Ci sono cose che non si vedono, eppure pesano più di qualsiasi catena.
L’Italia è il paese dei pesi invisibili.
Li portiamo tutti, ogni giorno, senza accorgerci che ci stanno spezzando.
Ho osservato dall’interno molti processi.
E ciò che ho visto non è un semplice sistema difettoso.
È un organismo vivente. Un blob.
Un’entità amorfa che non si oppone apertamente al cambiamento.
Ma lo inghiotte. Lo addomestica. Lo rimanda. Lo complica. E, infine, lo dimentica.
Il mostro ti fa camminare, fino a un certo punto.
All’inizio ti lascia andare. Ti osserva. Fa finta di nulla.
Sembri libero, forse persino entusiasta.
Hai un’idea, un progetto, una proposta.
Scrivi, pianifichi. Il sistema ti asseconda. Ti dà udienza.
Ti invia un’email che ti fa credere che qualcosa stia succedendo.
Poi arrivano i primi pesi. Leggeri. Una richiesta di integrazione. Un chiarimento.
Una firma mancante, anche se prima non serviva.
E fin qui (forse) nulla di strano. Ma poi i pesi si moltiplicano.
Diventano cavilli, attese, pareri contrastanti, email senza risposta, silenzi lunghi settimane.
E quando provi a sollevarti, ti accorgi che hai alle caviglie piombo colato.
Non riesci più a muoverti. Succede a tutti.
Ai cittadini che cercano un diritto, alle imprese che cercano un’opportunità, ai professionisti
che tentano di mettere le competenze al servizio del bene comune.
Succede ai sindaci dei piccoli comuni, agli assessori volenterosi, ai tecnici che non si sono
ancora arresi.
Succede anche — forse soprattutto — ai politici, che si trovano davanti a un labirinto
giuridico in cui ogni uscita è un rientro.
La pubblica amministrazione italiana è il più grande disincentivo alla partecipazione attiva
mai concepito da una democrazia.
Nell’ordinamento italiano, tutto è vero e il suo contrario.
C’è sempre una norma che dice una cosa e una che dice il contrario.
C’è sempre una circolare più recente, una giurisprudenza nuova, una competenza incerta.
Chi interpreta può salvarti o affondarti.
E nessuno risponde mai della scelta fatta, perché la responsabilità è diluita, spalmata,
polverizzata tra uffici, livelli e funzioni.
Così, il diritto diventa una trappola.
Non uno strumento di libertà, ma un labirinto senza mappa.
Un luogo dove la certezza giuridica è una leggenda urbana e il tempo non ha valore.
Puoi aspettare un’autorizzazione per anni senza che nessuno provi vergogna.
Puoi avviare una procedura e ritrovarti a metà strada con una legge cambiata, un dirigente
trasferito, una piattaforma informatica andata offline.
Il sistema pubblico italiano non si oppone con forza. Non combatte. Non spara. Ti sorride.
Ma lentamente, inesorabilmente, ti ingloba.
Ingoia tutto, le urgenze, le idee, le promesse, i progetti, le denunce.
Perfino le riforme vengono masticate, diluite, risputate in forma neutra, inoffensiva.
Il blob non ha volto né volontà, ma sopravvive a tutto.
Ai governi, ai commissari, ai digitalizzatori, agli innovatori.
Si nutre del fallimento altrui e ne fa una regola.
E quando nasce qualcosa di nuovo, lo normalizza.
Lo adatta, lo sgonfia, lo inscatola in una procedura.
Attenzione, non è un attacco ai singoli.
Ci sono persone straordinarie nella PA.
Persone che lavorano bene, con scrupolo, con fatica, spesso controvento.
Ma sono isolate, invisibili, logorate da un contesto che non le riconosce, non le protegge,
non le valorizza.
Sono gli eroi stanchi di un sistema che premia la mediocrità e punisce il coraggio.
Chi prova a cambiare le cose finisce ai margini. Chi resta a galla, ha imparato a non muoversi.
In molti uffici pubblici, il silenzio è una forma di autoconservazione.
Intanto, fuori dal blob, si dà la colpa agli altri.
I politici alla burocrazia. I burocrati alla politica. I cittadini ai politici. Le imprese ai burocrati.
E così via, in un eterno giro dell’accusa che salva tutti e cambia niente.
Ma il sistema è unico, interconnesso, trasversale. Non è fatto solo di regole sbagliate.
È fatto di paura. Di inerzia. Di senso dell’impunità.
E noi — cittadini, imprenditori, operatori, intellettuali — abbiamo smesso di pretendere.
Abbiamo accettato che le cose siano così. Ci siamo adattati.
Ma vogliamo almeno riconoscere che viviamo dentro una finzione?
La finzione di una PA che funziona, di una democrazia efficiente, di una giustizia accessibile,
di una cittadinanza attiva.
Siamo dentro un gioco truccato. E chi non bara, perde.
Il primo passo è rompere il silenzio. Chiamare le cose col loro nome.
Dire che non è normale aspettare mesi o anni per un’autorizzazione banale.
Dire che non è normale che ogni ogni ente abbia procedure diverse per la stessa cosa.
Dire che non è normale che tutto diventi difficile, tutto diventi lento, tutto diventi stanco.
Quando un paese scoraggia chi vuole muoversi, chi vuole fare, chi vuole dare — quel Paese è
in coma.
Chi lavora nella PA deve avere la possibilità e il dovere di fare bene.
Chi guida le istituzioni deve avere la dignità di imparare prima di (provare a) governare.
Chi fa impresa deve avere interlocutori pubblici credibili e puntuali.
Chi è cittadino deve sapere che un diritto non può diventare una maratona kafkiana.
E adesso?
Adesso si tratta di decidere da che parte stare.
Con il blob o con chi prova a combatterlo.
Con l’abitudine o con il rischio.
Con i pesi o con chi vuole toglierli.
Nicola Pirina



