Imprigionati nelle periferie del mondo
In Sardegna, come in molte terre marginali, l’eccellenza si aggira furtiva tra i vicoli
dell’anonimato, brillanti laureati, artisti, ricercatori di pregio vivono fianco a fianco con un
sistema che non sa trattenerli.
Contraddicendo la retorica locale, che esalta tradizioni e virtù nobili delle periferie, i dati
raccontano un’altra storia. Come osservano gli analisti attenti, nel Mezzogiorno si realizza un
grande spreco di risorse non solo economiche, ma anche di esperienze umane. L’Isola
vanta figli talentuosi – scienziati, creativi, sportivi – ma li vede partire con una laurea in
valigia, attratti da un mondo dove le promesse di una vita più piena sono più concrete.
Partono, i nostri giovani.
Scappano da un paese che fa promesse che non sa e non può mantenere.
Fuggono da una terra che non li sa trattenere.
Questo grido, celebre, non è solo retorica, sintetizza il fenomeno del brain drain.
Giovani eccellenze lasciano ogni anno il loro territorio nonostante – o forse proprio perché –
a volte hanno un curriculum invidiabile. Non scelgono di emigrare per cattiveria o debolezza,
ma perché non riescono a trovare un sogno realizzabile nei luoghi dove sono cresciuti.
L’area intera si depaupera.
Il risultato è che i territori regionali diventano auto mantenuti dalle risorse del passato o dalle
falde pubbliche – privati egoisti arrivano solo a drenare sovvenzioni – mentre i migliori talenti
se ne vanno all’estero, lasciando dietro di sé paesini sempre più vuoti e anziani.
Qualcuno dirà che basta cambiare le persone, più geni al comando, qualcuno di eccezionale
che sappia gestire il cambiamento. Ma la storia insegna il contrario. Uno scienziato o un
manager brillante, isolato in un contesto malfunzionante, rischia di impantanarsi nella
burocrazia tanto quanto chiunque altro. In altre parole, non serve un singolo eroe per
risollevare una regione in crisi, serve trasformare radicalmente il contesto. Nel frattempo,
l’illusione della superiorità morale (noi siamo più autentici, più legati alla terra, migliori in
spirito) può diventare una gabbia mentale. Chi rimane vittima di questa autocelebrazione
rischia di adagiarvisi, rifiutando di guardare i problemi in faccia.
C’è poi un altro paradosso.
Gli studi superiori e le università nelle periferie non riescono a trattenere né ad attrarre nuovi
talenti. Anzi, in certi casi la scarsa qualità dei servizi erogati – università poco competitive,
scuole trascurate, sanità carente – spinge gli studenti a guardare altrove. Il Terzo Settore
internazionale ci insegna che i giovani istruiti non sono il vero motore dello sviluppo se non
esistono strutture efficienti intorno a loro. Lo stato locale, impantanato in consociativismi e
ammodernamenti di facciata, sembra ripetere la frase di Pasolini: «Non è vero che
comunque si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o
peggiorano».
Pier Paolo Pasolini, poeta della povera gente delle periferie romane, chiamava la sua Roma
suburbana «Terzo Mondo». Oggi possiamo estendere questa diagnosi. Le discariche
urbane diventano ghetti, come scriveva Pasolini, dove vivono «i ragazzacci sconsolati […] i
drogati, e tutti coloro che la società borghese rifiuta». Il fenomeno si allarga a intere regioni:
il Mezzogiorno è costellato di enclave di arretratezza, paradossalmente dentro uno dei paesi
più ricchi d’Europa. Strutture pubbliche scadenti trasformano comunità vive in cittadinanze
minoritarie, dove i diritti fondamentali (sanità, istruzione, legalità) sono garantiti male.
In queste oasi avanzate di mediocrità, non c’è spazio per l’innovazione, la normalità è
accettare la stagnazione, adeguarsi al minimo indispensabile.
Ovunque sono i migliori, se li ascolti ed osservi come si muovono.
Nella pubblica amministrazione, nelle imprese, nelle università, nella scuola, nelle camere di
commercio, negli ospedali, nei trasporti, nei comuni, dovunque, wherever.
Ma se siamo dei fenomeni così conclamati perché siamo e rimaniamo il terzo mondo?
Almeno è così in Sardegna e nei territori che le assomigliano o che stanno peggio.
Ma se siamo così bravi perché le cose non migliorano?
Perché i ragazzi scappano, le imprese non si insediano e al massimo rubano i contributi e
scappano?
Perché non scelgono le nostre università e master?
Perchè non ci scelgono neanche i fratelli e le sorelle migranti?
Cioè siamo così bravi sempre e comunque ed è sempre colpa degli altri? O di qualcosa o di
una congiuntura socio economica?
Cosa ci vieta di essere i migliori?
A te professore, cosa ti impedisce di essere il più bravo al mondo?
A te ricercatore cosa ti impedisce di essere il numero uno al mondo nella tua materia?
Ma se politicamente siamo così superiori agli altri perché non ci votano e c'è astensione?
Perché sia le classi dirigenti che le classi intermedie che gli operai si reputano sempre
altezza ma siamo sempre mediocri o scarsi salvo eccezioni?
E anche la politica. È solo conservazione del potere o è incapacità di crescere classi
migliori? O forse la storia ci sta insegnando che chi può scappa, a partire dai migliori e
rimangono le mezze seghe e gli scarsi? E se così fosse, che siamo noi scarsi a restare,
cosa ci impedisce di metterci insieme e di provare a fare del nostro meglio?
Ecco questo è il grande tema, questo è l'elefante nella stanza su cui dobbiamo ragionare.
Dunque la domanda cruciale è se siamo così bravi, perché restiamo terzo mondo.
Se il nostro patrimonio umano è così ricco, come mai i frutti si limitano a qualche fuoriclasse
isolata? Forse perché l’ispirazione di una società non si misura solo dai singoli pezzi forti,
ma dalle sinergie, dall’organizzazione, dalla cultura del merito.
Laddove ogni tentativo di eccellenza viene smorzato dal conformismo o dallo stallo
burocratico, il talento individuale è condannato a diventare eccezione soffocata nel
quotidiano.
A questo punto, vale la pena evocare il concetto di mediocrazia, ripreso da Alain Deneault e
riflesso nella realtà italiana: è «l’ordine in funzione del quale i mestieri cedono il posto a una
serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e
semplice». In altre parole, è una società in cui non conta più chi sa pensare, ma chi sa
compilare moduli e seguire procedure, premiando chi sa adattarsi ai processi istituzionali più
burocratici. Le periferie avanzate italiane – dai palazzi regionali alle università di provincia –
si stanno cristallizzando in questa mediocrazia: un sistema autoconservativo che si alimenta
impedendo all’eccellenza di emergere. In questo regime, «i mediocri hanno preso il potere»
e riconoscono altri mediocri da premiare. L’atteggiamento richiesto è sospetto verso ogni
slancio innovativo, quasi un dovere a mitigare la passione e la creatività, per non turbare
l’ordine precostituito.
Le pubbliche amministrazioni – scuole, enti locali, ospedali – spesso si trasformano in
barriere inconsapevoli all’eccellenza. Chi prova a cambiare gli ingranaggi viene salutato
come impraticabile, non costruisce consenso, anzi rischia ostracismo. Se come scrivono
Alvesson e Spicer esiste una stupidità funzionale che impedisce l’uso della propria mente in
modo critico, le periferie avanzate ne sono un laboratorio perfetto. Chi vuole innovare viene
incoraggiato a «non agitare il naso, imparare i simboli del potere e fare propria la
procedura», anziché proporre progetti rischiosi e fuori schema. Così, in un silenzio
opportuno, le ingiustizie rimangono invisibili e si tramandano come dogmi: «occorre fare
presto patti di potere, perché i mediocri attirano i loro simili».
Ci chiediamo allora: esiste una via d’uscita da questo cul de sac?
L’illusione che basti un ricambio di persone (nuovi sindaci, manager, prof magistrali) è
insufficiente.
Serve qualcosa di più radicale.
Un salto di specie.
Non nel senso che diventeremo letteralmente altri esseri, ma che la società deve mutare la
propria natura. Occorre passare da una mentalità della mera sopravvivenza e
dell’adattamento al nuovo – ossia una specie di coabitazione con la stagnazione – a una
mentalità della generatività.
Questo salto implica una nuova postura sociale.
Non aspettarsi che il cambiamento venga da qualcuno lassù, né compiacersi del mito di una
propria superiorità morale, ma riconoscere che viviamo in un ecosistema che va ripensato.
Un riscatto generazionale collettivo significa per esempio scuotere il conformismo. Insegnare
ai giovani (e a tutt*) che il progresso non è una marcia meccanica garantita, come avvertiva
Pasolini, bensì una conquista quotidiana.
Significa costruire spazi di critica dove si prenda atto che il talento, per manifestarsi, ha
bisogno di istituzioni credibili, trasparenti, non corrotti dai soliti giochi di potere.
È il momento di riscoprire lo spirito critico dei porci ignoranti di Pasolini.
Prendere sul serio i diritti di cittadinanza, pretendere scuole e università che non siano meri
uffici burocratici, ma luoghi di fermento culturale.
Un possibile salto di specie potrebbe passare attraverso l’educazione civica radicale,
rinnovare i percorsi formativi per collegare i giovani al senso politico del loro futuro, non solo
alle competenze tecniche. Iniziative di base, come cooperative giovanili, open lab,
piattaforme partecipate, possono ricreare fiducia tra la società civile, quei corpi intermedi che
in passato hanno dato slancio all’Italia e che nelle periferie spesso mancano. Fondamentale
è smettere di accontentarsi del meno peggio e riprendere a immaginare orizzonti, come
fecero Pasolini e Gramsci col loro sguardo critico sulle classi subalterne.
Il richiamo all’azione è il seguente.
Rifiutare di vivere all’ombra della propria nostalgia per un passato di orgoglio locale – che
pure ha valore – e invece costruire qualcosa di concreto.
È urgente chiedere conto dei fondi sprecati e rivendicare misurazioni reali dei successi (Pil,
formazione, occupazione) anziché slogan.
Ma soprattutto, serve una mentalità comune di lotta alla mediocrità, chi prova, errando e
pagando fallimenti, deve essere riconosciuto come volenteroso, non bandito.
La rivoluzione, se ci sarà, non verrà dal cerchio magico delle burocrazie locali, ma dal
basso. Dall’incontro fra i giovani partite via, amanti delle loro terre e quelli rimasti che non si
rassegnano. Dalla condivisione di storie, talenti, risorse in reti liquide che superano il
campanilismo. Dalla politica che riprende a dirsi di qualità, cioè dalla rivendicazione di un
nuovo humanisme, et élément, come diceva Simone Weil, un umanesimo che restituisca
dignità alle persone che vivono nella merda, non per stabilirne un’identità eroica ma per
renderle protagoniste attive del proprio destino.
Il salvataggio delle periferie avanzate non sta nel far brillare qualche stella isolata, ma nel
mutare complessivamente il sistema.
La domanda «Se siamo così bravi, perché rimaniamo Terzo mondo?» deve diventare l’urlo
di sfida delle prossime generazioni, non un lamento.
Spetta a ognuno – studenti, lavoratori, insegnanti, amministratori onesti – capire che non
basta un cambio di nomi sulle poltrone, né una spruzzata di autocompiacimento identitario.
Bisogna spezzare l'auto illusione della superiorità culturale periferica, perché essa offre una
comoda scusa all’immobilismo.
Solo riconoscendo di non avere più nulla da perdonare (ai centri di potere) o da proteggere
(nei nostri centri sociali) potremo iniziare un vero riscatto.
Le periferie moderne, suggeriscono i filosofi sociali e Pasolini stesso, sono luoghi ambigui,
custodi di tradizioni autentiche ma anche trappole di impotenza.
Il progetto visionario che ci serve non è un fossilizzarsi sulle ceneri di un’identità inesistente,
bensì un volto nuovo di società.
Un volto che sappia far germogliare l’eccellenza e premi chi osa costruire, rompendo con la
rassegnazione.
Questo salto di specie – un cambiamento di paradigma sociale, forse politico – è l’unica via
perché l’illusione collettiva si trasformi in speranza reale.
Solo così potranno finalmente convergere in periferia talenti e opportunità, senza che questi
ultimi ne escano sempre sballottati dal vento del nord, ma arrivi a fiorire un proprio,
autentico, futuro.
Con affetto, un sorriso, Nicola



