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Futuro della Sardegna

La pubblicazione, da parte della Nuova Sardegna, del report sulle prime mille aziende sarde per fatturato e la recente presentazione del 33° rapporto Crenos dell’Università di Cagliari hanno avuto il merito, nei giorni scorsi, di riportare al centro del dibattito pubblico la questione della struttura dell’economia sarda e della sua capacità di generare sviluppo nel lungo periodo. 

Entrambi i rapporti mostrano con chiarezza un sistema produttivo che continua a creare fatturato e occupazione ma che fatica a trasformare questa crescita quantitativa in un rafforzamento strutturale dell’intero sistema sardo, della propria capacità di innovazione e, soprattutto, della propria resilienza rispetto ai cambiamenti che stanno investendo l’economia globale. Le criticità sono note da tempo: la forte dipendenza dell’export regionale dal comparto petrolifero, la dimensione mediamente ridotta delle imprese, la limitata propensione all’internazionalizzazione, la continua perdita di capitale umano qualificato (causata anche dal perdurare di un profondo inverno demografico).

In realtà la questione è forse più profonda rispetto a quella di una semplice analisi di strategia industriale, in quanto la vera domanda, che da anni non riceve risposta, è: quale modello di sviluppo è realmente compatibile con la natura economica e geografica dell’isola? Quale ruolo la Sardegna intende assumere nel Mediterraneo e in Europa nei prossimi decenni? Quali competenze vuole sviluppare? Quali investimenti attrarre? Quale ruolo intende occupare nelle grandi trasformazioni legate alla digitalizzazione, all’energia e all’economia della conoscenza?

Negli ultimi anni il dibattito si è consolidato intorno al tema dell’insularità: è oramai acquisito il fatto che la stessa non rappresenti soltanto una caratteristica geografica o amministrativa, ma costituisca un fattore strutturale che incide direttamente sulla competitività delle imprese, sui costi logistici, sull’accessibilità ai mercati, sulla mobilità delle persone e delle merci e sulla capacità di attrarre investimenti produttivi (l’ultimo esempio in tema di ETS ne è la prova).

Tale aspetto, ormai è chiaro, rappresenta un’evidente zavorra, ma piangersi addosso, oggi, serve a poco, soprattutto sul medio-lungo periodo: se, infatti, nel breve, le rivendicazioni sono sacrosante e dovute, diverso deve essere l’approccio rispetto ad un orizzonte temporale più ampio, dove è necessario cambiare punto di vista, evitando sia una visione fatalistica (“siamo un’isola, poveri noi”), sia, peggio ancora, una rassegnazione ad una presunta marginalità (“siamo un’isola, quindi siamo isolati”). 

E’ necessario, da subito, prendere coscienza che oggi, molto più rispetto a ieri (quando i mercati non erano globalizzati come ora), esistono attività economiche nelle quali l’isola parte, comunque, da una posizione di svantaggio strutturale e che difficilmente potranno diventare il motore di una crescita futura, indipendentemente dall’ammontare delle risorse pubbliche che si deciderà di investire. Le economie insulari non possono avere l’ambizione di poter far tutto, ma devono concentrare i propri sforzi su alcuni settori strategici, investendo su quelli in modo sistematico e permanente (l’esempio di Cipro e Malta e della loro crescita degli ultimi 20 anni lo testimoniano). 

Una seria analisi di sviluppo richiede la capacità di individuare priorità settoriali, scegliere specializzazioni e concentrare risorse economiche, istituzionali e formative su quei campi che presentano maggiori possibilità di generare valore aggiunto, occupazione qualificata e competitività internazionale, ma soprattutto prospettive di crescita stabili e durature sui territori, con l’obiettivo di individuare quali potranno essere gli asset strategici sui quali costruire la Sardegna dei prossimi venti o trent’anni.

Dove la Sardegna può e deve puntare, per pianificare il proprio sviluppo? Blue economy, turismo (anzi, turismi), logistica integrata, energie rinnovabili, transizione ecologica, ricerca scientifica, aerospazio, servizi digitali, agroalimentare, terziario avanzato, filiere ad alto contenuto tecnologico? In quali ambiti l’isola possiede, già oggi, competenze, infrastrutture e conoscenze che potrebbero essere ulteriormente valorizzate, se messe a sistema? Come trattenere giovani (ed i meno giovani) che fanno sempre meno figli, che emigrano perché non trovano percorsi di crescita professionale e prospettive di sviluppo coerenti con il loro livello di istruzione e con le loro aspettative, anche di reddito?

E’ una scelta non semplice, che richiede personalità politica, visione prospettica, strategia pianificatoria, continuità nelle scelte, supporto amministrativo forte e consolidato: una volta scelta la direzione, sarà necessario individuare le infrastrutture chiave e investirci sopra, consolidare l’istruzione e la formazione avanzata, rafforzare il collegamento tra università e sistema produttivo, sostenere la crescita dimensionale delle imprese, favorire i processi di aggregazione fra soggetti e accompagnare le aziende nei mercati internazionali secondo logiche di filiere integrate da processi condivisi. 

Non è un problema di risorse, che spesso abbondano: non è più il tempo (forse non lo è mai stato) di bandi fine a sé stessi, di incentivi o contributi spesso distribuiti a pioggia, sufficienti a placare le istanze immediate ma incapaci di costruire sviluppo solido e consolidato. 

E’, soprattutto, un problema di classe politica, di visione, di coraggio nell’affrontare scelte difficili, nel dover dare risposte scomode, necessarie però per porre le basi per un avvenire che non condanni l’isola ad un lento ma costante declino. La politica, ahimè, si limita troppo spesso ad amministrare, a volte anche male, il presente: così, però, si fa poca strada, anzi, ci si ferma dopo pochi metri. Quello che serve è una classe dirigente davvero degna di questo nome, che abbia la consapevolezza e la forza di guardare lontano, ma soprattutto che abbia il coraggio di costruire, da subito, un futuro che non sia il proprio. 

Gianfranco Fancello

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