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Il tempo non è una variabile minore.

Cagliari, 29 aprile 2024

 

Il tempo non è una variabile minore.

Negli ultimi trent’anni, la Sardegna, come molte altre regioni d’Italia e d’Europa, si è trovata ad affrontare sfide significative legate alla modernizzazione, alla globalizzazione e ai cambiamenti socio-economici. Tuttavia, a differenza di altre regioni che hanno saputo cogliere le opportunità derivanti da questi cambiamenti, l’isola sembra essere rimasta intrappolata in un limbo politico e amministrativo, con pochi segnali di riforme concrete o di miglioramento significativo delle condizioni di vita dei suoi abitanti.

 

Da un lato, trent’anni rappresentano un arco di tempo considerevole, quasi la metà o un terzo della vita di una persona. È un periodo in cui un territorio può trasformarsi radicalmente, come dimostrato dalla stessa Sardegna nel passaggio dagli anni ’40 agli anni ’70, quando, grazie a una serie di interventi mirati, l’isola vide significativi sviluppi in termini di infrastrutture e industrializzazione.

 

Tuttavia, a partire dagli anni ’90, questa spinta riformista sembra essersi esaurita.

 

Il sentimento prevalente tra la popolazione è che la classe politica regionale sia rimasta la stessa o, quanto meno, che le politiche attuate siano state troppo timide o inefficaci per rispondere alle esigenze di un’economia e una società in rapida evoluzione. Non si ricordano, infatti, politiche significative che abbiano lasciato un’impronta duratura o che abbiano risolto problemi strutturali come l’isolamento geografico, la dipendenza dal turismo stagionale o il declino industriale.

 

Uno dei simboli più evidenti di questa paralisi è la lentezza con cui vengono realizzate le opere pubbliche. Ci vogliono decenni per completare infrastrutture essenziali, un ritardo che non solo impatta negativamente sullo sviluppo economico, ma anche sulla qualità della vita dei sardi. Questa lentezza burocratica si riflette anche nell’incapacità di attuare riforme profonde in settori chiave come l’educazione, la sanità e il trasporto.

 

È imperativo, dunque, che la Sardegna intraprenda una nuova politica di riforma, basata su un’analisi attenta delle sue specificità territoriali e delle sue potenzialità inespresse. Queste riforme dovrebbero mirare a migliorare l’efficienza amministrativa, a diversificare l’economia e a integrare meglio l’isola nel contesto mediterraneo e europeo.

Occorre un cambio di paradigma, che sposti l’attenzione da una gestione conservatrice e autoreferenziale della cosa pubblica a una visione più dinamica e orientata al futuro.

 

Il futuro della Sardegna non deve essere ostaggio di una politica incapace di rinnovarsi. La storia dell’isola dimostra che, con le giuste politiche fatte da buoni politici, è possibile superare anche le sfide più ardue.

 

Ora più che mai, è tempo di chiedere alla classe politica di abbracciare una visione lungimirante, di essere audace e di agire con determinazione, per garantire che i prossimi trent’anni siano di crescita e non di stallo.

Questa è la sfida che attende la Sardegna.

Questa è la sfida per la nuova Giunta.

Trasformare tre decenni di immobilismo in un’era di rinnovamento e benessere.

 

Con fiducia e speranza, Nicola

 

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