Elmas, 1 agosto 2026
h. 10.00 – 13-00
Economia Sociale e rigenerazione delle comunità e del territorio
Campus Formativo del Progetto Policoro — Confcooperative Sardegna
Comunità dei Padri Somaschi
Intervento di Nicola Pirina
Presidente Sardegna 2050
La parola policoro contiene una teoria del futuro?
Proviamo ad aprire una matrioska. La parola policoro.
Vediamo se dentro troviamo cosa significhi rigenerare un territorio.
Rigenerare un territorio significa trasformare molti spazi in molti cori capaci di ascoltarsi?
E l’animatore di comunità? E’ un solista? O è il compositore che rende possibile che voci lontane, diverse, persino discordi, comincino a rispondersi?
La policoralità — cooperare – è cantare all’unisono o è imparare a rispondersi restando diversi?
Abbiamo ascoltato -> https://www.youtube.com/watch?v=z-m3V1cwnPY&t=83s
Quattro voci maschili in cerchio: sa boche (la voce che porta le parole), sa mesu boche, sa contra, su bassu.
Tre domande.
Quante voci avete sentito?
Chi comandava?
Se una voce fosse mancata, ve ne sareste accorti?
Nessuno comanda. Le voci si rispondono.
E ognuna è indispensabile, ma nessuna basta da sola.
Il canto a tenore è nato nei pascoli, è il paesaggio che diventa voce.
È un territorio che canta se stesso.
Ed è, dal 2005, Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO.
E’ un Policoro.
Pensavate fosse il nome di un paese in Basilicata.
Pensavate fosse il nome del progetto per cui siete qui.
Nelle prossime tre ore scopriremo che è molto di più, è una parola che contiene, sepolta da secoli, una teoria del futuro.
Almeno per me.
La apriremo insieme, strato dopo strato, come una matrioska.
La parola policoro potrebbe avere due radici greche quasi identiche nel suono ma opposte nel significato:
- χῶρος (chôros), lo spazio, il luogo, la regione;
- χορός (chorós), il coro, la danza, l’insieme di voci.
Poli- davanti a entrambe: molti.
Dunque policoro può voler dire, contemporaneamente, molti spazi e molti cori.
La lingua tiene insieme ciò che noi separiamo.
Un territorio è molti spazi, una comunità è molti cori, rigenerare vuol dire far coincidere le due cose.
Policora, si dice di una pianta che dissemina i propri semi in modi diversi e molteplici.
La viola, ad esempio, prima la capsula matura scatta e lancia i semi a distanza, poi le formiche, attratte da una piccola appendice zuccherina, li trasportano ancora più lontano. Una sola pianta, molte vie di dispersione.
È la prima immagine di cosa significa rigenerare: non un canale, ma molti, ridondanti, resistenti. Se ne fallisce uno, ce n’è un altro. Un territorio che affida il suo futuro a un solo settore, a una sola fabbrica, a un solo flusso turistico, è una pianta con un solo seme: basta un colpo di vento sbagliato. Un territorio policoro dissemina in molte direzioni. E l’animatore di comunità è, letteralmente, un meccanismo di disseminazione policora: prende conoscenza, speranza, opportunità e le lancia in molte direzioni — la scuola, la parrocchia, la piazza, l’impresa che ancora non esiste.
In geometria un policoro è una figura a quattro dimensioni.
Un territorio ha dimensioni che tutti misurano, lunghezza, larghezza, altezza — i chilometri quadrati, gli edifici, le strade, i numeri del PIL.
È il territorio che vede il geometra, uno spazio da riempire.
Ma un territorio vivo ha una quarta dimensione invisibile ed è quella che fa la differenza tra un luogo che sopravvive e uno che rinasce, la quarta dimensione è il tempo-relazione-futuro, le storie che si tramandano, i legami tra le persone, la capacità di immaginarsi domani.
Riqualificare un paese significa lavorare sulle dimensioni visibili — rifare la piazza, intonacare le case.
Rigenerare significa aggiungere la quarta.
Un intervento che tocca solo le tre dimensioni visibili produce paesi bellissimi e vuoti.
Verso la metà del Cinquecento, a Venezia, nella Basilica di San Marco, nasce una rivoluzione musicale. La basilica ha due grandi balconate contrapposte, con due organi. A un maestro fiammingo, Adrian Willaert, viene l’idea: e se dividessi il coro in due, li mettessi su balconate opposte, e li facessi rispondere l’uno all’altro? Nascono i salmi spezzati (1550). I due, tre, quattro cori — detti “cori spezzati” o “battenti” — non cantano la stessa cosa insieme: si chiamano e si rispondono da punti diversi dello spazio. Il suono avvolge l’ascoltatore, arriva da ogni parte. È stereofonia quattro secoli prima degli altoparlanti.
I nipoti d’arte, Andrea e Giovanni Gabrieli, la portano al sublime. Ed è con Giovanni Gabrieli che, nel 1587, compare per la prima volta nella storia una parola destinata a durare: concerto.
Sapete cosa vuol dire concertare? Dal latino, concertare, originariamente gareggiare, disputare insieme. Il concerto nasce da voci che quasi litigano — ma in modo ordinato, rispondendosi.
Ecco la tesi: la policoralità ci insegna una cosa che va contro tutto quello che ci hanno raccontato sulla cooperazione. Ci hanno detto che cooperare significa andare d’accordo, cantare all’unisono, fare tutti la stessa cosa. È falso. All’unisono, se una voce stona, crolla tutto. La policoralità è l’opposto: voci diverse, in punti diversi dello spazio, che restano diverse e proprio per questo si rispondono. La bellezza non nasce dall’uniformità. Nasce dalla distanza e dalla risposta. Una comunità che funziona non è un coro all’unisono. È un coro spezzato.
Policoro esiste davvero, in Basilicata, sullo Ionio. Sorge sulle rovine dell’antica Herakleia, colonia magnogreca fondata alla fine del V secolo a.C. E lì, nel 1732, sono state ritrovate due tavole di bronzo con iscrizioni in greco: le Tavole di Herakleia, oggi al Museo Archeologico di Napoli.
Cosa dicono?
Sono un catasto e un contratto.
Registrano le terre sacre — quelle del dio Dioniso e quelle della dea Atena — che la comunità aveva riordinato e affidato in affitto a privati cittadini. E fanno una distinzione preziosissima: le terre di Dioniso, meno fertili, in affitto enfiteutico a lungo termine (chi le migliora ne gode a lungo); le terre di Atena, più fertili, in affitto quinquennale.
Le Tavole di Herakleia sono uno dei più antichi documenti europei di governance dei beni comuni: come una comunità amministra ciò che è di tutti, come calibra gli orizzonti temporali (lungo periodo per chi rigenera, breve per chi solo raccoglie), come tiene insieme il sacro e l’economico. Ventiquattro secoli dopo, un economista premio Nobel, Elinor Ostrom, dimostrerà con la matematica che le comunità sanno governare i beni comuni senza bisogno né dello Stato né del mercato puro. E la dottrina sociale della Chiesa chiama questa stessa intuizione destinazione universale dei beni: la terra, e oggi anche i dati e gli algoritmi, sono per tutti.
Papa Leone XIV: «Nessun giovane può essere lasciato in panchina».
Il Progetto cambia nome: si chiamerà «GenerAzioni in Rete».
Voi siete, letteralmente, la generazione del passaggio. Non più una generazione sola, ma la generatività: l’azione che crea reti sui territori. E guardate i tre ambiti su cui il nuovo progetto concentrerà le forze: le aree interne; la formazione sociopolitica; le startup legate ai beni ecclesiastici in disuso — le chiese chiuse, le canoniche vuote, gli oratori abbandonati che possono tornare pastoralmente efficaci.
Ora rileggeteli con la lente che abbiamo appena costruito: le aree interne sono il chôros, i molti spazi; la formazione sociopolitica è il chorós, l’arte di far rispondere le voci nella polis; i beni ed i territori sono spazi da riempire di cori.
Il territorio
Ognuno di voi ha un paese, una periferia, una scelta di restare o partire.
La distinzione che cambia tutto: sviluppare ≠ rigenerare
Sviluppare è un verbo lineare, additivo, meccanico. Viene dall’idea di dis-viluppare, srotolare qualcosa che c’era già avvolto: crescere, aggiungere, espandere. È il verbo della metropoli e della fabbrica: più abitanti, più metri cubi, più fatturato. Ha una direzione sola: avanti e in alto. E ha un presupposto crudele: se non cresci, sei un fallimento. Con questo metro, ogni paese dell’interno è già condannato in partenza, perché non potrà mai svilupparsi come Milano.
Rigenerare è un verbo biologico, ciclico, vivente. Non viene dalla macchina: viene dal genere, dal generare, dalla vita che si rinnova da dentro. La lucertola rigenera la coda. La foresta rigenera dopo l’incendio. Il policoro botanico rigenera disseminando in molte direzioni.
Rigenerare non vuol dire diventare più grande: vuol dire tornare a essere vivo, riattivando risorse che erano lì, dormienti.
I nostri paesi non possono svilupparsi. Ma possono rigenerarsi.
È un verbo diverso ed è una liberazione.
Perché lo sviluppo lo misura qualcun altro, con i suoi numeri e noi arriviamo sempre ultimi. La rigenerazione la misurate voi, con i vostri legami.
E cambia la domanda: non più come diventiamo come loro, ma come torniamo vivi restando noi.
Gli studiosi di sviluppo territoriale integrato dicono che ciò che va rigenerato in un territorio non è primariamente il capitale economico, ma i capitali ecologico, sociale e umano. Il territorio non è uno sfondo passivo, è mediatore e attore, capace di produrre da sé partnership, leadership orizzontali, cultura. Il CNR lo dice benissimo: ri-generare significa invertire la tendenza al depauperamento delle risorse, valorizzare il patrimonio culturale tangibile e intangibile, innescare co-produzione con risorse endogene. Endogene: che vengono da dentro. Come i semi della viola.
Attenzione, perché rigenerazione è diventata anche una parola-truffa. C’è un doppio volto. Esiste una finta rigenerazione che è solo restyling: si sistemano le facciate, si aprono i localini instagrammabili, arriva il turismo, salgono gli affitti — e i vecchi abitanti, quelli che il quartiere lo tenevano vivo, non se lo possono più permettere e se ne vanno. È la gentrificazione: rigeneri lo spazio (chôros) e cacci il coro (chorós).
Hai un luogo bellissimo e morto. Restauri il teatro e ne espelli gli attori.
La domanda di controllo, quella che vi salva sempre, è: dopo il vostro intervento, le persone che c’erano prima ci sono ancora e ci stanno meglio? Se la risposta è no, non avete rigenerato. Avete solo cambiato pubblico.
Quando un territorio è davvero rigenerato
A questo punto dobbiamo fare una domanda più difficile.
Abbiamo detto cosa non è la rigenerazione.
Non è rifare una piazza.
Non è restaurare una facciata.
Non è aprire un albergo.
Non è neppure creare qualche posto di lavoro.
Tutte queste cose possono far parte di una rigenerazione.
Ma possono anche non rigenerare assolutamente nulla.
Allora, quando possiamo dire che un territorio si sta davvero rigenerando?
Non esistono ricette identiche per luoghi diversi. Ogni territorio possiede istituzioni, conoscenze, vincoli e possibilità specifiche e lo sviluppo deve essere costruito a partire da quelle differenze.
Quando entrate in un paese fragile non cominciate facendo l’elenco di ciò che manca. Cominciate facendo l’inventario di ciò che c’è.
Persone.
Competenze.
Relazioni.
Edifici.
Terra.
Memorie.
Associazioni.
Imprese.
Tradizioni.
Paesaggio.
Tempo disponibile.
Conoscenza tacita.
Un territorio raccontato soltanto attraverso i propri problemi diventa inevitabilmente dipendente da qualcuno che venga da fuori a salvarlo.
Un territorio che riconosce i propri asset comincia invece a diventare soggetto.
È la differenza tra chiedere che cosa ci manca e chiedere che cosa possediamo che non abbiamo ancora imparato a vedere.
Le disparità territoriali non si affrontano applicando dappertutto la stessa soluzione, ma sviluppando capacità, istituzioni e capitale territoriale specifici dei luoghi.
Ma io aggiungerei un passaggio.
Rigenerare un territorio significa aumentarne la capacità generativa.
Significa fare in modo che quel luogo torni a essere capace di generare continuamente qualcosa che prima non riusciva più a generare:
lavoro,
relazioni,
servizi,
cura,
conoscenza,
impresa,
bellezza,
fiducia,
partecipazione,
opportunità,
futuro.
Non è quindi importante soltanto ciò che il progetto produce.
È importante ciò che il progetto rende il territorio capace di produrre dopo.
Questa è forse la differenza più importante di tutta la mattina.
Un finanziamento può costruire una struttura.
Una rigenerazione costruisce una capacità.
Un finanziamento finisce.
Una capacità rimane.
E allora possiamo costruirci una specie di test.
Se domani vi troverete davanti a un progetto che si definisce di rigenerazione territoriale, fatevi alcune domande.
Ha risvegliato qualcosa che già esisteva nel territorio?
Ha creato nuove relazioni tra persone che prima non collaboravano?
Ha prodotto lavoro o attività economica che possono continuare?
Una parte significativa del valore generato rimane nel territorio?
Gli abitanti partecipano alle decisioni oppure sono soltanto utenti?
Ha migliorato contemporaneamente più dimensioni — economica, sociale, ambientale, culturale?
E soprattutto quando finiscono il finanziamento, il consulente, l’animatore e il progetto, chi continua?
Se non continua nessuno, probabilmente non era rigenerazione.
Era animazione.
Magari bellissima.
Ma temporanea.
Il principio della leva
Guardate però cosa succede nei territori che hanno davvero cominciato a rigenerarsi.
Quasi mai hanno cominciato da un gigantesco masterplan.
Hanno cominciato da una cosa.
Una cosa apparentemente piccola che diventava leva per molte altre.
A Succiso, sull’Appennino reggiano, la storia comincia quando chiudono l’ultimo negozio e l’ultimo bar. Un gruppo di giovani non decide di organizzare un convegno sullo spopolamento. Fonda una cooperativa. Da quel primo gesto crescono nel tempo agriturismo, produzione agricola, ristorazione, servizi, attività educative, turismo e gestione del centro visita del Parco.
Non hanno salvato un bar.
Hanno creato una infrastruttura comunitaria capace di fare molte cose.
La rigenerazione autentica tende a essere multifunzionale.
Un luogo fragile difficilmente può permettersi strutture che fanno una cosa sola.
La vecchia canonica può essere coworking al mattino, doposcuola al pomeriggio, laboratorio la sera.
Il negozio può essere bottega, punto postale, consegna farmaci, sportello digitale e luogo di incontro.
La cooperativa può occuparsi contemporaneamente di turismo, manutenzione ambientale, servizi e produzione.
Il policoro territoriale ritorna ancora una volta: molti usi, molti soggetti, molte economie.
A Melpignano, in Puglia, nel 2011 un progetto di fotovoltaico diffuso sui tetti diventa l’occasione per fondare una cooperativa di comunità.
La tecnologia è quasi secondaria.
Il punto decisivo è chi possiede e governa il processo.
Cittadini, amministrazione, competenze tecniche, università e finanziatori vengono messi dentro lo stesso dispositivo.
Da lì la cooperativa cresce e diversifica le proprie attività. Oggi dichiara circa 1,5 milioni di euro investiti in progetti territoriali e un fatturato medio annuo nell’ordine dei 500 mila euro, reinvestendo gli utili a beneficio della comunità.
Capite il passaggio?
Il pannello fotovoltaico non è la rigenerazione.
La rigenerazione è la comunità che, partendo da quel pannello, impara a organizzarsi.
Questa è un’altra regola.
La tecnologia diventa rigenerativa quando aumenta l’autonomia e la capacità della comunità, non quando semplicemente arriva sul territorio.
Prendiamo una situazione completamente diversa.
Napoli. Rione Sanità.
Un patrimonio culturale straordinario, ma anche disoccupazione giovanile, esclusione e criminalità.
Nel 2006 alcuni giovani del quartiere fondano la cooperativa La Paranza.
Cominciano dal patrimonio che stava letteralmente sotto i loro piedi: le catacombe.
Le recuperano, le aprono, costruiscono competenze, turismo culturale, formazione, nuove imprese.
Nel 2024 l’esperienza presentata alla Commissione europea raccontava una crescita da 5 a circa 70 lavoratori, oltre 14.000 metri quadrati di patrimonio recuperato e una rete di nuove attività nate intorno al processo; il 75% dei cooperatori aveva scelto di continuare a vivere nel quartiere.
Questa è rigenerazione.
Perché il risultato non sono soltanto delle catacombe restaurate.
Sono giovani che hanno trovato una ragione economica e sociale per rimanere.
Il patrimonio culturale è diventato capitale umano.
Il capitale umano è diventato impresa.
L’impresa ha prodotto altro patrimonio, altre attività, altra reputazione.
È nato un circuito.
La rigenerazione comincia davvero quando un capitale riesce a generarne un altro.
Nelle Dolomiti bellunesi, a Fonzaso, un vecchio opificio è diventato Dolomiti Hub.
Coworking, formazione, cultura, spettacolo, lavoro, progettazione, servizi e comunità convivono nello stesso spazio.
Ma anche qui il punto non è l’edificio recuperato.
Il loro stesso linguaggio lo racconta bene: una piattaforma di aggregazione, collaborazione e contaminazione, nata attraverso un processo partecipato.
L’edificio diventa infrastruttura relazionale.
E questo è enormemente replicabile per voi.
Perché quasi ogni territorio italiano possiede qualcosa di simile:
una scuola chiusa,
una canonica vuota,
una stazione inutilizzata,
un cinema parrocchiale,
un capannone,
un monastero,
una casa cantoniera,
una bottega vuota.
La domanda sbagliata è cosa ci mettiamo dentro, la domanda giusta è quali capacità del territorio vogliamo far nascere qui dentro.
Duecentocinquanta chilometri tra Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, tra i Sibillini e il Gran Sasso c’è il Cammino nelle Terre Mutate, un progetto di rigenerazione territoriale nato per attraversare e connettere le aree colpite dai terremoti del 2009 e del 2016. Un’infrastruttura lenta che unisce territori, persone e storie, trasformando una ferita collettiva in un percorso di rinascita. E oggi quelle stesse associazioni stanno lavorando verso la costituzione di un’impresa sociale in forma comunitaria e cooperativa, da verificare insieme agli abitanti dei territori attraversati. Nessuno di quei paesi, da solo, sarebbe stato in grado di attrarre un visitatore. Messi in fila, sono diventati un soggetto. E — sentite come torna tutto — un cammino è letteralmente un coro spezzato: molte voci in punti diversi dello spazio, che si rispondono lungo una linea.
Se il vostro paese è troppo piccolo per contare da solo, la domanda non è come diventare più grandi. È: con quali altri quattro paesi possiamo diventare una linea?
Adesso facciamo un salto ancora più interessante.
Perché si può rigenerare un territorio senza restaurare neppure un edificio.
A Preston, nel Regno Unito, l’amministrazione e le grandi istituzioni locali — università, scuole, enti pubblici e altre organizzazioni radicate nel territorio — hanno cominciato a chiedersi dove andassero i soldi che già spendevano.
La domanda fu semplicissima: possiamo usare la spesa che già esiste per far crescere imprese, cooperative, competenze e lavoro locali?
Invece di immaginare lo sviluppo soltanto come attrazione di capitali esterni, si cerca di ridurre le continue perdite di valore dal territorio, rafforzando filiere locali, imprese partecipate, cooperative e acquisti capaci di generare valore sociale.
Il Comune di Preston ha documentato un aumento molto significativo degli acquisti trattenuti nell’economia locale attraverso questo approccio.
Pensate a quanto cambia lo sguardo.
Magari il vostro territorio non ha bisogno di nuovi soldi.
Forse ha bisogno di capire dove stanno andando quelli che già circolano.
La mensa scolastica compra fuori.
L’ospedale compra fuori.
Il Comune compra fuori.
Gli alberghi comprano fuori.
Le famiglie comprano fuori.
Il territorio produce reddito e immediatamente lo espelle.
È come cercare di riempire una vasca lasciando aperto lo scarico.
Rigenerare può voler dire anche tappare qualche buco.
La regola più importante: non copiate i progetti
E adesso viene la trappola delle buone pratiche.
Tornate nei vostri territori e non dite a Succiso hanno fatto la cooperativa, facciamola anche noi. A Melpignano hanno messo il fotovoltaico, mettiamolo anche noi.
Sarebbe esattamente il contrario di quello che dobbiamo fare.
I progetti non si copiano. Si copiano i meccanismi.
Da Succiso non dovete copiare l’agriturismo.
Dovete copiare una comunità che prende in carico servizi che stavano scomparendo e costruisce intorno a essi un’impresa multifunzionale.
Da Melpignano non dovete copiare i pannelli.
Dovete copiare una infrastruttura che diventa proprietà, responsabilità e valore condiviso.
Dal Rione Sanità non dovete copiare le catacombe.
Dovete copiare che un patrimonio dimenticato diventa occasione di competenza, lavoro e identità.
Da Preston non dovete copiare un regolamento inglese.
Dovete copiare la domanda: quanto valore prodotto qui riusciamo a far restare qui?
Questa è la trasferibilità intelligente.
Non replicare la risposta.
Replicare la domanda che ha generato quella risposta.
E allora l’animatore di comunità comincia finalmente ad avere un metodo.
Quando arriva in un territorio non cerca immediatamente il progetto.
Cerca una leva.
Un edificio dormiente.
Una competenza inutilizzata.
Una domanda insoddisfatta.
Una spesa che fugge.
Un terreno abbandonato.
Una tradizione senza impresa.
Una tecnologia senza comunità.
Una comunità senza luogo.
Un luogo senza comunità.
Poi prova a collegare le cose.
Perché quasi sempre le risorse esistono già.
Quello che manca è la relazione tra loro.
Ed ecco perché il vostro mestiere non è portare soluzioni.
È costruire connessioni che prima non esistevano.
La rigenerazione territoriale, alla fine, potrebbe essere definita la capacità di una comunità di riconoscere le proprie risorse latenti, metterle in relazione, trasformarle in valore economico, sociale, culturale e ambientale, governare collettivamente una parte di quel valore e usarlo per aumentare continuamente la propria capacità di scegliere il futuro.
Se dopo dieci anni il territorio dipende ancora da chi è venuto a salvarlo, non è stato rigenerato.
Se invece ha imparato a fare qualcosa che prima non sapeva fare — produrre, cooperare, decidere, curare, attrarre, trattenere, raccontarsi — allora sì.
Quella comunità non è semplicemente migliorata.
Ha imparato a generarsi di nuovo.
Due casi che complicano le cose
Fin qui vi ho raccontato storie che hanno funzionato.
Adesso ve ne racconto due che funzionano e hanno un problema, perché se uscite da qui pensando che questo mestiere sia una collezione di successi non vi ho insegnato niente.
Favara.
Quando la rigenerazione dipende da due persone.
Trentamila abitanti nell’agrigentino. Un paese conosciuto per storie di delinquenza e abusivismo edilizio. Dal 2010 un notaio e un’avvocata cominciano a comprare le case abbandonate di un quartiere di sette piccoli cortili e le trasformano in gallerie, residenze d’artista, spazi di socialità. Nel giro di pochi anni Favara diventa la seconda attrazione turistica della provincia dopo la Valle dei Templi. Lui aveva scelto Favara — paese d’origine della moglie — invece di Parigi. I fondatori dichiarano centoventimila visitatori l’anno e centocinquanta persone occupate stabilmente, ottenuti «con fatica, facendo debiti».
Il meccanismo è potentissimo e lo dico soprattutto a chi viene dalla Sicilia: ci sono trasformazioni che si possono fare senza aspettare le amministrazioni pubbliche. Non serve un bando per cominciare. Serve qualcuno che compri il primo cortile.
E qui viene il problema, che l’esperienza stessa ha messo per prima sul tavolo: tra i nodi che quell’avventura ha reso visibili, il primo è la sostenibilità economica. Sedici anni dopo, quel paese è ancora appeso a due biografie. Se quelle due persone domani si fermano, cosa resta? Non lo sappiamo. E il fatto che non lo sappiamo è, di per sé, la risposta.
Camini.
Quando la rigenerazione dipende da un’elezione comunale.
Locride, provincia di Reggio Calabria. Ottocento abitanti. Dal 1999 opera una cooperativa sociale che si chiama Jungi Mundu, che in dialetto significa «unisci il mondo». Il paese ha accolto rifugiati e titolari di protezione internazionale non come ospiti temporanei ma come nuovi cittadini attivi. La cooperativa ha risistemato le case svuotate dall’emigrazione e ha accompagnato le persone verso l’autonomia dando loro un lavoro: chi lavora lì poi affitta o compra casa e ci resta.
Volete il dato più bello che sentirete stamattina? Il comune ha potuto riaprire la scuola materna e avviare regolarmente tutti i corsi. Prima i bambini iscritti erano otto. Nel 2025 quella cooperativa è arrivata tra i dodici finalisti di un premio internazionale per i progetti più innovativi dedicati a migranti e rifugiati.
Adesso la parte che nessuno racconta nei convegni. Una ricerca universitaria su Camini sostiene due tesi insieme: che il modello funziona, producendo una rigenerazione demografica, economica e sociale misurabile; e che è strutturalmente fragile, perché dipende interamente dalla volontà politica di un singolo sindaco eletto.
Tenete insieme le due frasi. Funziona. Ed è fragile. Non è una contraddizione: è la condizione normale di tutto ciò che farete.
Ricordate la domanda che vi ho dato mezz’ora fa — quando finiscono il finanziamento, il consulente, l’animatore e il progetto, chi continua? Camini è quella domanda con un indirizzo e un nome. E la lezione, per voi, è la più dura di tutte, un successo che dipende da una persona non è rigenerazione. È una biografia.
Le biografie sono meravigliose. Ma finiscono.
Restare non è perdere: restanza e diritto al ritorno
Qui tocca la loro ferita più intima, perché ogni giovane dell’interno vive lo stesso bivio: partire o restare? E gli hanno insegnato che chi ha coraggio parte e chi resta ha fallito.
L’antropologo Vito Teti ha coniato una parola bellissima: restanza. Restare non come rassegnazione, ma come scelta creativa e attiva. Restare per presidiare, per tenere accesa la luce, per custodire una possibilità. E accanto alla restanza c’è il diritto al ritorno: il diritto di chi è partito a poter tornare, un giorno, e trovare un territorio che lo aspetta con un lavoro possibile e una comunità viva.
Non vi dirò di restare. Non vi dirò di partire. Vi dirò una cosa più difficile: che sia una scelta e non una condanna. Che chi resta non sia un vinto e chi torna non sia uno sconfitto. Il vostro lavoro è costruire territori dove restare abbia senso e tornare sia possibile.
Territori che meritino il vostro coraggio, in qualunque direzione lo spendiate.
L’economia che ha già l’architettura ma non il nome
E come si fa, concretamente? Con un’economia diversa — quella che avete studiato per tre giorni. Ma datele la cornice storica che merita, perché voi arrivate a questo Campus in un momento che non è casuale. Nel 2021 l’Unione Europea ha adottato il Piano d’azione per l’economia sociale — più di sessanta azioni con orizzonte decennale — e nello stesso anno l’ha riconosciuta come uno dei quattordici ecosistemi industriali del mercato unico: non un settore residuale, un pilastro. Come vi ha detto Gilberto Marras mercoledì: il quattordicesimo asset imprenditoriale del Paese. Nel novembre 2023 il Consiglio UE ha raccomandato a tutti gli Stati membri di dotarsi di una strategia nazionale. E trenta giorni fa — il 2 luglio 2026 — il Consiglio dei Ministri italiano ha esaminato il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale: un documento programmatico decennale che riconosce quattro grandi famiglie di soggetti — Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico, enti religiosi — le qualifica come Servizi di interesse economico generale e apre la stagione dei provvedimenti attuativi. Non è ancora legge: è la cornice dentro cui le leggi verranno scritte. Il che significa una cosa precisa per voi: entrate in servizio nel primo anno della prima strategia nazionale italiana per l’economia sociale. Non state salendo su un treno in corsa. State salendo su un treno alla stazione di partenza.
Volete i numeri di ciò che rappresentate?
Quasi quattrocentomila organizzazioni, un milione e mezzo di addetti, quattro milioni e seicentomila volontari: l’otto per cento dell’economia privata italiana. E dentro questo arcipelago, le cooperative sono solo il tredici per cento degli enti ma il settantadue per cento degli occupati: sono la forma che trasforma la fraternità in stipendi. In Europa: oltre quattro milioni di entità, undici milioni e mezzo di persone al lavoro. Chi vi dice che l’economia sociale è beneficenza con un nome nuovo, semplicemente non ha letto i numeri.
E c’è un passaggio del Piano che sembra scritto per questa sala. Dove parla delle aree interne, il documento registra il crollo di tutti gli indicatori sociali ed economici — e poi annota che esiste un’unica controtendenza: l’incremento dei soggetti dell’economia sociale che si insediano proprio in quei territori, con le esperienze più felici raccolte sotto un nome: cooperazione di comunità. Rileggete la frase: nel deserto statistico delle aree interne, l’unica curva che sale è la vostra. E il Piano ne trae le conseguenze: propone di riconoscere le cooperative di comunità con una legge nazionale — oggi esistono solo leggi regionali —, di qualificare come SIEG i servizi resi nei territori svantaggiati, perfino di istituire zone economiche speciali nei comuni a rischio spopolamento. Il cuore, per voi, sono appunto le cooperative di comunità: imprese fatte dagli abitanti stessi, per tenere vivi servizi e lavoro dove il mercato «fallisce» — cioè esattamente dove GenerAzioni in Rete vi manderà.
Ma attenzione — e qui c’è l’intuizione più profonda, che tiene insieme la Sardegna, Ostrom e il Vangelo. Questa economia della reciprocità non è un’invenzione di Bruxelles. In Sardegna ha un nome antichissimo: s’aggiudu torrau — l’aiuto restituito. Ti aiuto oggi a mietere il tuo campo, sapendo che domani mi aiuterai col mio. Non è baratto (non ti pago), non è carità (non ti faccio l’elemosina): è reciprocità che tiene in vita una comunità. E c’è la forma più commovente: quando a un pastore muore il gregge, gli altri pastori gli portano ciascuno una pecora, e il gregge rinasce. Nel 2017, dopo il terremoto, i pastori sardi hanno portato migliaia di pecore ai pastori di Amatrice. S’aggiudu torrau tra due territori lontani.
Policoralità economica: io canto, tu rispondi e alla fine il paese intero è salvo.
La cassetta degli attrezzi.
Strumenti finanziari — la domanda: «e i soldi?». Il microcredito del Progetto Policoro, che da trent’anni accompagna i gesti concreti. La sezione speciale del Fondo di garanzia PMI, che il Piano nazionale estende agli enti del Terzo settore e vuole rendere strutturale e gratuita. Gli aiuti de minimis SIEG, fino a 750.000 euro per triennio, per chi presta servizi di interesse generale. I fondi rotativi delle fondazioni come «investitori sociali». La proposta di riservare quote dei fondi ordinari ed europei — si parte da una dotazione del cinque per cento — a progetti dell’economia sociale. E, in Sardegna, Coopfin: la finanziaria del movimento cooperativo che entra nel capitale, presta, garantisce, accompagna.
Strumenti educativi — la domanda: «e le competenze?». Il Piano chiede di portare l’economia sociale in tutti i cicli scolastici, di creare corsi di laurea, perfino un settore scientifico-disciplinare dedicato. Ma per voi lo strumento educativo principe è quello che potremmo chiamare formazione incorporata nel processo: si impara a gestire un bilancio gestendo un’attività, a deliberare prendendo decisioni, a progettare dentro un progetto vero. L’oratorio riaperto è già un’aula. Il project work di ieri era già impresa.
Strumenti professionali — la domanda: «e il lavoro?». I workers buyout: aziende in crisi letteralmente salvate dai lavoratori che le trasformano in cooperative — il Piano propone tre anni di sgravi contributivi per le imprese «rigenerate dai lavoratori»; sentite la parola: rigenerate. L’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate — la cooperazione sociale di tipo B della legge 381 del 1991, un modello che l’Europa ci invidia. E la certificazione delle competenze acquisite col volontariato, perché il curriculum invisibile di un animatore diventi finalmente leggibile.
Strumenti culturali — la domanda: «e l’anima dei luoghi?». Le imprese culturali e creative come presidio di coesione nei territori fragili. La valorizzazione dei beni ecclesiastici in disuso — il terzo ambito di GenerAzioni in Rete. Il partenariato pubblico-privato per il riuso del patrimonio culturale. E il turismo delle dimensioni ambientali, spirituali, dei cammini: l’economia della lentezza che le aree interne possono offrire e le metropoli, per costituzione, no.
Strumenti sociali — la domanda: «e chi resta indietro?». L’amministrazione condivisa: co-programmazione e co-progettazione tra enti pubblici e Terzo settore, riconosciute dal nuovo Codice dei contratti — il modo giuridico di far rispondere il coro delle istituzioni e il coro della società. Le comunità energetiche rinnovabili, che trasformano i tetti di un paese in patrimonio comune e la bolletta in un atto cooperativo. Le società di mutuo soccorso, nate nel 1886 e oggi di nuovo giovanissime. Il social procurement: comprare — come ente pubblico o come impresa — da chi genera impatto, e non solo da chi costa meno.
L’animatore
Il Progetto Policoro ha una definizione dell’animatore che è un capolavoro di sintesi.
Non deve avere la sintesi dei doni. Deve avere il dono della sintesi.
L’animatore non è quello bravo a fare tutto (l’eroe solitario, l’accentratore, il monòcoro che canta al posto di tutti), è quello che sa tenere insieme i doni degli altri: ascolta, connette, accompagna e aiuta ciascuno a trovare il proprio posto.
Questo distrugge il modello a cui i social li hanno abituati: l’influencer, che è per definizione un monòcoro — una voce sola che cerca di essere amplificata al massimo. L’animatore è l’anti-influencer:
L’influencer moltiplica la propria voce. L’animatore moltiplica le voci degli altri. L’influencer vuole seguaci. L’animatore vuole altri animatori. Uno riempie lo spazio del proprio io. L’altro apre spazi perché gli altri cantino. Voi non siete chiamati a diventare influencer del bene. Siete chiamati a essere maestri di coro.
Trasforma il repertorio tecnico dell’animazione territoriale nei quattro gesti.
1. ASCOLTARE prima di tutto. Interviste, camminate, “chiacchiere e caffè”, osservazione. Il maestro, prima di alzare le mani, ascolta ogni sezione. Prima di ogni progetto: l’orecchio. La tentazione mortale è arrivare con la soluzione in tasca. Chi arriva con la risposta pronta non ha ascoltato la domanda.
2. MAPPARE le voci. Chi c’è, chi manca, chi non si parla. La mappatura partecipata dei beni e delle risorse — ma anche delle fratture. Il maestro deve sapere dove sono le sezioni e chi non sente chi.
3. FAR RISPONDERE i cori (facilitare). Qui c’è il repertorio operativo vero, e puoi anche nominarlo perché suona professionale e li fa sentire attrezzati: World Café, Open Space Technology, focus group, patti di collaborazione. Sono i modi per mettere fisicamente in una stanza cori che non si parlano e costruire le condizioni perché si rispondano. Gestione dei conflitti, mediazione, negoziazione. Il maestro non elimina le tensioni: le mette in tempo. Ricordate: concerto viene da gareggiare insieme.
4. GENERARE il gesto concreto. Da qui nasce l’impresa, la cooperativa di comunità, la riapertura dell’oratorio abbandonato. La disseminazione policora: un’idea che diventa molte cose in molti punti. Il Progetto Policoro lo chiama, appunto, “gesto concreto” — e il microcredito lo accompagna. Non fermatevi mai all’evento riuscito: l’evento è il concerto di una sera. Il gesto concreto è il coro che continua a cantare quando voi ve ne siete andati.
E fate notare la coincidenza che non è una coincidenza: il tema dell’anno 2026 del Progetto è «Ascolta, Accogli, Agisci». I quattro movimenti del maestro di coro sono la stessa liturgia con un nome musicale: ascoltare è Ascolta; mappare e far rispondere sono Accogli; generare è Agisci. Non stiamo inventando un metodo. Stiamo dando forma sonora a un cammino che il Progetto ha già scritto per voi.
Il ponte con la conoscenza: l’animatore come traduttore
Ci hanno raccontato il trasferimento di conoscenza come un tubo a senso unico: l’università sa, il territorio no, e il sapere cola dall’alto verso il basso. È falso e un po’ offensivo. Il vero trasferimento è policorale: va nei due sensi. Voi portate al territorio metodo, dottrina, competenze, il mondo largo. Ma il territorio possiede un sapere che l’università non ha: il sapere tacito di chi conosce ogni piega di quella terra, ogni storia, ogni nome. L’animatore è il traduttore tra due cori che parlano lingue diverse: il coro della scienza e il coro della piazza. E fa cantare l’uno in risposta all’altro.
Capire davvero qualcosa significa saperlo raccontare in forma breve, essenziale. L’animatore che ha capito un territorio sa comprimerlo in una storia, in una mappa, in un simbolo — e poi sa decomprimere dentro di esso conoscenza nuova. E il fisico Philip Anderson ha una frase che è la vostra bandiera: “More is different” — di più è diverso. Un coro non è la somma delle voci: è qualcosa che emerge e che nessuna voce, da sola, contiene. Una comunità non è la somma degli individui. Voi lavorate esattamente lì: nel punto in cui molte voci diventano una cosa nuova. Nel tessuto connettivo. Nel tra.
La dottrina sociale della Chiesa — da Rerum Novarum (1891) fino all’ultima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas (firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum) — colloca brevetti, algoritmi, piattaforme e dati dentro la destinazione universale dei beni e denuncia la concentrazione del potere tecnologico ed economico come minaccia. E nel Messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Leone XIV riprende Tommaso d’Aquino: il potere è servizio, non dominio.
La malattia del nostro tempo è la concentrazione: pochi che cantano fortissimo — poche piattaforme, pochi padroni dei dati, pochi centri — e tutti gli altri ridotti a pubblico. Il monòcoro planetario. E la risposta, sia teologica che civile, è una sola: distribuire la voce. Molti centri, molti cori, nessuno che domina.
La policoralità non è solo una tecnica di animazione.
È una posizione morale. È dire, con la Chiesa e con la ragione, che il potere che si concentra tradisce, e che il potere che serve moltiplica le voci.
Il drammaturgo e presidente Václav Havel, in Il potere dei senza potere, ha mostrato che sotto ogni regime, ogni monòcoro, cresce una forza silenziosa: quella di chi sceglie di vivere nella verità. Non serve il potere per cambiare le cose: serve smettere di recitare la parte che il sistema ti assegna, e cominciare a vivere autenticamente, in verità, insieme ad altri. La comunità autentica è un potere pre-politico enorme. Vivere nella verità è, tradotto in politica, la trasparenza radicale. E la trasparenza è policorale per natura: non ha nulla da nascondere, perché tutte le voci possono sentire tutto.
La matrice dei dieci gesti concreti
A questo punto possiamo fare l’ultimo passaggio.
Domani tornate nei vostri territori.
E probabilmente non troverete né le Catacombe di San Gennaro né il progetto perfetto già scritto.
Troverete cose molto più normali.
Una scuola chiusa.
Un bosco sporco.
Un negozio che sta per abbassare la serranda.
Una canonica vuota.
Cinque ragazzi che vogliono partire.
Venti anziani che non guidano più.
Case vuote.
Campi abbandonati.
Bollette troppo alte.
Persone che possiedono competenze ma non sanno cosa farne.
È da qui che comincia il vostro lavoro.
Vi lascio allora una matrice.
Non contiene dieci progetti da copiare.
Contiene dieci domande da imparare a vedere.
Perché un animatore di comunità non guarda un problema e domanda soltanto:
«Come lo risolviamo?»
Domanda:
«Quale capacità nuova possiamo costruire partendo da questo problema?»
1. C’È UN EDIFICIO VUOTO
Una scuola chiusa.
Una canonica.
Un oratorio.
Una stazione.
Un cinema.
Un capannone.
La tentazione è cercare immediatamente un finanziamento per restaurarlo.
Fermatevi.
Prima chiedete chi ha bisogno di incontrare chi.
Lo spazio può diventare coworking, doposcuola, laboratorio artigiano, aula di formazione, sportello sociale, cucina di comunità, sede di associazioni, incubatore di piccole imprese.
Meglio ancora se diventa diverse cose contemporaneamente.
Gesto concreto: trasformare un bene inutilizzato in un’infrastruttura comunitaria multifunzionale.
Non chiedete soltanto quanti metri quadrati avete recuperato.
Chiedete quante relazioni nuove abitano quei metri quadrati.
2. CI SONO ANZIANI E SERVIZI CHE SCOMPAIONO
Il medico è lontano.
La farmacia pure.
Non c’è trasporto.
La spesa diventa difficile.
Il Comune non riesce a garantire tutto.
Qui il bisogno può diventare lavoro.
Una cooperativa di comunità può organizzare trasporto sociale, consegna di farmaci, piccole manutenzioni, pasti, accompagnamento, assistenza digitale, telesoccorso.
E magari coinvolgere proprio giovani che nel paese pensavano di non avere nulla da fare.
Gesto concreto: trasformare un bisogno sociale disperso in un servizio comunitario organizzato.
Il passaggio fondamentale è non più venti persone sole con lo stesso problema.
Una comunità che riconosce un bisogno comune e costruisce una risposta comune.
3. I GIOVANI PARTONO
Non dite loro di restare. Sarebbe quasi offensivo.
Domandate invece quali condizioni renderebbero possibile scegliere.
Mappate le competenze dei giovani partiti e di quelli rimasti.
Create una piccola banca dei talenti.
Collegate imprese, Comune, parrocchia, associazioni, università.
Costruite coworking, percorsi di formazione, microimprese, lavoro remoto, cooperative, botteghe professionali.
E soprattutto mantenete un rapporto con chi è partito.
Perché l’emigrato non deve diventare un ex abitante.
Può diventare una antenna del territorio nel mondo.
Gesto concreto: costruire una rete permanente tra chi resta, chi parte e chi potrebbe tornare.
Questa è restanza senza retorica. E diritto al ritorno senza nostalgia.
4. CI SONO TERRE ABBANDONATE
Quasi ogni area interna italiana possiede campi che nessuno coltiva più.
L’errore è considerarli semplicemente terra inutilizzata.
Prima mappate proprietà, produzioni tradizionali, acqua, competenze agricole, giovani interessati, domanda alimentare locale.
Poi immaginate cooperative agricole, comunità del cibo, orti sociali, filiere corte, trasformazione dei prodotti, mense pubbliche che acquistano localmente, recupero di semi e cultivar tradizionali.
Gesto concreto: trasformare terra frammentata e inutilizzata in una filiera territoriale.
Non basta produrre.
Bisogna collegare terra → competenze → trasformazione → mercato → consumo locale.
La rigenerazione avviene quando la filiera si chiude il più possibile dentro il territorio.
5. C’È UN BOSCO CHE NESSUNO CURA
Il bosco abbandonato sembra natura.
Spesso è invece fragilità.
Incendi.
Dissesto.
Sentieri chiusi.
Biomassa inutilizzata.
Biodiversità non gestita.
Un bosco può diventare un’infrastruttura produttiva, ambientale e civile.
Manutenzione forestale.
Prevenzione incendi.
Turismo lento.
Educazione ambientale.
Apicoltura.
Prodotti del sottobosco.
Legno.
Crediti ecosistemici.
Formazione.
Gesto concreto: costruire una comunità che si prende cura del patrimonio naturale trasformando la cura in lavoro.
È una forma straordinaria di economia sociale:
guadagnare facendo stare meglio il luogo in cui si vive.
6. LE BOLLETTE SONO ALTE E I TETTI SONO VUOTI
Qui l’energia può diventare comunità.
Parrocchia.
Comune.
Imprese.
Famiglie.
Cooperative.
Enti del Terzo settore.
Possono produrre e condividere energia attraverso una comunità energetica rinnovabile.
Ma attenzione.
La comunità energetica non è interessante perché mette pannelli solari sui tetti.
È interessante perché crea una nuova istituzione locale.
Persone che prima erano soltanto consumatori cominciano a produrre, condividere e decidere insieme.
E una parte dei benefici può essere destinata alle famiglie fragili o ad altri progetti del paese.
Gesto concreto: trasformare una bolletta individuale in un’infrastruttura cooperativa.
Il kilowattora è solo l’inizio.
Il vero prodotto è comunità organizzata.
7. CI SONO CENTO CASE VUOTE
Case chiuse.
Case ereditate.
Case di persone emigrate.
E contemporaneamente giovani che non trovano alloggio, lavoratori temporanei, studenti, famiglie fragili, nuovi abitanti che vorrebbero trasferirsi.
Prima di costruire nuove case, chiediamoci perché non riusciamo a usare quelle che esistono.
Mappatura degli immobili.
Patti con i proprietari.
Garanzie pubbliche.
Cooperative di abitanti.
Affitti calmierati.
Cohousing.
Ospitalità temporanea.
Gesto concreto: trasformare il patrimonio immobiliare dormiente in politica dell’abitare.
Una casa vuota è capitale congelato.
Una casa abitata genera consumi, relazioni, scuola, commercio, presenza.
Rigenerare significa anche questo:
rimettere persone dentro gli spazi prima di mettere nuovi spazi intorno alle persone.
8. STA CHIUDENDO L’ULTIMO NEGOZIO
Quando chiude l’ultimo negozio di un paese non scompare soltanto un’attività commerciale.
Scompare un pezzo di infrastruttura sociale.
Allora forse quel negozio non può più essere soltanto un negozio.
Può diventare emporio di comunità.
Alimentari.
Farmaci.
Posta.
Pagamenti.
E-commerce.
Prodotti locali.
Informazioni turistiche.
Consegne.
Piccolo bar.
Punto d’incontro.
Gesto concreto: trasformare un’attività economicamente troppo piccola in un presidio multifunzionale.
Il mercato dice:
«Non conviene».
La comunità domanda:
«Quanto ci costa non averlo?»
È una delle domande più importanti dell’economia sociale.
9. C’È UN PATRIMONIO CHE NESSUNO USA
Una chiesa chiusa.
Un monastero.
Un museo senza visitatori.
Un sito archeologico.
Una tradizione artigiana.
Una festa.
Un archivio.
Una storia che conoscono ormai soltanto tre anziani.
Il patrimonio non deve essere imbalsamato.
Deve tornare a produrre significato.
Cultura.
Formazione.
Turismo.
Impresa creativa.
Artigianato.
Musica.
Residenze artistiche.
Accoglienza.
Ricerca.
Gesto concreto: trasformare il patrimonio da oggetto da conservare a piattaforma capace di generare nuove attività.
Ma con una condizione: non trasformate l’identità in scenografia per turisti.
Il patrimonio deve continuare ad appartenere innanzitutto alla comunità che lo ha prodotto.
Altrimenti avete restaurato il palcoscenico e mandato via gli attori.
10. CI SONO PERSONE CHE SANNO FARE COSE, MA NON SI CONOSCONO
Quest’ultimo è forse il più importante.
In ogni paese esistono competenze invisibili.
Il pensionato che sa riparare qualunque macchina.
La ragazza che programma.
La signora che conosce trenta ricette tradizionali.
L’agricoltore che sa leggere il terreno.
Il ragazzo emigrato che lavora in una multinazionale.
L’insegnante.
L’artigiano.
L’immigrato che parla quattro lingue.
L’imprenditore.
Lo studente.
Presi singolarmente sono persone.
Messi in relazione diventano infrastruttura cognitiva.
Fate una mappa delle competenze.
Create una banca del tempo.
Laboratori intergenerazionali.
Mentoring.
Scambi di competenze.
Una scuola di comunità.
Una rete degli emigrati.
Incontri periodici tra chi sa e chi vuole imparare.
Gesto concreto: trasformare conoscenza dispersa in intelligenza collettiva.
Perché il patrimonio più importante di un territorio non sono gli edifici.
Sono le cose che le persone sanno fare.
E soprattutto le cose nuove che possono imparare a fare insieme.
ADESSO VEDETE LA MATRICE
I dieci casi sembravano differenti.
In realtà il movimento è sempre lo stesso.
Vedo un problema.
Ma non mi fermo al problema.
Cerco l’asset nascosto.
Trovo l’asset.
Ma non lo lascio isolato.
Lo collego ad altri asset.
Creo una relazione.
Ma non mi fermo alla relazione.
La trasformo in organizzazione.
Creo un gesto concreto.
Impresa.
Cooperativa.
Patto.
Servizio.
Comunità energetica.
Rete.
Fondazione.
Associazione.
Nuova istituzione.
E infine mi faccio la domanda decisiva: questa cosa continuerà anche senza di me?
Non cercate subito il bando. Non cercate subito i soldi. Non cercate neppure subito l’idea.
Cercate ciò che il territorio possiede e che ancora non sa mettere insieme.
Poi fate rispondere le parti.
Il progetto verrà dopo.
Perché molto spesso nei territori italiani non mancano davvero le risorse.
Manca qualcuno che le faccia incontrare.
E quel qualcuno, per un pezzo della vostra vita, sarete voi.
Coda
Disseminate in molte direzioni.
Aggiungete sempre il futuro dentro lo spazio.
Fate rispondere i cori.
Custodite i beni di tutti.
Il mondo è pieno di gente che vuole avere voce.
Voi siete quelli che fanno avere voce agli altri.
Siete nuove intelligenze di una rete che canta a più cori.
Il vostro potere non è quanto forte cantate voi. È quanti fate cantare.
E se ognuno di voi, tornando a casa, farà cantare anche solo un coro che era muto — allora tra un anno, in venti territori d’Italia, ci saranno venti cori nuovi.
Tenetelo a mente.
Il seme.
Consegna a ciascuno un foglietto. Compito: scrivete un solo seme. Non un piano. Un seme. Una cosa piccola che dissemminerete tornando a casa: una voce che farete tornare a cantare, un coro spezzato che proverete a far rispondere.
Una cosa sola, concreta, entro un mese.
Leggelo ad alta voce. Poi ognuno se lo mette in tasca.
E tra un mese sentitevi tra di voi per raccontarvi che ne è stato di quel seme.
La policoralità territoriale è la capacità di una comunità di mantenere autonome e riconoscibili le proprie differenti componenti sociali, economiche e istituzionali, creando dispositivi stabili attraverso i quali esse possano ascoltarsi, cooperare, gestire i conflitti e produrre decisioni e beni comuni.
Buon viaggio, maestri di coro.
E ricordate che quello che disseminate oggi, un giorno vi tornerà.
Sempre.



