Car* Tutt*
il 21 febbraio è la Giornata Internazionale della Lingua Madre.
Una ricorrenza che ci invita a riflettere su ciò che ci definisce più profondamente.
Le parole con cui pensiamo, amiamo, ricordiamo.
Le lingue non sono solo strumenti di comunicazione, sono scrigni di identità, custodi di una memoria collettiva che attraversa i secoli.
Il sardo è la nostra lingua madre.
Non è un dialetto, non è un residuo del passato, ma un bene culturale vivo, radicato nel cuore della nostra storia e nelle voci di chi ancora oggi lo parla, lo canta, lo scrive.
Un popolo senza lingua non è un popolo.
Perché una lingua è più di un codice, è un modo di vedere il mondo.
Ogni parola sarda porta con sé un paesaggio, un gesto, una visione.
Se perdiamo la lingua, perdiamo anche questo sguardo unico, questa lente attraverso cui leggiamo il nostro essere al mondo.
Come Sardegna 2050, il nostro impegno non è solo quello di conservare, ma di rigenerare. Non vogliamo che il sardo sopravviva in teche museali o in vecchi libri polverosi.
Vogliamo che viva nelle scuole, nelle università, nei media, nella tecnologia.
Vogliamo che i bambini lo imparino con orgoglio e che i giovani lo usino per creare musica, poesia, app, start-up.
Non esiste innovazione senza radici.
Il futuro che immaginiamo per la Sardegna è un futuro in cui la nostra lingua non è un fardello, ma una risorsa.
In cui essere sardi significa poter parlare al mondo senza dover tradire ciò che siamo.
Non è questione di nostalgia.
È questione di dignità.
Ogni volta che pronunciamo una parola in sardo, facciamo un atto di resistenza e di speranza.
Perché la lingua è la prima forma di autonomia.
Chi siamo, se non possiamo dirlo nella nostra lingua?
Sardegna 2050 non è solo un nome, è un progetto.
Un progetto per un’isola che non dimentica, che non cede al silenzio, che parla di sé con la propria voce.
A kent’annos!
Nicola



