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Grande illusione digitale?

Grande illusione digitale?

 

Il Mondo senza App.

C’è stato un tempo in cui il telefono serviva per telefonare. 

Sì, davvero. 

Aprivi il Nokia 3310, digitavi un numero e parlavi con un altro essere umano. 

Nessuna notifica, nessun aggiornamento, nessun bisogno di registrarti a niente. 

La massima complessità? 

Il T9.

Poi, l’onda lunga di Internet e degli smartphone ha spazzato via la semplicità. 

Prima con l’entusiasmo, poi con la dipendenza e infine con l’indifferenza.

Oggi non ci stupiamo più delle app. 

Ma ricordiamo quando erano l’epicentro di ogni conversazione?

La Genesi.

Il Big Bang delle App.

Era il 2008. 

Apple lancia l’App Store. 

Segue Google con il Play Store. 

Sembra l’alba di una nuova era.

Il mondo nelle tue mani, un’app per tutto, dalla torcia allo scanner di codici QR, dai giochi ai social network.

Ogni settimana una nuova rivoluzione. 

Devi provare questa app. 

E noi, come zombie digitali, scaricavamo tutto.

Flappy Bird, Shazam, Vine, Candy Crush, Prisma, Dubsmash. 

Un’esplosione senza freni.

Le app erano il nuovo petrolio, il nuovo oro. 

Se non avevi un’app, non esistevi. 

Ogni azienda ne sviluppava una, ogni sviluppatore sognava di diventare il nuovo Zuckerberg.

L’Ascesa

La febbre dell’oro digitale.

Per un decennio, il mercato delle app ha seguito la traiettoria di una bolla speculativa perfetta.

Più utenti, più download, più pubblicità, più soldi.

I social hanno dominato.

Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, poi TikTok.

Le utility hanno conquistato: Google Maps, Evernote, Dropbox, Duolingo.

I giochi hanno fatturato miliardi: Angry Birds, Clash of Clans, Pokémon GO.

Ci siamo abituati a vivere in un mondo dove c’è un’app per tutto. 

Ma non ci siamo accorti che stavamo perdendo qualcosa.

Il Declino.

Da rivoluzione a routine.

Poi, il primo segnale di cedimento. 

Ci siamo stancati.

Troppe app, troppo spazio occupato, troppi aggiornamenti.

Troppe notifiche, troppa pubblicità, troppi abbonamenti.

Troppa sorveglianza, troppa dipendenza, troppo rumore digitale.

Abbiamo iniziato a cancellarle. 

A semplificare. 

A capire che alla fine usiamo sempre le stesse quattro.

WhatsApp, Google Maps, Spotify, Netflix e forse TikTok. Instagram. 

Il resto? 

Web waste. Spazzatura digitale.

Gli sviluppatori hanno iniziato a sudare freddo.

Il download non basta più, servono dati, abbonamenti, modelli freemium.

Gli utenti si sono svegliati.

Ma davvero ho bisogno di un’app per ricordarmi di bere acqua? 

O per contare i passi? 

O per scannerizzare un documento?

E così, la grande sbornia è finita.

Il presente.

Stabilizzazione o morte cerebrale?

Oggi il mercato è saturo. 

Sappiamo che le app migliori sono poche e che il resto è una giungla di inutilità.

Le startup non fanno più soldi vendendo app, ma vendendo i nostri dati. 

Le Big Tech non innovano più, ma consolidano il loro dominio. 

I nuovi modelli di business puntano tutto sulla monetizzazione, anche a costo di soffocare l’esperienza utente con pubblicità, paywall e trappole digitali.

Abbiamo dipinto un quadro di declino, di saturazione, di disincanto. 

Eppure, i numeri ci raccontano un’altra storia. 

Il mercato delle app continua a crescere, i download non si fermano, gli store digitali si riempiono ogni giorno di nuove applicazioni.

Quindi, dov’è la verità?

Sta in un paradosso fondamentale.

Non è perché scarichiamo un’app che la usiamo davvero.

I dati parlano chiaro.

1.435 nuove app al giorno su Apple Store, 1.205 su Google Play. 

La produzione è incessante, ma la domanda?

Il 57,81% delle app su Apple Store e il 50,14% su Google Play non hanno ricevuto nemmeno una recensione. 

Segno che molte app muoiono nell’anonimato.

Quasi il 97% delle app sono gratuite, ma il vero guadagno si è spostato altrove.

Abbonamenti, pubblicità, dati degli utenti.

Siamo in un’epoca in cui il download di un’app non significa più nulla. 

Scaricare non vuol dire usare. 

E usare non vuol dire monetizzare.

Il declino dell’attenzione, non dei numeri.

L’industria delle app è diventata come un supermercato sovraffollato.

Scaffali pieni, ma il carrello degli utenti si riempie sempre delle stesse cose.

Forse un’app bancaria, un’app per il fitness, una per lo shopping.

Il resto? 

Scaricato, provato, dimenticato.

Il mercato non è morto. 

Ma è diventato un mercato per pochi eletti, mentre il resto affoga nella mediocrità digitale.

E ora?

Il futuro non sarà più una guerra di numeri, di download, di store strapieni. 

Il futuro si gioca sulla vera utilità, sulla fidelizzazione, sull’integrazione invisibile nella vita delle persone.

Le app sopravvissute non sono solo scaricate. 

Sono diventate necessarie.

Il resto? 

Resterà in quella lunga lista di icone che abbiamo sul telefono e che non apriamo mai.

E il futuro?

Fine o nuovo inizio?

Domanda da un miliardo di dollari. 

Siamo arrivati a un punto morto? 

Probabile. 

Ma attenzione.

La tecnologia non ama i punti morti.

Ecco tre scenari possibili.

Le app diventano invisibili.
Il software sparisce, l’interfaccia utente si dissolve. 

L’AI e gli assistenti vocali sostituiscono il bisogno di aprire app. 

Basta chiedere a Siri o Alexa e la magia avviene dietro le quinte.
Le super-app conquistano tutto.
In Cina, WeChat ha già dimostrato che puoi vivere con una sola app che fa tutto. 

Se Elon Musk realizza la sua visione di X come app totale, potremmo vedere qualcosa di simile anche in Occidente.
Le app muoiono davvero.
Il Web3, il metaverso, le interfacce cerebrali potrebbero rendere obsoleti gli store di Apple e Google. 

Il futuro potrebbe essere senza app, senza telefoni, senza schermi.
Fine di un’era?

Siamo passati dal delirio collettivo per ogni nuova app al disincanto totale. 

Da scaricala subito a non ho spazio sul telefono.

Le app hanno dominato il mondo. 

Ora sono solo strumenti, niente di più. 

E forse è meglio così.

Dove andremo da qui? 

Non lo sa nessuno.

Ma una cosa è certa.

Non scaricheremo più app per scoprirlo.

Avrà l’AI una parabola assimilabile?

Ai posteri l’ardua sentenza.

A noi, per ora il piacere di capirla, usarla e spiegarla bene.

 

Nicola Pirina & Michele Kettmajer



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