziario globale come nel 2008?

 

Un esempio emblematico di questa incertezza sul futuro è il rapporto con il cibo. L’innovazione tecnologica e i cambiamenti climatici stanno già rivoluzionando questo settore. Il cibo del futuro potrebbe essere sintetico, personalizzato e scollegato dai tradizionali concetti di gusto e piacere. È difficile immaginare un futuro in cui il piacere della tavola, uno dei cardini della cultura italiana, sia sostituito da pasti funzionali, studiati per soddisfare esigenze nutrizionali specifiche, ma privi di quell’esperienza sensoriale che oggi consideriamo insostituibile. Tuttavia, la spinta verso la sostenibilità e la necessità di adattarsi a un ambiente sempre più ostile potrebbero portare proprio a questo scenario. Il cibo, simbolo di convivialità e cultura, potrebbe trasformarsi in un bene funzionale, un ulteriore segnale della nostra crescente distanza dalla natura e dalle tradizioni.

 

Allo stesso modo, i flussi migratori rappresentano un altro aspetto cruciale per il futuro del nostro continente. In Italia la bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione rendono i flussi migratori essenziali per mantenere un equilibrio demografico. Ma le migrazioni, sebbene necessarie, non sono una panacea. Senza un significativo aumento delle nascite, ogni anno che passa porterà a un saldo naturale negativo, con conseguenze imprevedibili per la tenuta sociale ed economica del Paese. La vera sfida sarà quella di creare un contesto che renda possibile una ripresa demografica, senza la quale il declino sarà inevitabile.

 

Guardando oltre, ci si interroga sul destino del nostro pianeta e sulla nostra stessa sopravvivenza. L’idea che un grande asteroide possa colpire la Terra non è più solo materiale per film di fantascienza da quando la NASA stessa ha indicato una possibilità del 72% che un tale evento possa verificarsi nel 2035. Questo tipo di scenario ci ricorda quanto la nostra esistenza sia fragile e come, nonostante tutti i nostri progressi tecnologici, siamo ancora vulnerabili a eventi catastrofici che sfuggono al nostro controllo.

 

Allo stesso modo, ci chiediamo come evolveranno settori cruciali come la medicina o l’informazione.

La chirurgia e la medicina potrebbero trasformarsi grazie all’intelligenza artificiale e alle biotecnologie, ma il rischio è che questi progressi, se non ben regolamentati, creino nuove disuguaglianze.

E l’editoria? In un mondo sempre più digitale, il futuro della stampa sembra incerto.

Ma se l’editoria saprà reinventarsi, abbracciando nuove tecnologie senza perdere la sua anima, potrebbe continuare a svolgere un ruolo fondamentale nella nostra società. L’informazione di qualità, la riflessione critica e la capacità di raccontare storie rimarranno sempre necessarie, qualunque forma assumerà il mondo nel 2035.

 

Infine, la riflessione si sposta inevitabilmente sulla nostra capacità di influenzare il futuro.

Se da un lato siamo tentati di abbandonarci a scenari distopici o apocalittici, dall’altro non possiamo dimenticare che il domani dipenderà dalle scelte che facciamo oggi.

Il 2035 non sarà semplicemente una tappa che arriverà senza che ce ne accorgiamo.

Sarà il risultato delle nostre azioni, delle nostre politiche e delle nostre decisioni collettive.

Se agiamo con responsabilità, con una visione chiara e con la volontà di costruire un futuro sostenibile, il 2035 potrebbe essere un anno in cui guarderemo indietro con orgoglio, vedendo realizzate le potenzialità che oggi ci sembrano solo ipotetiche.

Ma se continueremo a rimandare, a procrastinare e a navigare a vista, il rischio è che ci troveremo ad affrontare sfide ancora più grandi, senza gli strumenti per superarle.

 

Il futuro è incerto, ma è anche nelle nostre mani.

Sta a noi decidere se vogliamo costruirlo o subirlo.

 

Con speranza (anche d’esserci, nel 2035), Nicola

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