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Il sogno tradito

L’industrializzazione nella piana di Ottana è un argomento che ancora oggi crea dibattiti di una certa vivacità. Ultimamente ho partecipato a diversi incontri su questo tema, e ogni volta aggiungo un tassello utile alla ricostruzione di quel periodo e di questa vicenda.

Lo stato italiano doveva, con un solo intervento in tutta la Sardegna centrale, contrastare la drammatica e dilagante disoccupazione, portare forme lavorative e modelli di sviluppo simili a quelli del nord della Penisola  e contrastare la lotta al fenomeno del banditismo.

Tutto questo appoggiandosi sopra un goffo falso storico che da ragazzino sentivo dire spesso per giustificare l’insediamento industriale: la Commissione Medici, che in realtà non si espresse a favore esclusivamente di un intervento industriale ma anzi lo reputò quasi marginale e, soprattutto, illustrò le conclusioni quando i lavori per la nascita dello stabilimento erano già avviati…

Oggi è facile parlare di questa avventura come un fallimento su tanti fronti, anche se in realtà saremo capaci, più avanti, di fare peggio; cito i più eclatanti:

1-il contrasto al banditismo, perché la ritengo da sempre una pregiudiziale politica e culturale sulle aree interne che partiva dalla convinzione di condanna nei confronti del mondo agropastorale visto come nido di complicità malavitose e delinquenziali e quindi ostacolo allo sviluppo democratico e civile; ovviamente i fatti smentiscono clamorosamente questa frettolosa convinzione, vi porto esempi che  mi consentono di restare proprio su Ottana e negli anni del fugace boom  di benessere economico, sequestri di persona e  attentati agli amministratori locali (tra i più gravi in Sardegna)

Questi fatti evidenziano che l’efficacia dell’intervento industriale proposto come antidoto ai fenomeni delinquenziali non ha inciso in nessun modo…

  • 2-il contrasto alla disoccupazione segna purtroppo un altro fallimento, visto che ad oggi ciò che resta dell’impianto offre una cinquantina di posti di lavoro, rispetto ai 7.000 dichiarati all’avvio e ai 2.000 comprensivi di indotto, nel periodo di maggiore produzione.

Tuttavia alla prima fase industriale “di Stato”, ne seguirono altre, ma con  ricadute sociali ed economiche sempre  meno positive per il territorio:

vediamo che il territorio è sempre l’unico sconfitto e addirittura, se per un momento escludiamo l’impatto ambientale e sanitario, i risultati più favorevoli in termini di ricadute economiche e conquiste sociali, li ha ottenuti proprio la politica industriale degli anni ’70, non quella dal ’90 ad oggi; elenco di seguito qualche dato:

  • 50 anni fa l’insediamento industriale Anic su circa 400 ettari, portò un impatto di rottura netto, basti pensare ai diritti sindacali, al lavoro femminile, alle categorie protette, al favorevole contratto chimico, a un disegno aperto al territorio: scuole professionali, case dei dipendenti e infrastrutture in vari paesi della provincia. Una generazione di operai che, tra lavoro e paracadute sociali, è stata comunque accompagnata alla pensione.
  • 30 anni fa  la Legler su circa 70 ettari della ex SIR, un’azienda diffusa in tre stabilimenti nella provincia di Nuoro (con circa 1.000 dipendenti tra Macomer, Siniscola e Ottana) a basso impatto ambientale nelle lavorazioni del cotone; nel solo stabilimento di Ottana i dipendenti erano 400,  è stato chiuso definitivamente nel 2008.
  • 25 anni fa il contratto d’Area, sorto su 100 ettari di aree extra industriali; 29 iniziative (quasi tutte della penisola) costate ben 121 milioni di euro, avrebbe dovuto dare occupazione a 1.362 dipendenti, sono rimasti un centinaio…
  • oggi il fotovoltaico occupa 280 ettari con una occupazione di una decina di part time, nessuna ricaduta di produzioni o di benefit al comune.

Un dato socio-culturale da approfondire è però dato da due elementi:

il primo riguarda l’aspetto demografico, cresciuto per qualche anno, in modo scomposto durante la costruzione dello stabilimento, dovuto anche a operai e tecnici venuti dalla penisola e dalle città sarde per l’avvio della produzione.

il secondo, che quasi a dispetto di un elemento culturale ed economico “estraneo” alla storia territoriale, gli abitanti si sono chiusi nelle tradizioni più connotanti a livello identitario del paese, valorizzando il carnevale e alcune storiche funzioni religiose.

Ad oggi, andando a concludere, resta un territorio disorientato, deresponsabilizzato, un danno ambientale sottovalutato e con gli Enti preposti in posizione di debolezza rispetto a chi ha inquinato e che non ha mai pagato, un danno d’immagine mai tutelato ne compensato, resta un paese (e non solo) depresso, malato,  le cui vite senza screening e senza registro tumori, sono affidate alla casualità della fortuna.

 

Con tutta l’energia che posso, Vostro GP Marras

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