Cagliari, 24 novembre 2024
Carmelo Bene.
Carmelo Bene, figura poliedrica e anticonformista del teatro e della cultura italiana, ha lasciato un’eredità intellettuale complessa e provocatoria. Tra le sue riflessioni più penetranti, emerge l’invito a prendere confidenza con le parole per non farsi trapassare dai linguaggi. Questo ammonimento è un richiamo alla resistenza contro l’ovvio, contro quel conformismo del pensiero che tende a ridurre la complessità della vita e dell’arte a formule preconfezionate.
In un mondo dominato da comunicazioni rapide e spesso superficiali, il linguaggio ha assunto una funzione standardizzante, dove le parole sono utilizzate non tanto per esplorare nuove dimensioni di significato, ma per rinforzare strutture di potere e convenzioni sociali. Le parole, invece di essere strumenti di esplorazione e creazione, diventano veicoli di omologazione. Questo è il pericolo di cui parla Carmelo Bene, il rischio che i linguaggi, nella loro manifestazione più banale e prevedibile, ci dominino, ci attraversino senza resistenza, rendendoci passivi e conformi.
Prendere confidenza con le parole, come esorta Bene, significa innanzitutto riconoscerne la potenza e l’ambiguità. Significa andare oltre il significato letterale, scoprire le sfumature, i doppi sensi, le risonanze emotive e culturali che le parole possono evocare. È un esercizio di libertà, che ci permette di non essere schiavi del linguaggio dominante, ma di usarlo come strumento di espressione autentica e personale. In questo senso, la confidenza con le parole diventa un atto di ribellione contro l’ovvio, contro quella pigrizia mentale che ci porta ad accettare passivamente il senso comune e le sue banalità.
La lotta contro l’ovvio è, in fondo, una lotta per la creatività e l’autenticità. Nel suo teatro, Carmelo Bene ha sempre cercato di destabilizzare lo spettatore, di costringerlo a confrontarsi con l’inatteso, il contraddittorio, l’irrappresentabile. Questo approccio non è solo una tecnica artistica, ma un vero e proprio manifesto esistenziale: la vita stessa deve essere vissuta come un’opera d’arte, in cui l’ovvio è il nemico da combattere, la trappola che riduce l’esistenza a un susseguirsi di cliché.
Nell’era contemporanea, questa riflessione è più attuale che mai.
Viviamo in un tempo in cui i linguaggi, anziché essere strumenti di comunicazione e comprensione, rischiano di diventare barriere, muri che separano invece di unire. Il linguaggio dei social media, dei politici, della pubblicità, spesso appiattisce la realtà, proponendo una visione semplificata e rassicurante del mondo, che però tradisce la sua complessità e ricchezza. Cedendo all’ovvio, accettiamo una versione ridotta e impoverita della realtà, perdendo la capacità di meravigliarci, di interrogare, di scoprire.
Carmelo Bene ci invita, dunque, a non abbassare la guardia, a mantenere viva la nostra capacità critica e creativa. Le parole, se usate consapevolmente, possono diventare strumenti di liberazione, capaci di aprirci a nuove prospettive, di mettere in discussione le certezze acquisite e di esplorare l’ignoto. Non cedere all’ovvio significa, in definitiva, rimanere fedeli a se stessi, alla propria unicità, rifiutando di essere assimilati da un linguaggio che riduce l’essere a una formula.
In questo senso, la lezione di Carmelo Bene non è solo artistica, ma profondamente umana. È un invito a vivere con intensità, a non accontentarsi delle spiegazioni facili, a cercare sempre il significato nascosto dietro le parole, a usare il linguaggio per creare e non per confermare. In un mondo che ci spinge verso la semplificazione e l’omologazione, questa lezione è un richiamo potente alla complessità, all’autenticità e alla resistenza contro l’ovvio. Un richiamo a fare del linguaggio un alleato, e non un tiranno.
UmanaMente, Nicola



