E se domani

Cagliari, 4 aprile 2024

 

E se domani.

In questo periodo post elettorale, molti fanno considerazioni piene di calore e di nobili obiettivi. Però nulla cambia.

Individualismo. Immobilismo. Menefreghismo.

Sembriamo (?) un popolo di ex.

Ex monarchici, ex fascisti, ex democristiani, ex comunisti.

Scegliete Voi gli altri ex.

Un popolo pronto ad innamorarsi delle nuove sigle politiche che sembra incarnino il cambiamento necessario. A partire dagli anni ‘90.

Ma nulla cambia.

Ergo almeno due generazioni, in politica e nella società, hanno fallito.

Maggioranze (?) silenziose (?) che hanno delegato a pochi.

I migliori? Perché? Perché troppo impegnati a fare i buoni scolaretti?

La costruzione delle classi dirigenti dei partiti è stata un processo chiuso, inquinato e amicale o familistico o, forse, massonico e carbonaro.

Il nostro errore è stato delegare la presa del potere alle corporazioni, un partitone unico che ha sostituito il modello di democrazia con un modello di apparente democrazia che ha come unico scopo non (?) dichiarato, non il bene comune, ma il mantenimento dello status quo.

 

Allora, in questo scenario, ha un senso una nuova conformazione politica prima e partitica poi?

Oppure si ricadrebbe nella tradizione della sinistra fatta di scissionismo perpetuo come ricordata da Guzzanti / Bertinotti?

Vero che l’ideazione e creazione di un nuovo soggetto politico è un percorso difficilissimo, forse, ad oggi, quasi impossibile da poter attivare.

E le Sardine? E Santoro?

Anche laddove qualcuno le indicasse come buone iniziative, cosa sono diventate? Come hanno inciso?

 

O pensare a percorsi federativi?

O pensare al vero civismo?

Ma i giovani ci capirebbero? E chi non vota?

 

Possiamo animare un guizzo con forte base giovanile e sociale (territoriale) che possa dire qualcosa di sinistra?

Ma non le solite palle trite e ritrite dette peraltro col solito linguaggio di chi parla senza ascoltarsi né ascoltare.

Possiamo esporre critica forte al capitalismo e al neoliberismo?

Possiamo batterci per cambiare le basi dell’attuale economia?

Possiamo dire basta alle privatizzazioni?

 

Abbiamo bisogno di meno radical chic e di più sensibilità per un nuovo civismo inclusivo ed una nuova economia.

Un nuovo movimento deve toccare questi tasti.

 

In questo momento a sinistra solo apparentemente c’è affollamento ma in realtà c’è una forte carenza di rappresentatività, che porta ad un fortissimo astensionismo durante le votazioni (che penalizza soprattutto la sinistra) ed un forte disinteresse per la gestione della cosa pubblica.

Gli attuali schemi partitici non sono riusciti a raccogliere l’eredità dei grandi partiti di sinistra e di centro del secolo scorso.

Veti incrociati, correnti, accordi. Solita zuppa.

 

Attenzione agli errori gravi da non commettere.

Non servono partiti imperniati su una sola personalità.

Non è tempo di partiti personali né di leadership dirigiste, neanche se ammantate di gentilezza.

 

Quando si rinuncia alla progettualità ed allo sguardo profondo si è quantomeno zoppi. Se c’è incapacità a rappresentare le istanze di cambiamento, di trasformazione della società e di riequilibrio delle disuguaglianze si è quantomeno zoppi.

Vogliamo bandire il populismo spicciolo e di basso profilo?

Vogliamo bandire chi rappresenta solo sé stesso?

 

Il civismo può essere una strada?

Forse, ma se non lo riempiamo di contenuti o meglio di valori farà poca strada.

 

C’è un grande spazio che può essere colmato, è lo spazio politico che un periodo si chiamava della social democrazia, è quello spazio che deve mettere il tema del lavoro, dei diritti, della socialità, dell’equità, al centro della sua visione politica.

Nuovi diritti, integrazione degli ultimi, di diversi, degli immigrati.

Possibilità di creare lavoro e sviluppo nei territori più lontani anche a costo di creare forti diseconomie.

 

Senza mai dimenticare la nostra specificità ed unicità.

Noi siamo la Sardegna e ci serve un nostro regionalismo vero.

Un civismo moderno non può che avere in animo di sostenere e spingere le note autonomistiche e di autodeterminazione di cui la nostra terra ha bisogno.

 

Ricordiamoci l’articolo uno della costituzione ovvero quale ruolo ha il lavoro nello scenario politico, nella valorizzazione dell’individuo, nello sviluppo e nel riequilibrio dei territori. Un grande partito social democratico, interno alla famiglia europea dei socialisti e connesso con le grandi democrazie occidentali in Italia avrebbe uno spazio enorme.

 

Partiamo da contenuti concreti?

Quale società vorremmo?

Siamo pronti a ridurre le diseguaglianze e le rendite?

Diciamo basta allo strapotere finanziario e bancario?

Parliamo di processi di redistribuzione dei redditi.

Parliamo  davvero di progressività dell’imposizione fiscale?

Utopie?

Serve scrivere un nuovo manifesto?

 

Noi ci siamo.

Nicola Pirina, Gianfranco Fancello, Francesco Atzeri, Lucio Murru, Giuseppe Pintor

Sardegna 2050

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