Contro quel che continua ad impedire ai territori di diventare pienamente adulti.
Un territorio non è libero perché riceve risorse o possiede uno Statuto.
È libero quando riesce a scegliere la propria classe dirigente, produrre capacità e assumersi la responsabilità del proprio destino.
C’è un momento, nella storia di ogni territorio, in cui continuare ad accusare gli altri diventa una forma di complicità con il proprio fallimento.
Non perché le responsabilità esterne non esistano.
Esistono eccome.
Esistono il centralismo, le decisioni assunte altrove, le infrastrutture negate, le politiche nazionali disegnate senza comprendere le periferie, le rendite di posizione, gli squilibri territoriali, l’insularità considerata troppo spesso un dettaglio geografico invece che una condizione economica e politica.
Ma arriva un momento in cui tutto questo non basta più a spiegare.
E soprattutto non basta più a giustificare.
Quasi un secolo fa, Guido Dorso, ebbe il coraggio di pronunciare una verità che il Mezzogiorno non voleva ascoltare.
Il Sud era stato subordinato, sfruttato, utilizzato come serbatoio elettorale e amministrato attraverso un sistema centralistico.
Ma una parte decisiva delle sue classi dirigenti aveva collaborato attivamente a quella subordinazione.
Non soltanto vittime, dunque.
Anche intermediari del proprio ritardo.
Dorso accusava la borghesia meridionale di assenteismo politico, opportunismo, corruzione e incapacità di trasformarsi in una moderna classe produttiva e dirigente.
Non le rimproverava semplicemente di essere debole.
Le rimproverava di avere trovato conveniente quella debolezza.
Perché anche la dipendenza può diventare una rendita.
Si può costruire una carriera sulla mediazione con il potere centrale.
Si può ottenere consenso distribuendo ciò che arriva dall’esterno. Si può trasformare il bisogno in fedeltà politica, la precarietà in controllo sociale, la burocrazia in selezione arbitraria dei beneficiari.
Si può perfino difendere un territorio continuando, in realtà, a impedirgli di crescere.
È difficile leggere Dorso senza pensare alla Sardegna.
La Sardegna non è una vittima innocente.
La Sardegna ha subito e continua a subire condizioni oggettive di svantaggio.
Negarlo sarebbe intellettualmente disonesto.
Ma sarebbe altrettanto disonesto raccontare l’Isola soltanto come una vittima innocente della storia, dello Stato, dell’Europa, della geografia, dei mercati o di qualche oscuro disegno esterno.
Una comunità che si rappresenta esclusivamente come vittima finisce per rinunciare alla propria forza politica.
La vittima attende un risarcimento.
Un popolo costruisce una strategia.
La vittima chiede che qualcuno intervenga.
Un territorio consapevole organizza le proprie risorse, seleziona le competenze, definisce le priorità e pretende risultati da chi lo governa.
Noi, invece, abbiamo spesso sostituito il progetto con la rivendicazione.
Abbiamo trasformato l’autonomia in una parola identitaria, senza domandarci fino in fondo quale capacità istituzionale, produttiva e culturale fosse necessaria per esercitarla.
Abbiamo chiesto più poteri senza costruire abbastanza potere reale.
Perché il potere reale non è soltanto una competenza scritta in una legge.
È la capacità di usarla. È conoscenza. È organizzazione.
È qualità amministrativa. È capacità negoziale. È continuità politica.
È una classe dirigente che sappia guardare oltre la prossima elezione, la prossima nomina, il prossimo bando.
Uno Statuto non rende autonomo un popolo.
Gli consegna soltanto la possibilità di diventarlo.
La vera ossessione di Dorso non era il finanziamento del Sud.
Era la selezione della classe dirigente.
Questa distinzione continua a essere decisiva.
Da decenni misuriamo l’attenzione verso la Sardegna attraverso la quantità di risorse ottenute. Celebriamo miliardi stanziati, fondi programmati, accordi firmati, nuove misure, nuovi incentivi, nuove linee di intervento.
Ma il denaro pubblico non è un risultato.
È una possibilità.
Il risultato arriva soltanto quando quelle risorse producono capacità permanente, imprese più forti, istituzioni più competenti, infrastrutture funzionanti, ricerca applicata, lavoro qualificato, servizi migliori, comunità più autonome.
Se, terminata la spesa, il territorio ritorna esattamente al punto di partenza, non abbiamo realizzato sviluppo. Abbiamo amministrato un trasferimento.
E se ogni nuova stagione politica ricomincia da zero, cambiando nomi, sigle, programmi, piattaforme e priorità, non stiamo innovando. Stiamo cancellando la memoria istituzionale per poterci attribuire ogni volta l’invenzione del mondo.
Il vero sottosviluppo non è avere poche risorse.
È non riuscire a trasformare le risorse in capacità.
È dipendere continuamente da una nuova legge, da una nuova deroga, da un nuovo finanziamento straordinario.
È pensare che il futuro coincida con il prossimo ciclo di programmazione.
In questa logica il territorio non diventa mai protagonista. Rimane beneficiario.
E un beneficiario, per definizione, dipende sempre dalla decisione di qualcun altro.
Per Dorso, la rivoluzione meridionale avrebbe dovuto spezzare un blocco formato dal centralismo statale, dai grandi proprietari, dalla burocrazia e dal notabilato locale.
Quel blocco non esiste oggi nelle stesse forme.
Ma la sua struttura profonda è tutt’altro che scomparsa.
Il grande proprietario può essere diventato un monopolista, un gestore di rendite, un concessionario, un controllore di accessi e relazioni.
Il vecchio notabile può indossare abiti moderni, parlare di innovazione, aprire profili social e partecipare a convegni sul futuro. Rimane però un notabile quando utilizza le reti pubbliche per conservare il proprio spazio, selezionare obbedienze e neutralizzare competenze autonome.
La burocrazia può digitalizzarsi senza diventare più intelligente. Può trasferire moduli online, moltiplicare piattaforme, introdurre procedure informatiche e continuare a considerare il cittadino, l’impresa e il ricercatore come potenziali colpevoli da sottoporre a una prova di resistenza.
Il centralismo, infine, non è soltanto quello di Roma.
Esiste anche un centralismo regionale.
Esiste un centralismo dei capoluoghi.
Esiste un centralismo degli assessorati, delle direzioni generali, delle strutture che concentrano informazioni, decisioni e risorse, lasciando ai territori periferici il compito di attendere.
La dipendenza può riprodursi a ogni livello.
Si può contestare il potere centrale e, nello stesso momento, esercitare lo stesso modello verso chi è più debole.
È una delle contraddizioni più evidenti della nostra autonomia.
Chiediamo allo Stato di riconoscere la nostra specificità, ma fatichiamo a riconoscere la specificità dei nostri territori interni, delle città medie, delle comunità più piccole, delle organizzazioni civiche, delle imprese e delle competenze che non appartengono ai circuiti abituali.
Una classe dirigente costruisce futuro.
Un notabilato occupa il presente.
La classe dirigente forma persone migliori di sé, apre spazi, trasferisce conoscenza, accetta il dissenso, riconosce il merito e prepara la propria successione.
Il notabile seleziona fedeli, teme le personalità autonome, confonde la critica con il tradimento e considera ogni talento non controllabile come una minaccia.
La classe dirigente si misura con i risultati collettivi.
Il notabile si misura con la durata della propria presenza.
Ecco perché i territori possono restare bloccati anche quando dispongono di intelligenze, università, imprese, funzionari competenti, giovani preparati e comunità vitali.
Il problema non è l’assenza di energie.
Spesso è l’esistenza di sistemi che impediscono a quelle energie di diventare potere trasformativo.
La Sardegna non soffre soltanto per la fuga dei giovani.
Soffre perché molti giovani, anche restando, comprendono presto che il merito da solo non basta.
Che la competenza deve essere accompagnata dall’appartenenza.
Che l’indipendenza di giudizio ha un costo.
Che proporre qualcosa di nuovo significa spesso entrare in conflitto con chi amministra l’esistente.
Così i migliori partono.
Altri si adattano.
Altri ancora rinunciano.
E il sistema, dopo averli dispersi, dichiara di non trovare competenze.
Un piccolo capolavoro di autolesionismo istituzionale.
Dorso si chiedeva se nel Mezzogiorno esistessero cento uomini d’acciaio, persone dotate di lucidità, competenza, rigore morale e capacità di sacrificare gli interessi personali a una grande idea politica.
È una formula figlia del suo tempo, che oggi va liberata da ogni suggestione autoritaria e anche da ogni esclusione di genere.
Non servono uomini forti.
Servono persone solide.
Donne e uomini capaci di non vendersi per una posizione, una candidatura, un incarico, una consulenza o una promessa. Persone che sappiano cooperare senza diventare complici, governare senza occupare, guidare senza umiliare.
Non un’aristocrazia chiusa, ma una minoranza generativa.
Una rete di competenze e responsabilità capace di organizzare le energie disperse della società.
Capace di mettere in comunicazione impresa, amministrazione, ricerca, cultura, terzo settore, comunità locali e nuove generazioni.
Il punto decisivo è proprio questo.
Le forze migliori di un territorio non diventano automaticamente classe dirigente.
Possono restare isolate.
Possono essere divise da personalismi, rivalità, sospetti, piccole gelosie e antiche appartenenze.
Possono essere chiamate soltanto quando serve legittimare decisioni già prese.
Possono essere tollerate come ornamento, purché non pretendano di incidere davvero.
La rivoluzione necessaria consiste allora nel trasformare le competenze disperse in capacità collettiva.
Non basta avere persone brave.
Bisogna creare le condizioni perché possano riconoscersi, organizzarsi e agire.
Sarebbe troppo comodo però attribuire ogni colpa alla politica.
Ma anche questo sarebbe un altro alibi.
La società civile non è sempre migliore delle istituzioni che critica.
Talvolta ne riproduce gli stessi difetti, chiusure, personalismi, opacità, ricerca di piccoli privilegi, incapacità di costruire alleanze durature.
Le imprese chiedono spesso alla politica di non interferire, salvo poi cercarla quando occorrono incentivi, autorizzazioni o protezioni.
Le organizzazioni sociali rivendicano indipendenza, ma possono diventare dipendenti dai finanziamenti pubblici.
Le università celebrano il merito, mentre tollerano meccanismi di cooptazione e autoreferenzialità.
Gli intellettuali denunciano il conformismo, ma non sempre hanno il coraggio di perdere una relazione, un palco o un riconoscimento.
I cittadini condannano il clientelismo, finché non intravedono un vantaggio personale.
Il sistema non vive sopra di noi.
Vive attraverso di noi.
È alimentato ogni volta che preferiamo una conoscenza a una competenza, una scorciatoia a una regola, un favore a un diritto, il silenzio alla responsabilità.
I territori restano vittime di se stessi quando le persone oneste si limitano a dichiararsi estranee. Quando chi comprende non organizza. Quando chi possiede competenze rinuncia alla battaglia pubblica perché la considera troppo sporca.
La ritirata dei migliori non purifica la politica.
La consegna ai peggiori.
Un territorio si sveglia quando smette di aspettare il salvatore.
Quando comprende che nessun governo nazionale, nessuna istituzione europea, nessuna grande impresa, nessun leader carismatico verrà a risolvere dall’esterno ciò che non siamo capaci di organizzare all’interno.
Gli alleati servono.
Le risorse esterne servono.
Le politiche nazionali ed europee sono indispensabili.
Ma funzionano soltanto quando incontrano un territorio preparato, consapevole, competente e capace di negoziare.
Altrimenti diventano sostitutive. Decidono per noi, progettano per noi, misurano per noi, persino raccontano per noi ciò che siamo e ciò che dovremmo diventare.
Svegliarsi significa produrre conoscenza propria.
Disporre di dati, visione, strumenti di valutazione. Costruire amministrazioni che apprendano. Premiare chi realizza e non chi promette. Proteggere le esperienze che funzionano dal ciclo distruttivo della politica.
Significa soprattutto accettare la verità elementare che non tutto può essere prioritario.
Un territorio serio sceglie.
Decide dove concentrare energie, capitali, ricerca e reputazione. Costruisce filiere, istituzioni e competenze intorno a quelle scelte. Rinuncia alla tentazione di distribuire tutto a tutti, perché distribuire tutto a tutti significa quasi sempre non trasformare nulla.
L’autonomia non è un privilegio.
È una disciplina.
Comporta più responsabilità, non meno. Significa non poter attribuire sempre ad altri i propri insuccessi. Significa rendere misurabili le decisioni e riconoscibili i decisori.
Un’autonomia adulta dovrebbe rendere impossibile nascondersi.
Dovrebbe mostrare chi ha scelto, sulla base di quali informazioni, con quali obiettivi e con quali risultati.
Senza questa trasparenza, l’autonomia rischia di diventare soltanto la decentralizzazione dell’opacità.
Una piccola sovranità amministrativa esercitata con gli stessi vizi del centralismo che si contesta.
La vera battaglia autonomistica non consiste, dunque, soltanto nell’ottenere ulteriori competenze. Consiste nel dimostrare di saperle esercitare meglio.
Non per superiorità morale, ma per prossimità, conoscenza e responsabilità.
Se falliamo in questo, non sarà lo Statuto a salvarci.
E non sarà Roma l’unica responsabile.
La rivoluzione di cui abbiamo bisogno non è violenta, né retorica.
È una rivoluzione politica, democratica, sociale, istituzionale e culturale.
Deve spezzare il legame tra dipendenza e consenso.
Deve separare la politica dalla distribuzione dei favori.
Deve trasformare la pubblica amministrazione da custode della procedura a infrastruttura dello sviluppo.
Deve rendere conveniente il merito e costosa l’incompetenza.
Deve aprire le istituzioni alle persone libere, non soltanto a quelle fedeli.
Deve costruire luoghi nei quali le migliori competenze sarde, comprese quelle che vivono fuori dall’Isola, possano contribuire senza essere costrette a entrare in una corrente, in un clan o in una liturgia di appartenenza.
Deve riconoscere che i giovani non chiedono soltanto un lavoro.
Chiedono contesti nei quali il loro lavoro abbia senso, riconoscimento e possibilità di crescita.
Deve trasformare le comunità da destinatarie di progetti a soggetti capaci di progettarli.
Tutto questo richiede risorse.
Ma prima ancora richiede persone.
Richiede una nuova classe dirigente che non si autoproclami tale, ma venga riconosciuta per ciò che costruisce, per le opportunità che apre, per la qualità delle istituzioni che lascia.
Una classe dirigente che abbia il coraggio di diventare superflua, perché ha formato altri capaci di prenderne il posto.
Il tempo degli alibi è finito
La Sardegna può continuare a raccontarsi come una terra penalizzata, dimenticata, tradita e incompiuta.
Avrebbe molte ragioni per farlo.
Ma non costruirebbe nulla.
Oppure può finalmente interrogarsi sulle proprie responsabilità, senza per questo cancellare quelle esterne.
Può domandarsi perché tante risorse non abbiano prodotto trasformazioni proporzionate. Perché tanti talenti siano rimasti ai margini.
Perché esperienze eccellenti non riescano a diventare sistema.
Perché ogni innovazione sembri dipendere dalla volontà isolata di poche persone, invece di essere sostenuta da istituzioni mature.
Può chiedersi, con Dorso, se esista una minoranza abbastanza libera, competente e generosa da mettere il futuro collettivo davanti al proprio interesse.
Non cento salvatori.
Cento costruttori.
Cento persone capaci di fidarsi le une delle altre abbastanza da rinunciare al protagonismo individuale. Capaci di organizzare energie sociali oggi disperse. Capaci di dire no anche quando il sì sarebbe più conveniente.
La Sardegna non ha bisogno di essere salvata.
Ha bisogno di smettere di sabotarsi.
I territori che non si svegliano rimangono vittime di se stessi.
Non perché siano privi di qualità, ma perché lasciano che le proprie qualità vengano disperse, neutralizzate o costrette a partire.
La rivoluzione comincia quando una comunità smette di chiedere chi verrà a liberarla.
E inizia a selezionare, formare e sostenere coloro che sono disposti a renderla libera.



