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E se parlassimo di sviluppo armonico dei territori?

Cagliari, 19 aprile  2024

 

a cura di Nicola Pirina (inter alia)

 

Ciò che caratterizza l’eterno ripetersi della storia è l’assenza di lungimiranza,

la riluttanza ad agire quando invece l’azione sarebbe semplice ed efficace,

la mancanza di lucidità,

la confusione nei consigli proferiti,

fino al momento in cui non si verifica un’emergenza

e non veniamo scossi dallo spirito di autoconservazione.

Winston Churchill 

 

E se parlassimo di sviluppo armonico dei territori?

 

Appunti per il Convegno 10-16/11/2023 della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco.

 

L’espressione sviluppo locale è stata tanto abusata quanto oggi caduta in declino.

A volte, da una decina d’anni, impropriamente confusa col nuovo vessillo, l’innovazione.

Che farà la stessa fine concettuale, speriamo non anche fattuale.

Fiumi d’inchiostro, quintali di eventi, convegni e seminari, quettabyte (10 alla 30^, terabyte per capirci è 10 alla 12^) di materiale nel web.

Fin troppi esperti, centinaia di agenzie, migliaia di policy dedicate, difficilmente calcolabile l’esborso pubblico che, anche solo dagli anni ‘90 (se andassimo indietro sarebbe drammatico), avrebbe dovuto trasformare il volto dei tanti territori in ritardo di sviluppo.

Ma tant’è.

Per leggere lo sviluppo locale bisognerebbe guardare ai complessi aspetti socioeconomici e politici che si sviluppano su un territorio (mai visto a se stante ma sempre in dialogo con gli altri) e che determinano vantaggi competitivi che il mercato da solo non potrebbe sviluppare. Attraverso la cooperazione fra attori e la creazione di reti proattive e stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e di azione. Lo sviluppo locale è dunque un processo di cooperazione e cambiamento finalizzato a produrre beni collettivi locali (e translocali), in cui è di fondamentale importanza il ruolo degli attori locali per alimentare una strategia di valorizzazione delle risorse locali. Lo sviluppo locale si può generare spontaneamente, o può essere indotto dall’azione sugli attori sul territorio.

 

Ma non si convincerà mai nessuno a fare qualcosa se in autonomia non ha già deciso di farlo.

Si sviluppano i territori che si vogliono sviluppare perché lo desiderano.

Si popolano i territori che si amano e che vogliono essere vissuti dalle persone che li scelgono per la vita (o porzione della stessa).

 

Quindi, contorni imprecisi e definizioni non sempre univoche.

Ma lo sviluppo locale dovrebbe semplicemente essere considerato un complemento delle politiche macroeconomiche, uno strumento di emancipazione dei protagonisti locali, un approccio democratico e partecipativo ai problemi della società civile, uno strumento privilegiato per la creazione di nuovi posti di lavoro grazie alla gemmazione di nuove imprese (startup o meno che siano), un modo per favorire la crescita degli ecosistemi territoriali in tutte le loro dimensioni.

Viceversa, ad oggi, il declino del paradigma e delle politiche derivate si trova piuttosto in uno stato di quiescenza. Le ragioni? Le difficoltà dell’economia e della politica italiana negli ultimi trent’anni (e più …) ed il riemergere del divario di sviluppo storico tra le regioni settentrionali e meridionali del paese. Almeno.

 

Nel prossimo futuro, la relazione tra politiche macro e micro è possibile cambi, dando luogo a un nuovo modello di governance, in cui le istituzioni centrali e quelle locali potranno essere chiamate a svolgere un nuovo ruolo nei processi di sviluppo.

Magari incisivo.

Può dirsi davvero conclusa la stagione delle politiche territoriali e con essa superato il paradigma dello sviluppo locale?

O più in generale sono le politiche per lo sviluppo a soffrire un periodo di crisi?

La critica alle politiche territoriali è iniziata con il bilancio dei loro esiti.

 

Eppure, a ben osservare, il concetto di territorio rimane presente nel più generale discorso politico: dal federalismo alla questione settentrionale, passando per le differenziazioni interne al sud sino ai contenuti della programmazione, per non dire delle problematiche che riguardano la relazione tra le città e le cosiddetta aree interne.

Non c’è spinta al cambiamento, sono inasprite le criticità strutturali, c’è ancora un basso contenuto tecnologico, siamo ancora troppo orientati a mercati a domanda di lenta crescita, perdiamo competitività.

Il declino è connesso al governo politico del nostro modello di sviluppo capitalistico, debole nella definizione delle scelte strategiche e sul come concentrare gli investimenti pubblici.

Fenomeni diffusi e capillari di esclusione e di marginalità sociale, di disoccupazione e di sommerso, di bassa vivibilità dei territori, si combinano tra loro e finiscono per tradursi in una scadente qualità della vita individuale e collettiva. Con la criminalità che continua ad agire indisturbata e ad espandersi attraverso la gestione di attività economiche illecite, da cui recupera risorse finanziarie che, riciclate ed immesse nel circuito economico di realtà territoriali con tratti tipici dell’arretratezza, alimentano mercati surrettizi e finiscono per legittimare anche culturalmente pratiche comportamentali prevaricatrici avulse da qualsivoglia concezione di bene pubblico.

In sintesi fortemente distorcenti dal punto di vista economico e soprattutto sociale.

Surclassati dalla Spagna e distanziati addirittura da molte parti della Grecia, i nostri territori non solo non decollano, ma arretrano.

 

Sono i territori oggi a dover fronteggiare le questioni lasciate irrisolte.

In questo senso, diventa cruciale il tema dell’innovazione istituzionale e dei modi per promuoverla.

In definitiva, la tendenza generale è chiara: i territori si pongono come il livello di governo più adatto, più attrezzato a gestire la transizione in corso. La crisi delle politiche territoriali, più che ridimensionare il ruolo delle amministrazioni regionali, le riporta al centro dei nuovi scenari competitivi ed istituzionali sino a concepirle come centri regolatori dei conflitti funzionali alla strutturazione di un equilibrio sempre dinamico tra forze sistemiche tese all’accentramento verticistico del potere e spinte alla frammentazione localistiche dello stesso.

 

E’ forse arrivato il momento dell’Europa delle Regioni, nel senso di Comunità Autonome Europee?

 

C’è una indubbia resistenza, ma la persistente centralità dei territori e l’indispensabilità di produrre beni pubblici atti a migliorare le condizioni di contesto delle attività di impresa, deve portare a rielaborare e ridefinire l’azione pubblica intorno ad una diversa combinazione d’azioni.

Le cose cambiano.

Gli interventi straordinari nel Mezzogiorno hanno fallito.

Idem la programmazione negoziata e la progettazione integrata.

Stessa sorte avrà la politica di coesione europea.

Non sono fiducioso neanche sul PNRR.

Pruriginose farraginosità amministrative non salvaguardano i processi d’innovazione che servono.

Vanno cambiate le politiche e per farlo vanno rinnovato il parco competenze sia politiche che tecniche.

 

I territori rimangono un campo denso di pratiche sociali, economiche, culturali, dove viene coltivata la coscienza di luogo. Pensare ai territori come ad un particolare tipo di bene comune da affiancare, con pari dignità, al noto bene comune naturale non è un errore. Anzi.

Giunto all’apice del distacco dalla comunità, l’uomo contemporaneo ha finito col diventare la prima vittima di essa. Ossessivamente ripiegato sulla propria soggettività, è proiettato verso una separatezza del tutto inospitale, dimentico di ogni relazione con l’altro che non sia funzionale al perseguimento della propria funzione obiettivo. Solo se fa un passo indietro dall’individualismo possessivo la scienza economica potrà aprirsi alla relazionalità e accrescere la sua valenza sia esplicativa sia normativa.

 

L’economia come se la persona contasse. Davvero.

Le persone non hanno solo bisogno di merci, ma anche di relazioni umane.

Ciò che le società umane ipertrofiche stanno distruggendo non è solo il nostro pianeta, non è semplicemente la terra, è piuttosto l’ambiente dell’uomo, il territorio, vale a dire il prodotto culturale del nesso inscindibile fra le comunità insediate ed il loro contesto locale.

Punterei sull’innalzamento del grado di digitalizzazione delle amministrazioni, per incidere contemporaneamente sull’efficienza nell’uso delle risorse, sulla riduzione dei tempi amministrativi e sulla semplificazione delle procedure per imprese e cittadini, nonché sull’innalzamento del livello di trasparenza e legalità.

Serve un forte orientamento delle amministrazioni pubbliche al conseguimento dei risultati, con il monitoraggio del loro operato e degli standard di qualità raggiunti, una politica che promuova con decisione la convergenza delle aree in ritardo economico poggia sul rafforzamento dell’iniziativa privata.

In quest’ambito, appare cruciale la riduzione dei gap infrastrutturali del Mezzogiorno.

Evasione, corruzione e criminalità (cui sommerei dabbenaggine) sono fattori che premiano le imprese opache e il ricorso al lavoro nero, ostacolando l’affermazione delle migliori iniziative imprenditoriali.

La convergenza delle tecnologie e la proliferazione di strumenti disponibili per le masse trasformeranno le economie e le società, offrendo enormi opportunità in termini di produttività, aumento del benessere e partecipazione consapevole e attiva. A mano a mano che diventano più partecipi e più connesse, le persone saranno più creative, più dinamiche e meno legate allo stesso lavoro per tutta la vita, ma saranno anche più esigenti e più critiche. L’inarrestabile ascesa dell’Asia metterà presto fine ai circa due secoli di predominio mondiale da parte del continente europeo e degli Stati Uniti d’America.

Il mondo diventerà sempre più multipolare.

La globalizzazione proseguirà, ma sarà guidata da nuovi attori con valori diversi.

Questo potrebbe portare a nuove forme di contrapposizione tra i principali protagonisti sulla scena mondiale.

 

In conclusione.

Serve cercare un nuovo punto di equilibrio e ricostruire quella cultura fiduciaria che faticosamente si intendeva far germogliare.

Cosa rende un territorio più attraente di un altro?

Le persone.

Laddove siano messe in condizione di cambiare il volto del territorio che hanno scelto di vivere.

Servono nuovi governi locali che sappiano interpretare il presente e capire gli scenari futuri, per gestire efficacemente i processi di sviluppo che non possono che essere basati su fiducia e collaborazione (tra persone, tra territori, tra imprese), al fine di creare una qualità della vita più elevata.

I nuovi modelli di organizzazione della produzione spostano l’attenzione sull’industrializzazione diffusa.

Attenti però alla difficile schematizzazione e catalogazione delle esperienze e all’impossibilità di proporre soluzioni uguali per ogni area.

Le specificità rimangono tali ma non devono diventare emarginazione.

Un processo di sviluppo armonico dei territori è caratterizzato da trasformazioni della struttura economica e sociale degli stessi sempre che le stesse siano in relazione con quelle degli altri territori.

Digital twins docet.

Mai escludere gruppi sociali ed aver sempre cura di diffondere le informazioni corrette.

I processi di sviluppo armonico non sono problemi matematici puri, né sono risolvibili con combinazioni ingegneristiche di elementi economici.

Sono principalmente processi sociali.

Lo sviluppo armonico dei territori dipende non tanto dal trovare le combinazioni ottimali delle risorse e dei fattori di produzione dati, quanto dal suscitare ed utilizzare risorse e capacità nascoste, disperse e male utilizzate. Nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

Credo che oggi ancora più di ieri sia determinante disporre di buoni dataset per la conoscenza dei territori e per intervenire sul loro sviluppo con politiche efficaci.

La rilevanza della dimensione locale è cresciuta da tempo.

La capacità dei territori di offrire beni collettivi globali è diventata una delle risorse più importanti per lo sviluppo economico di un paese.

La globalizzazione accresce il rilievo della dimensione locale.

Serve accrescere le capacità radicate di un territorio, le conoscenze specializzate e le risorse relazionali che legano gli attori locali.

 

E chiudo.

 

Non possiamo essere felici se il nostro prossimo non lo è.

Vale per le persone come per i territori.

Vale per le aziende come per i professionisti.

E’ passato il tempo dell’homo economicus.

E’ importante essere generativi, circolari e sostenibili.

 

La periferia dell’anima è il punto di non ritorno di una società che voglia definirsi tale.

 

Un sorriso, Nicola

 

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