Il giorno in cui le luci si spensero.
In un tempo non lontano, quando l’inverno faceva finta di essere più freddo del solito e le
città si ricoprivano di fili di luce come sciarpe colorate, esisteva una piccola terra chiamata Luminaria.
Non compariva sulle mappe, ma tutti sapevano trovarla.
Bastava seguire la prima stella che non aveva fretta.
A Luminaria vivevano persone di tutti i tipi.
Grandi e piccini, veloci e lenti, poetici, pratici e ognuno custodiva una lampadina nel taschino
o in borsa, da accendere nei momenti importanti.
Una lampadina minuscola, ma capace di fare cose enormi.
Tra tutti gli abitanti, uno aveva un compito un po’ speciale.
Era il Guardiano delle luci.
Non aveva la barba e il cappello rosso e nemmeno un sacco di regali.
Indossava invece un lungo cappotto blu notte, tutto ricamato di minuscoli interruttori.
Si chiamava così perché era capace di ascoltare le luci.
Quelle sulle case, quelle nei lampioni, quelle nei cuori.
Le luci gli parlavano, sì, ma non in italiano, parlavano nella lingua della possibilità.
Il Guardiano aveva una regola che ripeteva sempre, anche alle luci più giovani.
Una luce sola può scacciare il buio.
Ma mille luci insieme possono cambiare il mondo.
E le luci, che erano un po’ curiose e un po’ timide, sapevano che quella frase era vera.
L’anno della nostra storia cominciò con un fatto stranissimo.
Una mattina, da nord a sud, da est a ovest, tutte le luci di Luminaria decisero di spegnersi.
Zac.
Così, all’improvviso.
Le luminarie smettono di brillare, i lampioni si addormentano, perfino le stelline di Natale
sulle finestre si mettono in sciopero.
Cosa succede? Gridavano gli abitanti per strada.
Il Guardiano delle luci uscì dal suo laboratorio — una piccola casetta fatta di vetro riciclato e
buone intenzioni — e provò ad accendere il suo cappotto.
Niente. Nessun interruttore funzionava.
Si sedette su uno scalino e ascoltò, come faceva sempre.
Finalmente, una voce timidissima si fece sentire.
Era la luce del lampione di Piazza dei Bottoni, una lampadina con un carattere un po’ da
bibliotecaria.
Siamo stanche, disse la voce, non vogliamo brillare per nessuno finché nessuno brilla per
noi.
Il Guardiano sospirò. Cosa volete dire?
È semplice, intervenne una lucina appesa a un balcone.
Qui si decide sempre tutto senza di noi. Ci appendono, ci accendono, si spengono, ci
spostano. Ma nessuno ci chiede come stiamo, cosa vediamo, cosa possiamo fare. Noi
siamo luci, mica soprammobili.
Il Guardiano si aggiustò gli occhiali. E cosa proponete?
Un coro di lampadine spezzò il silenzio.
Votare!
Il Guardiano rimase senza fiato.
Ora, bisogna sapere che le luci di Luminaria non erano affatto sciocche.
Avevano illuminato per anni le strade, le case, i sogni notturni dei bambini e i pensieri
ingarbugliati degli adulti.
Era naturale che avessero imparato qualcosa.
E quello che avevano imparato era questo, che la democrazia non è chi decide comanda,
ma un gioco serio che funziona solo se tutti giocano.
Così le luci indissero la loro prima Assemblea Lampadina.
Il Guardiano, da bravo Guardiano, non parlò, ascoltò.
Le luci votarono su tutto, quanto tempo volevano brillare, come organizzarsi per non
sprecare energia, come fare turni per illuminare le strade buie, come mettere d’accordo le
luci calde e quelle fredde, che litigavano sempre su chi fosse più elegante.
Alla fine di una lunga riunione — che durò fin quasi a mezzanotte — le luci consegnarono al
Guardiano una piccola Carta scritta in raggi colorati.
C’era scritto: in Luminaria nessuna luce brilla da sola.
Ogni lampadina è una voce, ogni voce è un voto, ogni voto è una responsabilità.
E la responsabilità si condivide.
Il Guardiano sorrise. Era la cosa più luminosa che avesse mai letto.
Il mattino seguente, la città si svegliò diversa.
I bambini per primi notarono una cosa.
Le luci non si erano riaccese tutte insieme, ma una alla volta, come se stessero facendo un
inchino.
Ogni lampadina che si accendeva illuminava una piccola parte del cielo e, allo stesso tempo,
un piccolo pezzo di chi la guardava.
Le persone cominciarono a parlare tra loro.
Chi non parlava da anni si salutò.
Chi aveva sempre comandato iniziò ad ascoltare.
Chi pensava di non contare si accorse di essere importante.
Perfino le stelle, che di solito se ne stanno sulle loro, si misero a fare piccoli segnali luminosi
di approvazione.
E il Guardiano?
Il Guardiano non disse nulla, come sempre.
Accese solo il primo interruttore del suo cappotto blu.
Una lucina si illuminò. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.
Finalmente, disse la voce della lucina bibliotecaria, hai capito anche tu, la luce non è un
regalo, è un impegno.
Il Guardiano annuì.
E mentre la città esplodeva in colori e calore, pensò che la democrazia somigliava proprio a
quel cappotto, pieno di interruttori che funzionano solo quando tutti vengono accesi.
Quell’inverno, nelle scuole di Luminaria, i bambini impararono una nuova materia,
Luminacrazia.
Non c’erano voti. Non c’erano compiti. Non c’era cattedra.
C’erano solo cerchi di sedie, discussioni rumorose, idee buffe, invenzioni improvvisate,
votazioni a mano alzata e giochi serissimi.
E ogni bimbo tornava a casa con una lezione diversa, ma tutte portavano allo stesso punto,
la democrazia è come una festa di luci, o ci siamo tutti, o non si accende niente.
Si dice che ancora oggi, quando arriva il periodo natalizio e le città del mondo si riempiono di
fili luminosi, il Guardiano delle Luci passi di lì.
Non per controllare se le lampadine funzionano, ma per vedere se le persone funzionano, se
accendono le loro luci interiori non solo per farsi vedere, ma per farsi capire.
E quando vede una casa con una luce accesa e una spenta, non giudica, sorride.
Perché sa che la democrazia è proprio questo, non essere tutti uguali, ma voler brillare
insieme.
E mentre se ne va, dice sottovoce — a chiunque voglia ascoltare:
“Una luce accesa è una speranza. Mille luci accese sono un futuro.”



