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Geopolitica e competitività dei territori.

Geopolitica e competitività dei territori.

 

La geopolitica non è più solo una questione di confini, risorse naturali e potenza militare. 

Nell’era digitale, la competitività di un territorio si gioca sempre più sulla sua capacità di attrarre investimenti, innovazione e capitale umano. 

E questo dipende in larga misura dall’infrastruttura digitale disponibile. 

Se un’area è connessa, è competitiva. 

Se è isolata, è condannata a essere marginale.

Le grandi potenze economiche hanno capito da tempo che il controllo delle reti di comunicazione è un elemento strategico. 

Gli Stati Uniti, con la Federal Communications Commission (FCC), hanno investito massicciamente nel cosiddetto rural digital divide, riconoscendo che la competitività nazionale non può basarsi solo su poche metropoli iperconnesse, ma deve includere anche le aree rurali.

Il motivo? 

Molteplice. 

In primo luogo, l’economia digitale si sta spostando sempre più su logiche di rete distribuita, dove la prossimità fisica ai grandi centri non è più un vincolo per lo sviluppo economico. 

In secondo luogo, il controllo delle infrastrutture digitali è una questione di sicurezza nazionale.

Llasciare intere porzioni di territorio senza accesso alla banda larga significa esporre il Paese a vulnerabilità economiche e strategiche.

Perché la FCC ha investito così tanto nel digitale rurale?

La globalizzazione ha ridisegnato le mappe della produzione e del lavoro. 

Se le aree rurali rimangono escluse dalla digitalizzazione, la competitività complessiva del Paese ne risente. 

Un territorio senza connettività è un territorio che non partecipa alla corsa globale.
L’assenza di una rete digitale capillare può trasformarsi in un tallone d’Achille per l’intero sistema. 

La sovranità digitale passa anche dalla capacità di garantire un accesso uniforme alla connettività, senza lasciare indietro intere regioni.
La pandemia ha accelerato il fenomeno dello smart working e della delocalizzazione delle attività economiche. 

Per trattenere talenti e sviluppare nuove economie locali, servono infrastrutture digitali avanzate anche nelle zone meno urbanizzate.
Senza accesso al digitale, le aree rurali continuano a spopolarsi a favore delle metropoli, creando squilibri sociali ed economici. 

La connettività diventa quindi un’arma per riequilibrare il territorio.
Il modello statunitense, con l’impegno della FCC, ha puntato a garantire accesso alla banda larga su tutto il territorio nazionale attraverso finanziamenti pubblici e incentivi privati. 

L’Europa, invece, ha seguito un percorso più frammentato, lasciando ai singoli Stati membri l’iniziativa sulle politiche digitali territoriali. 

Il risultato? 

Disparità enormi tra regioni ultraconnesse e aree digitalmente marginali.

L’Italia, con il Piano BUL (Banda Ultra Larga) prima e col PNRR poi, ha cercato di colmare il divario, ma con ritardi e difficoltà di implementazione. 

La Sardegna, ad esempio, ha enormi potenzialità.

O meglio le avrà a partire dalla fine del 2026 se non ci saranno altri ritardi.

Se un territorio non è connesso, è fuori dai giochi. 

La geopolitica moderna non si gioca più solo con eserciti e trattati, ma con la capacità di garantire accesso, opportunità e innovazione a ogni area del Paese. 

La FCC lo ha capito e ha agito di conseguenza. 

L’Europa e l’Italia devono fare lo stesso, se vogliono rimanere competitive nello scenario globale. 

Perché, nel XXI secolo, la vera ricchezza non è più solo nelle risorse fisiche, ma nella capacità di connettere e valorizzare i talenti, ovunque essi siano.


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