Coraggio ecumenico.
Perché la politica deve smettere di essere una tifoseria e tornare a domandarsi che cosa amiamo in comune.
Capita, parlando con chi è nato dopo il Duemila, una domanda che disarma: «Ma voi, alla fine, siete di destra o di sinistra?».
E capita di accorgersi che la domanda, prima ancora della risposta, è scaduta.
Non perché quei ragazzi siano indifferenti — sono anzi attraversati da urgenze politiche profonde, sul clima, sul lavoro, sul futuro dei luoghi in cui vivono — ma perché le coordinate con cui pretendiamo di approcciarli appartengono a una mappa che nessuno usa più.
Destra e sinistra, per una larghissima parte di loro, non sono più un luogo.
Sono toponimi di una geografia dismessa.
Conviene ricordare da dove viene quella geografia.
Destra e sinistra nascono come un fatto d’arredamento, la disposizione dei banchi nell’Assemblea francese del 1789, chi sedeva a destra del presidente e chi alla sua sinistra. Una contingenza topografica diventata, nel giro di un secolo, cosmologia. Quell’asse ha ordinato il Novecento con straordinaria efficacia, capitale e lavoro, Stato e mercato, conservazione e progresso.
Era una grammatica potente perché descriveva un mondo reale.
Il problema è che quel mondo, in larga misura, non c’è più.
Le domande che decidono il nostro tempo — la cura della casa comune, la sovranità sulle tecnologie che plasmano le nostre vite, l’inverno demografico, il destino delle aree interne che si svuotano, il governo dell’intelligenza artificiale — non si lasciano disporre ordinatamente a destra o a sinistra.
E quando una grammatica perde il suo oggetto, accade una cosa curiosa, la forma sopravvive svuotata del contenuto.
Resta la tifoseria.
Resta il noi contro loro, ma senza più sapere bene perché.
È la sopravvivenza-zombie di un asse defunto, la volontà di vincere separata da qualunque cosa valga davvero la pena di vincere.
Per uscirne, conviene tornare molto indietro, a un uomo che assistette al crollo di un mondo assai più grande del nostro.
Quando Roma cadde, cristiani e pagani si accusarono a vicenda con tutto il livore di due tifoserie: la colpa è vostra, è dei vostri dèi, è del vostro Dio.
Agostino, vescovo di una città di provincia africana, fece allora un gesto di coraggio intellettuale che ancora ci riguarda.
Si rifiutò di definire un popolo a partire dalla fazione cui apparteneva.
Nel diciannovesimo libro del De Civitate Dei riscrive la definizione che Cicerone aveva dato della repubblica e propone la sua: un popolo è «l’insieme di una moltitudine riunita dall’accordo sulle cose che ama in comune».
Dimmi che cosa ama un popolo e ti dirò che cosa è.
È una rivoluzione silenziosa.
Sposta il fondamento della comunità dall’ideologia all’oggetto dell’amore.
E illumina, per contrasto, che cos’è davvero una tifoseria, una comunità tenuta insieme non da ciò che ama, ma da ciò che odia, non dall’oggetto comune del desiderio, ma dall’esistenza dell’avversario.
Togli il nemico e si dissolve.
Agostino ha persino un nome per il motore di questo meccanismo: libido dominandi, la brama di dominio — che distingue con precisione chirurgica dall’amore per il bene comune. La tifoseria sacralizza la politica: fa della mia parte la Città di Dio e della tua la città dei dannati.
E la grande, paradossale operazione di Agostino è esattamente l’opposto: dissacrare la politica. Lo Stato, dice, non ha relazione immediata con i fini ultimi. Non è il regno, è la casa che abitiamo nel frattempo.
Qui nasce — lo ha mostrato magistralmente Robert Markus — una categoria che credevamo modernissima e che invece ha sedici secoli: il secolare. Non il sacro, non il profano, ma il tempo intermedio in cui le due città vivono mescolate, indistinguibili fino alla fine.
Agostino chiama questo spazio saeculum e vi colloca la possibilità di una convivenza tra chi ama cose ultime diverse, attorno a un bene terreno condiviso, quella che lui chiama tranquillitas ordinis, la tranquillità dell’ordine, la pace che perfino i pellegrini di passaggio possono usare e devono difendere.
È il fondamento filosofico di una politica capace di essere ecumenica senza essere tiepida.
Non dobbiamo essere d’accordo sui fini ultimi per costruire insieme una pace temporale.
L’errore della tifoseria è far collassare il saeculum nell’ultimo giudizio — trattare ogni elezione come la battaglia finale tra il Bene e il Male.
Il coraggio della postura ecumenica è tenere aperto il saeculum, ricordare che l’avversario non è il nemico della salvezza, ma un coabitante della casa comune.
E qui sta la parola che pesa.
Coraggio.
Perché essere ecumenici non significa essere centristi, non è la mediazione tiepida, non è il qualunquismo di chi non vuole sporcarsi le mani.
Il centrista divide la differenza, l’ecumenico alza la domanda.
È una posizione più difficile e più esposta, rinunci al narcotico caldo dell’appartenenza, ti sparano da entrambe le trincee, non ricevi la dopamina facile della tribù.
Fare pensiero alto invece è un atto di coraggio, perché rinuncia all’energia comoda del risentimento per cercare quella più fredda e più rara della verità.
Aveva ragione Havel, si può scegliere di vivere nella verità anche quando la menzogna è più confortevole. E la prima menzogna confortevole, oggi, è proprio il binarismo che ci risparmia la fatica di pensare.
Ecco perché questo discorso parla ai più giovani.
Non sono post-politici, sono post-spaziali.
Organizzano il senso attorno ad amori, appartenenze e futuri, non attorno a una disposizione di banchi del 1789.
Chiedete a una ragazza di sedici anni se è di destra o di sinistra e otterrete un’alzata di spalle, chiedetele invece che cosa ama, che cosa ha paura di perdere, in quale mondo vuole vivere e otterrete un manifesto.
La lingua che li raggiunge non è quella dell’asse, ma quella dell’oggetto comune dell’amore, la casa comune da custodire, il territorio che non deve spopolarsi, il diritto di restare e di tornare, il diritto di governare le tecnologie che decidono le nostre vite, la dignità del lavoro, la cura dei fragili.
È una semantica contemporanea, che tocca persone, comunità e sentimenti — non un dossier novecentesco. Non parla a una generazione che non c’è più.
E qui la Sardegna non è una provincia dell’argomento, ne è la prova vivente.
La comunità sarda non si è mai organizzata, nel suo strato più profondo, attorno a destra e sinistra.
Si è organizzata attorno all’aiuto reciproco che si restituisce, l’obbligo che lega un popolo non per ideologia, ma per amore concreto della sopravvivenza comune.
È il popolo di Agostino, vissuto per secoli su un’isola di granito, una comunità definita da ciò che fa l’uno per l’altro, dall’oggetto comune della sua cura.
È questa la scommessa ed è la ragione per cui scriviamo, dopo il programma, di qualcosa che viene prima del programma, la lingua stessa con cui facciamo politica. Trascendere l’esigenza elettorale non vuol dire disprezzare il voto, vuol dire rifiutarsi di esserne schiavi — fare politica su un orizzonte più lungo della prossima tornata, alla scala delle generazioni che erediteranno ciò che costruiamo o non costruiamo. Le corde che dobbiamo suonare sono quelle della filosofia politica, che cos’è un popolo, che cosa ama, che cosa deve al futuro, che cosa osa edificare in comune. Non per vincere il prossimo round della partita — non c’è nessuna partita, lo stadio è un edificio del Novecento e i giovani ne sono già usciti — ma per radunarci, coraggiosamente ed ecumenicamente, attorno alle cose che vale la pena amare insieme.
Il potere, ricordava un’antica sapienza che la Chiesa torna oggi a richiamare, è servizio o non è nulla.
La politica che ci attende non chiede di scegliere una tribuna.
Chiede di scegliere un amore e di averne cura.
È molto più difficile.
È molto più degno.
Ed è, finalmente, una domanda che anche chi è nato dopo il Duemila può sentire come propria.



