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Darsi la propria legge.

Darsi la propria legge.

Da Oliena, ascoltando Lorenzo Dellai, per una vera stagione autonomista che la Sardegna deve ancora a sé stessa.

Ci sono giorni in cui una parola torna al suo significato originario e nel tornarci ci chiede conto di tutto ciò che ne abbiamo fatto. 

Mi è successo a Oliena, il dodici giugno, nella sala di un albergo di paese, ascoltando Lorenzo Dellai. 

Non dirò nulla che tolga agli altri relatori, perché quella giornata — convocata dalle autonomie locali sotto un titolo che è già un programma, Da Mario Melis al 2030, è stata un fatto corale. 

Ma la lectio di Dellai mi ha messo in mano una parola come si mette un attrezzo a chi ha smesso di usarlo e mi ha fatto vergognare un poco di quanto poco, noi sardi, l’abbiamo adoperata.

C’era una giustizia poetica nel luogo. 

Oliena fu il Comune di Mario Melis, che ne fu sindaco per quasi un quarto di secolo prima di diventare, dal 1984 al 1989, il presidente che traghettò il sardismo dalla pura testimonianza all’azione di governo. 

Dellai — che ha guidato il Trentino e conosce l’Autonomia non come teoria ma come mestiere quotidiano — è venuto fin qui a ricordarci, da fratello di un’altra terra di confine, una cosa semplice e dimenticata, che l’Autonomia non è un privilegio amministrativo, ma una forma alta di esistenza politica di una comunità. 

E che noi rischiamo di averla ridotta neanche a pratica d’ufficio.

Voglio provare a dirlo come lo direbbe l’etimologia, perché solo lì le parole non mentono.

Autós, nómos: la legge che ci diamo da soli

Autonomia è parola greca trasparente: autós, «sé stesso», e nómos, «legge». Letteralmente, darsi la propria legge. Non riceverla, non subirla, non eseguirla: darsela. Già qui cade il primo equivoco, quello che Dellai ha demolito col suo primo spunto. L’Autonomia Speciale non è decentramento. Il decentramento è quando il centro, per comodità, ti spedisce un pezzo della propria amministrazione da gestire in periferia. L’Autonomia è il contrario: è lo Stato che riconosce una comunità che si dà legge da sé, e che esisteva — col suo popolo, la sua lingua, la sua coscienza di sé — prima ancora che un Statuto la mettesse per iscritto.

Bisogna però maneggiare la parola con la lucidità che il Vocabolario Treccani raccomanda: autonomia non è sovranità. La sovranità non riceve legge da nessuno; l’autonomia, invece, è un dar-legge-a-sé che vive dentro una relazione, sempre pensato in rapporto a un limite e a un patto. È esattamente il «lealmente dentro i valori della Costituzione» di Dellai, ed è il sardismo non separatista di Lussu, di Bellieni, di Melis — quello che voleva, diceva Melis, «allontanarsi da Roma senza traumi». Autonomia non è solitudine. È una libertà che si esercita stando in piedi accanto agli altri, non voltando loro le spalle.

E c’è una prova storica che dovremmo tenere appesa in ogni aula consiliare. Nella lega marittima ateniese del V secolo, racconta la Treccani, si dicevano autonomoi quegli alleati che, pur dentro l’egemonia di Atene, conservavano tribunali propri, partecipavano alla deliberazione di guerra e di pace, e non erano tenuti al tributo in denaro. Tre cose: istituzioni proprie, voce nelle decisioni comuni, e non essere meri contribuenti muti. Ventiquattro secoli dopo, questo è ancora, parola per parola, il programma autonomista che non abbiamo compiuto. Istituzioni, voce, e la fine della condizione di chi versa senza decidere.

Ma la parte più bella di nómos è sepolta più a fondo, e per una terra di pastori è quasi commovente. Nómos viene dal verbo némein, che — annota Benveniste nel suo studio sulle istituzioni indoeuropee — non significa semplicemente «dividere», ma distribuire secondo convenienza, fare le giuste porzioni. Tanto che basta spostare un accento e da nómos, la legge, si passa a nomós, il pascolo: il pascolo ripartito tra la comunità secondo un diritto fondato sulla consuetudine. Benveniste è netto: si tratta di «una ripartizione senza divisione e senza singola appropriazione»; e se appropriazione c’è, «è di tipo collettivo, è comunitaria».

Fermiamoci, perché qui c’è la Sardegna intera. La legge, alla radice, è la giusta spartizione del bene comune di una comunità pastorale. Gli ademprivi, gli usi civici, le comunanze, le terre collettive che ancora costellano l’isola non sono un residuo arcaico da liquidare: sono la forma materiale del nómos, la memoria vivente di un popolo che sapeva darsi legge perché sapeva ripartire con giustizia ciò che era di tutti. Darsi la propria legge, per noi, ha un odore preciso: di terra spartita secondo equità, non recintata secondo forza. Quando rivendichiamo autonomia non stiamo chiedendo un favore a Roma. Stiamo chiedendo di poter tornare a fare ciò che la nostra civiltà sa fare da tremila anni: ripartire da sé il proprio bene comune.

Il secondo equivoco lo scioglie un’altra etimologia. Speciale viene da species, e species da specere, «guardare»: è la forma visibile, l’aspetto, il volto per cui una cosa si riconosce per quella che è. La Specialità, dunque, non è un di più che ci è stato regalato e che potrebbe esserci tolto: è una fisionomia. È il volto riconoscibile di un popolo. Lo Statuto del 1948 non ha creato la specialità sarda, ha riconosciuto un volto che c’era già, peraltro non senza fatica.

Per questo fa rabbia sentir parlare della Specialità come di un privilegio da giustificare. Un volto non è un privilegio. E come ha detto Dellai, le Autonomie devono guardarsi anzitutto dal vizio peggiore: importare al proprio interno lo stesso centralismo che combattono verso Roma. Un’Autonomia che concentra tutto a Cagliari e tratta i Comuni come terminali periferici non è meno coloniale dello Stato che dice di voler correggere. O un’Autonomia è diffusa e partecipata, o non è. Il sardismo diffuso di Melis — quell’attenzione alla Sardegna che doveva diventare patrimonio di tutti e non bandiera di pochi — chiedeva proprio questo.

E veniamo alla parola che Dellai ha pronunciato col timore di chi sa quanto pesa: comunità. Perché un’Autonomia è prima di tutto di una comunità, e solo dopo delle sue istituzioni. Comunità viene dal latino communitas, da communis, e communis — lo ha mostrato Roberto Esposito in un libro ormai classico — si scioglie in cum più munus. E munus è una parola vertiginosa: significa insieme dovere, incarico, e dono-da-dare. La comunità, alla radice, non è un gruppo di persone unite da ciò che possiedono in comune. È un insieme di persone unite da ciò che devono dare. Non un più, ma un meno; non un patrimonio, ma un debito reciproco, un munus che ci lega gli uni agli altri.

Esposito aggiunge il rovescio, e qui la lama tocca l’osso. Il contrario del communis è l’immunis: colui che è esonerato dal munus, dispensato dal dovere-dono, sciolto dal debito verso gli altri. L’immune. Ed è esattamente la figura contro cui Dellai ci ha messo in guardia: il cittadino che, sotto un potere pubblico sempre più pervasivo, smette di essere parte attiva e diventa cliens — cliente passivo, suddito assistito, immune dal munus della comunità. Più potere ottiene una Regione, ammoniva Dellai, più forte deve essere il suo impegno a non trasformare i cittadini in clienti.

La Sardegna ha, contro questa deriva, un anticorpo antichissimo, e ha persino il nome giusto: s’aggiudu torrau, l’aiuto restituito. Il lavoro che si presta al vicino sapendo che tornerà; la paradura, il gregge ricostituito dono dopo dono al pastore che ha perduto le bestie. È il munus fatto carne, il «dare-darsi» di cui parla Esposito, il do ut possis dare di Tagliagambe, la prova che da noi la comunità non è nostalgia ma tecnologia sociale collaudata. I trentini la chiamano Selbsthilfe, capacità di costruirsi un futuro senza aspettare altri. Noi la pratichiamo da secoli sui cuiles e nelle vigne. Una vera stagione autonomista deve ripartire da lì: non da più assistenza calata dall’alto, ma dal restituire ai Comuni, alle valli, alle società civili organizzate il loro munus, il loro autogoverno, la loro quota di responsabilità nel ripartire il bene comune.

Il terzo spunto di Dellai era il più severo: l’Autonomia non è un privilegio, è una difficile responsabilità. E responsabilità, ci dice l’Accademia della Crusca, viene da respondere, composto di re- e spondere: e spondere è l’atto solenne del promettere, del farsi garante, del dare la propria parola — la stessa radice di sponsus, lo sposo, di sponsalia. Benveniste precisa che respondere, fin dall’origine, significa «portarsi garante», «promettere vicendevolmente», offrirsi cauzione l’un l’altro. Essere responsabili non vuol dire avere la battuta pronta: vuol dire rispondere a un impegno con un impegno, garantire a propria volta.

L’Autonomia, allora, è una promessa reciproca tra una comunità e lo Stato repubblicano, un patto a cui si deve rispondere. È quello che Melis incideva in una frase che dovremmo riscrivere sui muri: sovranità non significa solitudine, ma libertà, e quindi responsabilità. Chiedere autonomia significa promettere di saperla esercitare. E qui scatta la chiamata, perché è qui che ci siamo fatti trovare impreparati.

Dellai ha snocciolato, senza vanto, gli strumenti con cui il Trentino ha costruito un’Autonomia integrale: le Norme di Attuazione dello Statuto — fonte para-costituzionale, negoziata in modo bilaterale, capace di realizzare e perfino di spingere lo Statuto oltre la sua lettera — usate da Trento e Bolzano per circa metà delle oltre quattrocento approvate da tutte le Speciali. Con quelle norme hanno preso in mano la scuola di ogni ordine e grado, l’università, i beni culturali, le politiche del lavoro, le strade (da loro l’Anas non esiste), l’intero ciclo dell’acqua, perfino quote di gestione della giustizia. E hanno regolato i rapporti finanziari con lo Stato attraverso il principio dell’Intesa, ottenendo non sussidi ma funzioni: assumendo competenze a carico del proprio bilancio, alleggerendo quello statale, e tenendo duro sul punto che non si tratta — sono parole sue — di rivendicazione irragionevole, ma di assunzione negoziata di responsabilità.

Ora misuriamo la distanza, senza autocommiserazione ma con onestà. 

La Sardegna combatte da decenni la sua vertenza sulle entrate — la quota del gettito che lo Statuto le riconosce e che lo Stato ha trattenuto — accumulando crediti e contenziosi. Ha strappato, nel 2022, il riconoscimento costituzionale dell’insularità: una conquista vera, ma che resta lettera morta se non la traduciamo in Norme di Attuazione, in intese finanziarie, in competenze effettive. Abbiamo gli stessi strumenti del Trentino. Non li abbiamo usati. Abbiamo spesso preferito la lamentela alla negoziazione, la delega a Roma alla costruzione paziente in casa. Una stagione autonomista vera comincia il giorno in cui smettiamo di chiedere e cominciamo a rispondere: a presentare noi le Norme di Attuazione, a pretendere il metodo dell’Intesa su ogni riforma dello Statuto, a esigere la titolarità piena sulla nostra finanza locale invece di restare clienti di trasferimenti.

E qui aggiungo ciò che a Oliena ha solo sfiorato, perché è il punto in cui la mia ricerca e la sua lectio si toccano. Dellai ha detto una cosa di cui pochi hanno colto la portata: esiste ormai un ambito di responsabilità delle comunità autonome che non è catalogabile nel menù classico delle competenze. Un ambito inizialmente «meta-giuridico» — la migrazione, e soprattutto, lo ha citato lui stesso evocando l’enciclica di Papa Leone, l’Intelligenza Artificiale — che riguarda da vicino il futuro delle persone e che non possiamo non presidiare con forme inedite di responsabilità.

È esattamente la frontiera della sovranità cognitiva: il diritto di una comunità a governare le architetture tecnologiche che plasmano la sua vita, invece di riceverle già decise altrove. Lo Statuto del 1948 non poteva prevedere che un giorno la libertà di un popolo si sarebbe giocata anche sui dati, sui modelli, sulle infrastrutture del calcolo. Ma il principio è lo stesso del nómos: ripartire da sé il proprio bene comune — e oggi il bene comune è fatto anche di dati, di reti, di sapere. Una Sardegna che ospita una candidatura come l’Einstein Telescope a Sos Enattos, a pochi chilometri da qui, e che possiede fibra, cooperative, intelligenza diffusa, ha tutto per fare di questa frontiera non una minaccia subìta ma una specialità nuova, conquistata. È la versione del XXI secolo della stessa, antica domanda: chi fa la legge che ci governa? Noi, o altri al posto nostro?

Resta l’ultimo movimento, e non è un caso che si chiami restare. Nel suo rapporto sul mercato interno, Enrico Letta ha scritto che accanto al diritto di spostarsi va finalmente riconosciuto il diritto di restare. Per la Sardegna delle aree interne svuotate dallo spopolamento, questa non è una formula: è una questione di sopravvivenza. Restare viene da re-stare, restare in piedi, tenere il proprio posto. Il diritto di restare è il diritto di un giovane di Orgosolo, di Bitti, di Villacidro a rimanere in piedi nel suo paese senza dover scegliere tra la radice e il futuro. È il rovescio esatto dello spopolamento; ed è, per chi è già partito, diritto al ritorno.

Su questo l’Europa non è un vincolo ma l’alleata naturale. Le Autonomie, diceva Dellai, vivono sui confini — lui sulle Alpi, noi sul mare. E proprio a Oliena sedevano delegazioni di Corsica e Catalogna: l’isola non è periferia di Roma, è cuore di un Mediterraneo di popoli e regioni. Contro il vento freddo dei nuovi nazionalismi, la Sardegna può diventare laboratorio di una vera regione europea mediterranea — non un recinto identitario, ma un nómos aperto, una comunità che ripartisce con giustizia e tende la mano oltre il mare.

Tutto questo richiede una cosa sola, ed è la più difficile: smettere di consumare la politica fatta altrove e ricominciare a produrla. Una comunità autonoma, ha detto Dellai con una frase che mi porto a casa, non consuma passivamente la politica partorita altrove: la produce, la inventa, la rinnova con linguaggi propri. 

Mario Melis lo sapeva camminando per le strade di questo paese. 

Autonomia è darsi la propria legge. 

Non aspettare che qualcuno ce la dia. 

Non lamentarsi che ce la danno sbagliata. 

Darsela. 

È un atto di libertà e, nello stesso respiro, di responsabilità — una promessa che la Sardegna fa a sé stessa e a cui, da troppo tempo, deve ancora rispondere.

È ora di rispondere.

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