Alambicco
Sul rifiuto d’indossare la maschera di Pulcinella
Di questo lavoro è stata detta una parola che voglio restituire intera, perché non appartiene a una persona: alambicco. L’alambicco è lo strumento più antico e più paziente che l’uomo abbia inventato per separare lo spirito dalla materia. Non distrugge nulla. Prende ciò che è grezzo, ciò che è fermentato, perfino ciò che è amaro e, attraverso un calore lento e una geometria precisa, lascia salire il distillato e fa cadere la feccia. È un gesto alchemico e insieme umilissimo, l’alambicco non giudica la materia che riceve, non la consola. La trasforma.
Lo scrivo all’inizio perché è esattamente ciò che intendo fare qui. Negli ultimi giorni, attorno alle cose che andiamo scrivendo, è arrivata materia preziosa: obiezioni belle, oneste, intelligenti. Nessuna veniva da un cinico. Tutte venivano da persone che stimo e che hanno amato qualcosa e sono state deluse e la delusione di chi ha amato non è mai un’obiezione qualunque, è la più seria che esista.
Provo a metterla nell’alambicco. Non per smentirla. Per distillarla.
La materia, ridotta all’osso, dice tre cose.
La prima è la più dura e ha la forma di una domanda tecnica che fa male: bellissime le idee di sperimentazione, di cooperazione, di sovranità locale, ma il laboratorio non esiste ancora e soprattutto manca il passaggio che conta — come si va dal laboratorio locale al cambiamento di sistema.
Come fa un esperimento a diventare un assetto capace di reggere il confronto con il capitalismo delle grandi piattaforme?
Senza quel passaggio, dicono, resta filosofia politica.
Buon inizio, ma inizio.
La seconda è una ferita di memoria. Negli ultimi trent’anni di belle cospirazioni ne abbiamo viste tante. Tante speranze, tante occasioni. E quasi sempre lo stesso epilogo: una volta vinto, molti cospiratori si sono tolti il cappuccio rivelando un volto identico a quello che dicevano di combattere. Hanno barattato il cambiamento con un posto al riparo. Da qui l’obiezione che brucia di più: cospirare, sì — ma contro chi, se chi guida la congiura finisce per somigliare al nemico?
La terza è la più radicale e si traveste da resa: forse i tempi delle rivoluzioni sono passati. C’è una società che si racconta esausta e nei fatti ha la pancia piena, che non vota, non si impegna, non crede. Per cui le encicliche, i poeti, gli economisti illuminati lasciano il tempo che trovano.
E allora — è la domanda vera — non sarà che il problema non è cospirare, ma far tornare desiderabile, perfino bello, dedicare tempo a una società migliore?
E intanto, sotto a tutto, una tentazione molto umana e molto onesta: forse è il momento di mettere il passamontagna in un cassetto.
Tre obiezioni.
Le prendo sul serio una per una, perché chi pone bene una domanda merita una risposta intera, non un’altra poesia.
Comincio dalla terza, perché disinnescarla è la condizione di tutto il resto.
C’è stato un uomo che, sedici secoli fa, scrisse il suo libro più grande tra le macerie. Roma era appena caduta, l’impensabile era accaduto e tutti intorno a lui dicevano la stessa cosa che sentiamo oggi: è finita, il mondo che conoscevamo non c’è più, ogni speranza è ingenuità.
Agostino non rispose con la consolazione.
Rispose con una nuova lettura del tempo.
Disse che esiste un tempo intermedio in cui il grano e la zizzania crescono insieme, mescolati nello stesso campo e nessuno può sradicare l’uno senza strappare anche l’altro. La purezza non è di questo tempo. La separazione è rimandata alla mietitura, che non vedremo. E che il confine tra la città giusta e la città del dominio non passa tra noi e loro, tra i buoni di qua e i corrotti di là: passa dentro ogni cuore, anche il nostro.
Questa non è una nota erudita. È la risposta esatta alla ferita di memoria. Che molti cospiratori, vinto, si tolgano il cappuccio e rivelino un volto identico a quello che combattevano non è la confutazione della cospirazione: è il saeculum. È la regola del campo, non l’eccezione.
Agostino chiamò la malattia con un nome che vale ancora: libido dominandi, la fame di potere come possesso, la pulsione a occupare e a trattenere.
È la forza che fa marcire ogni vittoria dall’interno. E vive in tutti, non in alcuni.
Da qui discende la risposta alla domanda che brucia — cospirare contro chi.
La risposta è che non cospiriamo contro nessun volto.
Cospiriamo per.
La parola lo dice da sola, se la apriamo: con-spirare, respirare insieme. E si respira insieme intorno a qualcosa che si ama in comune. Un popolo — diceva ancora Agostino — non è una massa, è una moltitudine tenuta insieme dagli oggetti del suo amore condiviso. Il nostro nemico non è una persona da smascherare. È una logica che toglie il respiro comune: la concentrazione del potere cognitivo nelle mani di pochi, la riduzione delle persone a dato e a prestazione, la fame di dominio che traveste il possesso da servizio. Per questo il cappuccio sta su di noi e non su di loro. Non per nascondere un volto da rivelare a vittoria ottenuta. Per ricordarci che la linea della corruzione passa anche da qui dentro e che l’unica difesa è una regola, non una virtù personale.
E la terza obiezione, quella della resa — i tempi delle rivoluzioni sono passati?
Sì. Ed è una buona notizia.
Perché la rivoluzione era proprio il meccanismo che produceva l’epilogo che ci fa male: la presa del centro, l’occupazione della macchina e poi la lenta metamorfosi dei vincitori nei vinti. Chi conquista la fortezza finisce per difenderla. C’è un altro modo ed è più antico e più moderno insieme. Lo arrivo a dire subito, perché è qui che si scioglie la prima obiezione, quella tecnica, quella vera.
Come si va dal laboratorio al sistema.
Rispondo per intero, in chiaro e per punti, perché questa parte non chiede liriche, chiede ingegneria.
Nel 1978, in una Praga schiacciata, un dissidente cattolico, Václav Benda, scrisse poche pagine che cambiarono il modo di pensare la resistenza. Disse ai suoi compagni una cosa apparentemente disperata e in realtà liberatoria: smettete di sperare che le istituzioni corrotte si lascino riformare combattendole dall’interno. Costruite, accanto, istituzioni parallele — scuole, editoria, cultura, economia, reti — più rispondenti ai bisogni umani di quelle ufficiali. Non per fare un ghetto, ma una polis parallela permeabile, che a poco a poco prende su di sé le funzioni che le strutture esistenti non sanno più svolgere e che un giorno potrà perfino sostituirle. Non si espugna la macchina. La si rende inutile costruendone accanto una migliore. Undici anni dopo, quella polis parallela era pronta quando la macchina vecchia crollò da sola.
Questo è il passaggio che manca.
E non è un’analogia decorativa, è un metodo e lo si può tradurre in mosse concrete, alcune già in cantiere, non ipotesi.
Primo: il laboratorio non è una metafora ed è già in costruzione.
Mentre scrivo, in Sardegna prende forma la prima infrastruttura cognitiva cooperativa del Paese: una cooperativa di dati e di intelligenza artificiale costruita non sul modello estrattivo delle piattaforme, ma su strumenti precisi — governance cooperativa dei dati nel quadro europeo che la consente, apprendimento federato che lascia il dato dove nasce, modelli linguistici piccoli e territoriali invece dei grandi modelli concentrati, pseudonimizzazione e dato sintetico al posto della sorveglianza. Ha attori reali, ha un perimetro, non è un sogno, è un prototipo. Alla domanda «il laboratorio non esiste ancora» la risposta è: esiste, lo stiamo accendendo, venite a vederlo.
Secondo: il moltiplicatore non è la rivoluzione, è il protocollo. Un laboratorio che funziona non va difeso come una fortezza: va reso copiabile. Ciò che funziona qui diventa un protocollo aperto — e aperto è la parola decisiva, perché la gratuità è il più potente acceleratore di replica che esista. Il protocollo si copia in un’altra valle, in un altro borgo, in un’altra isola. Le copie si federano. La federazione diventa un’infrastruttura. E a un certo punto — questo è il cuore — l’infrastruttura parallela diventa più utile della macchina che doveva sostituire, e la macchina vecchia non viene abbattuta: viene aggirata, smette di essere indispensabile, si svuota. Il cambiamento di sistema non è l’assalto al centro.
È il centro che scopre di non essere più il centro.
Terzo: l’architettura anti-tradimento. La ragione per cui trent’anni di congiure sono finite con i cappucci sfilati è una sola, ed è strutturale, non morale: non c’erano vincoli al potere scritti nel codice genetico di quelle imprese. Si affidava tutto alla virtù delle persone, e la virtù, nel saeculum, non basta mai.
Noi facciamo l’opposto: i vincoli li mettiamo dentro fin dal primo giorno. Mandati limitati (avendone le competenze) e poi via, perché il potere che non sa andarsene marcisce. Il potere come servizio e non come possesso. Nessun marchio personale: il merito è del noi e il noi non si firma. Trasparenza come igiene, gratuità come metodo. Sono regole, non buoni propositi. E hanno una conseguenza esatta sul nostro tema: non si può togliere un cappuccio che non nasconde nessun volto. Chi entra qui mette in conto, dal primo giorno, di doverne uscire.
Questa è l’unica garanzia seria contro l’epilogo che ci ha feriti.
Quarto: il motore culturale, che è la risposta alla domanda sul «bello».
Tutto questo non si propaga per decreto. Si propaga perché diventa desiderabile. E qui sta il punto più sottile, e non lo eludo: è vero, oggi pensare e dedicare tempo a una società migliore non è percepito come bello. Ma la desiderabilità non si conquista abbassando i contenuti per inseguire chi è giovane. Si conquista con l’autenticità, che è esattamente la cosa che riempie gli stadi e svuota i convegni. Le nuove generazioni non hanno bisogno di idee annacquate: hanno un radar finissimo per il falso e una fame enorme di vero. Il cappuccio stesso — proviamo a guardarlo con i loro occhi, non con i nostri — è già un’icona, è già stato, in mani diverse, la prova che un’idea può essere irresistibile e collettiva al tempo stesso. Non dobbiamo rendere semplici le cose profonde. Dobbiamo cambiare il veicolo, non il carico. Trovare la grammatica che parla a un ventenne senza tradire un settantenne. È difficile. È il lavoro.
E qui arrivo alla maschera.
Perché il titolo di tutto questo non è alambicco soltanto: è il rifiuto di una maschera precisa.
Esistono due modi di coprirsi il volto, e sono l’uno il contrario dell’altro.
C’è la maschera di Pulcinella e c’è il passamontagna.
Pulcinella è la più geniale invenzione della nostra commedia: il servo che sopravvive a tutto. Cambia padrone, cambia parte, cambia opinione e resta sempre lo stesso. La sua maschera non serve a sciogliere l’io nel noi: serve a non essere mai del tutto responsabile di niente, a mangiare sotto ogni regime, a uscire indenne da ogni rivoluzione. Pulcinella non tradisce per cattiveria — tradisce per natura, perché la sua unica fedeltà è alla propria sopravvivenza. Togliersi il cappuccio a vittoria ottenuta, rivelare il volto comodo che c’era sotto, accomodarsi all’ombra del potere: quello non è togliersi una maschera. È indossarne un’altra. È mettere la maschera di Pulcinella.
Il passamontagna è il gesto opposto. Si copre il volto non per evadere la responsabilità, ma per assumerla insieme. Si toglie il nome proprio per restituire il merito al noi. Si rinuncia alla faccia per non avere niente da rivelare, mai, nemmeno dopo aver vinto. Per questo il passamontagna «buono» — quello di chi ci ha messo la faccia quando serviva metterla, di chi ha sostenuto chi prometteva competenza e si è poi visto tradire la promessa — quel passamontagna non va in un cassetto. Soprattutto adesso. Soprattutto perché qualcuno se lo è sfilato.
Lo dico nel modo più diretto che conosco.
È vero che ai giovani, e a chiunque, non si insegna con le parole ma con l’esempio.
È la cosa più vera che si possa dire.
Ma è esattamente per questo che il cappuccio non può andare nel cassetto.
Perché l’esempio che insegneremmo, riponendolo, sarebbe la resa.
E c’è una generazione che guarda cosa fanno gli adulti competenti quando si stancano. Se chi ha forza, chi ha studiato, chi ha gli strumenti per capire e per costruire decide che non vale la pena, ha appena insegnato a tutti gli altri — che di strumenti ne hanno meno — che davvero non vale la pena.
La stanchezza dei migliori è contagiosa quanto la loro speranza.
Non abbiamo il diritto di mollare proprio in ragione di ciò che siamo.
È un peso, sì. Si chiama responsabilità ed è il rovescio esatto del privilegio, a chi è stato dato di più, è chiesto di più.
C’è una frase, nella Scrittura, che racconta come si ricostruisce una città distrutta. Quando Neemia ridà le mura a Gerusalemme, non chiama un esercito né un eroe. Assegna a ciascuno il tratto di muro davanti alla propria casa. Ognuno ripara il pezzo che ha sotto gli occhi e la città intera torna in piedi. È il principio più sobrio e più potente che la dottrina sociale della Chiesa abbia consegnato alla politica: si comincia dal più piccolo, dal più vicino, dal proprio tratto. La sussidiarietà non è un tecnicismo amministrativo. È la teologia del laboratorio locale. È il permesso, anzi il comando, di non aspettare il sistema per cominciare dal sistema.
E qui si chiude il cerchio con la prima obiezione, quella tecnica. La dottrina sociale è la critica più profonda e più longeva del capitalismo cognitivo che esista: centotrentaquattro anni di pensiero che ha sempre detto, contro ogni concentrazione, che i beni essenziali — un tempo la terra, poi il lavoro, oggi i dati e gli algoritmi — hanno una destinazione universale, non possono restare proprietà di pochi. Questo non è un sentimento devoto. È la base programmatica di un capitalismo umano contro un capitalismo soltanto economico. E il credo agostiniano in politica è ciò che ci permette di lavorarci dentro senza impazzire: senza il cinismo di chi dice che tanto è tutto inutile, e senza il trionfalismo di chi crede di poter costruire la città perfetta entro la legislatura. Si lavora nel saeculum. Si semina un bosco, non una campagna elettorale. E si tiene fede a una scommessa precisa: che la speranza non è un sentimento da accendere nei cuori la domenica, ma un’istituzione da costruire il lunedì. Un protocollo. Una cooperativa. Una regola sul potere.
Hope you can build, non solo hope you can feel.
Allora il filo rosso, a chi teme di averlo perso, lo riconsegno così.
La disillusione che provate è giusta ed è la prova che avete amato davvero.
Ma la delusione non è una diagnosi, è il saeculum che fa il suo mestiere.
Il laboratorio c’è, e ha una data.
Il modo di farlo diventare sistema esiste e non passa per la presa del centro ma per la costruzione paziente di una polis parallela che un giorno renderà inutile la macchina vecchia.
L’epilogo che vi ha feriti — il cappuccio sfilato — lo abbiamo già reso impossibile, scrivendo i vincoli dentro le regole invece che affidarli alla virtù.
E non andiamo a cercare chi è entusiasta. Andiamo a cercare proprio chi è stanco di tutto il resto, chi ha visto troppe maschere di Pulcinella per crederci ancora a buon mercato, e ha però conservato — sotto la stanchezza — la voglia di capire e di rimettersi al proprio tratto di muro.
È a loro che parliamo. È con loro che si respira insieme.
Non vi chiedo di seguirci. Chi cerca seguaci costruisce greggi e noi non siamo né pastori né pecore. Vi chiedo di tenerlo addosso, il cappuccio buono. Di non scambiarlo con la maschera comoda. Di distillare l’amarezza invece di berla. L’alambicco non promette che la materia diventi oro.
Promette solo che, se hai la pazienza del calore lento, lo spirito sale e la feccia resta sul fondo. Il resto è lavoro, ed è lungo.
Vent’anni, trenta. Il tempo di un bosco.
È più difficile. Ed è molto più degno.
Con amore, Nicola



