Il futuro che non sappiamo ancora vedere
C’è una strana maledizione che accompagna la Sardegna.
Non è scritta nelle rocce, non abita solo nei silenzi dei paesi svuotati o nei bilanci regionali.
È una maledizione culturale.
La convinzione che ogni dato negativo sia un destino e non una chiamata all’azione.
Il Rapporto IXE 2025 è, in questo senso, un pugno nello stomaco.
Dentro quelle pagine non ci sono solo numeri, c’è la radiografia di un’isola che rischia di morire di invecchiamento, spopolamento, immobilismo produttivo.
Ma proprio per questo, ogni riga grida un potenziale immenso.
Abbiamo 1,6 milioni di abitanti che invecchiano e 370 mila giovani che se ne vanno o che non trovano ragioni per restare.
Una terra che si svuota sembra una tragedia.
In realtà, se guardata con occhi nuovi, è una delle più grandi opportunità d’Europa.
Chi altri ha territori, borghi, spazi immensi pronti a essere ripensati come laboratori di vita, lavoro e ricerca?
Lo spopolamento non è solo abbandono, è terreno libero per l’innovazione sociale, per nuove economie cooperative, per comunità che vogliono fare casa dove gli altri hanno chiuso le porte.
Il rapporto fotografa una Sardegna dipendente da pochi settori, turismo stagionale, agricoltura marginale, edilizia assistita.
Tutti parlano di limiti.
Noi dovremmo vedere leve.
Il turismo lento e culturale come motore annuale, l’agroalimentare di qualità come ambasciatore identitario globale, l’edilizia trasformata in rigenerazione green dei paesi.
Ciò che oggi appare come poca diversificazione è in realtà un invito a ibridare, contaminare, rischiare.
Il tasso di disoccupazione resta superiore alla media italiana ed europea.
Ma dietro i numeri c’è un non detto.
Non manca lavoro, mancano visioni.
La Sardegna potrebbe essere hub mediterraneo per le rinnovabili, per la space economy, per il biotech, per il digitale avanzato.
Abbiamo università sottoutilizzate, cervelli che emigrano e imprese che non nascono perché manca la scintilla istituzionale, non la capacità.
Ogni giovane che parte è una startup mai avviata.
Strade vecchie, ferrovie lente, digital divide.
Tutto vero.
Ma ogni arretratezza è una cantiere aperto che può diventare vetrina mondiale.
Digitalizzare l’isola, trasformare la 131 in una smart road, fare della Sardegna un sandbox per l’innovazione infrastrutturale significherebbe posizionarla non come fanalino di coda, ma come laboratorio europeo.
Oggi importiamo ancora gran parte dell’energia e non abbiamo una politica industriale coerente sulle rinnovabili.
Ma il rapporto dice anche che qui ci sono vento, sole, mare.
Non serve altro.
Serve coraggio.
La Sardegna potrebbe non solo essere autosufficiente, ma diventare esportatrice netta di energia pulita, se la politica smettesse di guardare al consenso immediato e pensasse in termini di decenni.
Povertà diffusa, servizi pubblici carenti, diseguaglianze crescenti.
Sono dati che fanno male.
Ma raccontano anche una fame di comunità e di giustizia sociale che altrove si è spenta. Significa che qui si può ancora sperimentare un modello nuovo.
Cooperative di comunità, welfare generativo, intelligenza artificiale applicata ai servizi pubblici.
Non c’è nulla di residuale in una società fragile, c’è un’urgenza che può diventare il motore del cambiamento.
Il Rapporto IXE 2025 ci mette davanti a un bivio, possiamo leggere i numeri come un necrologio o come una lista di progetti da attivare subito.
Non è l’arretratezza che ci condanna, ma l’incapacità di trasformarla in trampolino.
La Sardegna non ha bisogno di elemosinare competitività, la possiede già, nei suoi spazi vuoti, nelle sue fragilità, nei suoi giovani che aspettano solo di non dover più partire.
Il futuro non ci cadrà addosso, va costruito.
E il Rapporto IXE 2025 ci dice una verità semplice e brutale.
O lo facciamo adesso o saremo solo un bellissimo museo a cielo aperto.
Per ricchi viaggiatori.
Da servire e riverire.
Amen.
Una preghiera, Nicola



