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Dialogo con Giorgio Vallortigara sul significato del 25 aprile

Cagliari, 25 aprile 2024

 

Dialogo con Giorgio Vallortigara sul significato del 25 aprile

Le polemiche desolanti e mortificanti sul significato di questa giornata, 25 aprile, mi hanno portato a ripensare al dialogo che abbiamo intrecciato a Foligno, nella giornata conclusiva della Festa di scienza e filosofia, e a quanto dalla ricerca scientifica seria e rigorosa possano essere tratti insegnamenti importanti non solo dal punto di vista culturale, ma anche per il confronto politico.

Nella lettera dal gulag a sua figlia Ol’ga del 22 novembre 1936, poco più di un anno prima che venisse ucciso con un colpo di pistola alla nuca in un bosco nei pressi di Leningrado, Pavel Florenskij scrive: “Il passato non è passato, ma si conserva  eternamente da qualche parte, in qualche modo, e continua a essere reale e ad agire”.  Il tuo libro Il pulcino di Kant trasforma questa suggestione filosofica in analisi scientifica e dimostra in modo rigoroso che per spiegare la nostra capacità di orientarci nel presente occorre far riferimento a una memoria profonda, che ha i tempi lunghi della storia naturale e non quelli brevi dello sviluppo individuale, che sono quindi a priori per l’individuo e a posteriori per la specie di appartenenza, che sono pertanto i risultati di un’esperienza acquisita lungo la scala temporale della storia filogenetica.

Ne consegue che non si può ridurre la memoria a un archivio di ricordi, a qualcosa di compiuto, chiuso e risolto nella dimensione di ciò che è stato e non è più, ma bisogna saperla guardare in profondità, come il tralucere e l’incarnarsi del «qui» e «ora» in un processo di lunga durata che si rivela come infinitamente più significativo della sua mera empiricità, nel quale il passato vive dentro di noi, è ciò che viviamo, respiriamo, di cui ci nutriamo senza accorgercene, perché da esso siamo costantemente abbracciati e sostenuti. Per questo non lo si può separare dal presente e neppure dal futuro, perché, come tu scrivi, è proprio “sulla base delle precedenti esperienze”,  che si “deve stimare il grado di novità dello stimolo” e, per farlo, occorre “richiamare alla memoria i ricordi immagazzinati e poi elaborarli per un uso futuro”. Dunque, per classificare eventi o stimoli l’organismo deve riconoscere l’invarianza delle caratteristiche di un’esperienza, ignorando o scartando le variazioni tra gli episodi che sono invece fondamentali al fine di rilevare le novità e costruire una registrazione dettagliata delle esperienze episodiche. Nel primo caso deve fornire risposte rapide basate sulla categorizzazione del tipo tutto o niente, nel secondo deve saper operare la necessaria discriminazione all’interno delle categorie facendo invece uso di proprietà variabili degli stimoli. Bisogna pertanto riuscire a coniugare due aspetti solo apparentemente inconciliabili: saper far bene il lavoro di routine, consolidando le tendenze ereditate dal patrimonio della storia dell’umanità e quelle in atto, e generando adattamenti a queste tendenze; e sapersi altresì nutrire della consapevolezza che queste tendenze si avvicinano sempre più al punto di rottura e che presto emergeranno altri equilibri, caratterizzati da logiche e da regole assai differenti, in ogni caso non riducibili a quelle del momento presente.

Si deve allora concludere che, per i sistemi viventi s’impone la necessità di essere articolati in una triplice dimensione temporale, con un saldo radicamento nel passato, un piede nel presente e un altro nel futuro e che la persona umana è un sistema complesso metastabile, caratterizzata da un perenne andare e venire tra le diverse dimensioni del tempo che la caratterizzano e in cui si articola, che la rendono flessibile, capace di molte identificazioni e dunque di una continua metamorfosi.  Proprio a questa sua condizione di metastabilità, di equilibrio instabile e dinamico tra passato, presente e futuro, interpretati e vissuti senza alcuna gerarchia, si deve la comparsa di potenziali inespressi che, pur in presenza dei vincoli che ne condizionano sia la struttura interna, sia la relazione con l’ambiente, rendono la persona un  sistema costantemente sul punto di sfasarsi e di aprirsi alle opportunità compatibili con la presenza dei vincoli suddetti.

Ecco perché ridurre la memoria a un insieme di ricordi cristallizzati nel passato e da celebrare in maniera asettica e priva di qualunque tensione emotiva, con rituali rievocativi che ne sterilizzano la carica vitale, significa mortificarla e non comprenderne la funzione. È questo che rende difficile capire perché una giornata come il 25 aprile, nella quale si festeggia la liberazione, costituisca la chiave per afferrare il nostro presente, far presa su di esso e orientarci di conseguenza, e per renderci immuni dai veleni del passato con l’acquisizione degli antidoti necessari per non ricadere nelle tragiche esperienza che lo hanno caratterizzato, e non una stanca riproposizione del tempo che fu.

C’è un altro aspetto di ciò che hai detto a Foligno, e che caratterizza la tua linea di ricerca che mi sembra particolarmente significativo a questo riguardo. Si tratta della tua convinzione che la maggiore dimensione del cervello umano, di gran lunga superiore a quella di altri organismi viventi, sia da attribuire, più che alla capacità di affrontare problemi complessi, che risultano alla portata anche di cervelli non solo molto più piccoli, ma anche molto meno articolati e strutturati, al volume di una memoria assai più estesa, necessaria per affrontare il peso della categorizzazione, cioè dei meccanismi sono alla base della formazione di due categorie di concetti astratti: i sortali e i modi. I primi sono tipi di oggetti, sia quelli naturali, sia gli artefatti, e individuano il «tipo» di entità con cui si ha a che fare, forniscono cioè i criteri per individuare e per contare gli oggetti che li rispettano; i secondi sono invece le proprietà di cui godono gli oggetti così individuati. La capacità di distinguere specie diverse e, all’interno della stessa specie, come ad esempio quella umana, decine e centinaia di volti diversi richiede, come oggi dimostrano i processi di apprendimento dell’intelligenza artificiale, una memoria imponente, che va quindi considerata parte essenziale di processi cognitivi pregiati, un supporto imprescindibile degli strumenti per pensare, e non un deposito inerte.

Ecco che cos’è la memoria alla luce della ricerca scientifica più avanzata: ed ecco perché sono convinto che libri come il tuo Pulcino di Kant dovrebbero costituire la base sulla quale impostare, a livello scolastico, i programmi di educazione civica, per far capire ai nostri giovani quale sia il significato autentico di giornate come il 25 aprile e il giorno del ricordo della Shoah, e perché sia importante celebrarle nel modo dovuto.

Silvano Tagliagambe

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