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Curatorie e Popolo Sardo.

Cagliari, 22 aprile 2024

 

Curatorie e Popolo Sardo.

 

In Sardegna, durante l’epoca giudicale, la figura di Eleonora d’Arborea emerge con prepotenza nella storia, non solo come sovrana di uno dei quattro giudicati in cui l’isola era suddivisa ma anche come avanguardista legislatrice. Sotto il suo governo, venne redatta la Carta de Logu, considerata da molti come la prima vera carta costituzionale della regione, un documento che stabiliva diritti e doveri dei cittadini con una prospettiva talmente avanzata da influenzare l’amministrazione della giustizia in Sardegna per secoli. Le curatorie, suddivisioni amministrative di quest’epoca, erano il fulcro di un sistema che permetteva una gestione del territorio capillare e personalizzata, valorizzando le peculiarità di ogni zona e promuovendo un governo locale efficace e vicino alle esigenze dei cittadini.

Ora, proiettandoci in un’era radicalmente diversa, ci ritroviamo in un mondo dove le tecnologie avanzano a ritmi vertiginosi, trasformando la società in modi che fino a qualche decennio fa sarebbero stati inimmaginabili. Eppure, nonostante queste trasformazioni, molti cittadini percepiscono un’immobilità, una staticità quasi paradossale rispetto al tumulto di cambiamenti che, sotto la superficie, rimodellano continuamente il nostro vivere. Questa percezione di stasi, soprattutto nelle realtà locali, sfida l’idea di progresso e solleva interrogativi sull’efficacia dei sistemi di governo e amministrazione territoriale attuali.

I 377 comuni della Sardegna di oggi rappresentano un patrimonio di diversità e di potenzialità enormi, proprio come un tempo le curatorie riflettevano la ricchezza delle varie parti dell’isola. Tuttavia, la sensazione prevalente è che il sistema attuale non riesca pienamente a valorizzare queste risorse, a esprimere le migliori intelligenze e le capacità politiche di ogni territorio, come invece avveniva sotto la guida illuminata di figure come Eleonora d’Arborea. L’efficienza amministrativa e la capacità di promuovere lo sviluppo locale sembrano oggi soffocate da un meccanismo che non sempre premia il merito né incentiva adeguatamente la partecipazione attiva delle comunità alla vita politica.

Forse, è giunto il momento di interrogarci su come riformare questo sistema, su come riattivare i territori e le persone prima che l’abbandono e l’indifferenza ne segnino irrimediabilmente il destino. La lezione della storia ci insegna che è possibile concepire forme di governo che valorizzino le specificità locali e che promuovano un’amministrazione giusta, efficiente e vicina ai cittadini. La sfida per la Sardegna contemporanea e in un senso più ampio per l’intera società, sta nel riuscire a reinterpretare quei principi in chiave moderna, trovando il modo di adattarli alle esigenze e alle potenzialità del nostro tempo.

Rinnovare il dialogo tra i cittadini e le istituzioni, promuovere la trasparenza e la meritocrazia, valorizzare le identità locali all’interno di un quadro di sviluppo sostenibile e inclusivo: queste potrebbero essere le direttrici per un nuovo Rinascimento, non solo per la Sardegna ma per l’intera società. In quest’ottica, la storia non è solo un ricordo ma diventa una bussola per il futuro, indicando vie percorribili per un governo che sia realmente espressione delle comunità che intende servire.

Nell’ambito della riflessione su come rivitalizzare e modernizzare il sistema di governance in Sardegna, può emergere l’idea di un percorso costituente, specificamente sardo. Un’iniziativa del genere avrebbe lo scopo non solo di riformare il sistema amministrativo e politico in chiave contemporanea ma anche di rafforzare l’identità sarda, promuovendo un senso di appartenenza e partecipazione attiva tra i cittadini.

La creazione di una Assemblea del Popolo Sardo potrebbe essere il cuore di questo percorso costituente?

Un organo rappresentativo che coinvolga direttamente i cittadini nella definizione di una visione condivisa per il futuro della Sardegna?

Questa assemblea potrebbe essere inclusiva e riflettere la pluralità e la diversità delle voci presenti sull’isola, dalle comunità locali agli esperti in vari campi, dai giovani agli anziani, dai rappresentanti delle minoranze alle figure del mondo economico, culturale e sociale?

Un’iniziativa di questo tipo rappresenterebbe un esperimento audace di democrazia partecipativa, con il potenziale non solo di riformare la governance locale ma anche di rinvigorire il senso di comunità e appartenenza tra i sardi?

 

Non lo so. Ma di certo qualcosa dobbiamo fare.

A Voi le riflessioni e le controdeduzioni.

 

Con speranza, Nicola

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