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Inclusione, serve un cambiamento di paradigma.

Cagliari, 15 aprile 2024

 

Inclusione, serve un cambiamento di paradigma.

 

Nel mondo contemporaneo, la questione dell’inclusione assume contorni sempre più definiti, richiamando all’appello non solo le politiche sociali ed educative ma anche l’approccio culturale con cui affrontiamo  la diversità.

A tal proposito, è impossibile disgiungere il concetto di inclusione dai disability studies, un campo di ricerca che, negli ultimi decenni, ha contribuito a ridefinire la nostra comprensione della disabilità, sottraendola al mero ambito biomedico per collocarla in un contesto sociale e culturale più ampio.

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’inclusione non è un concetto neutrale. La sua efficacia e la sua stessa definizione sono profondamente legate a un paradigma che critica l’egemonia della norma e del modello biomedico individuale. Questo modello si oppone alla dicotomia normale/anormale e all’abilismo, ossia quella visione che valorizza le abilità fisiche e mentali secondo standard prestabiliti, marginalizzando chi non vi si conforma.

Il linguaggio normativo e del deficit, che per lungo tempo ha caratterizzato il discorso sulla disabilità, si trova oggi sotto la lente di questi studi che ne denunciano i limiti e le conseguenze. Parlare di disabilità unicamente in termini di deficit significa, infatti, ignorare la ricchezza e la complessità dell’esperienza umana, riducendo e riconducendo l’individuo a ciò che gli manca anziché  valorizzare ciò che lo caratterizza e lo distingue.

Da questa critica emerge il tema delle differenze, non più viste come qualcosa da imbrigliare nella cultura della distanza dalla norma e delle categorie predefinite, ma come l’espressione di una pluralità di visioni del mondo, di modalità e strategie personali e originali attraverso le quali ogni persona si rapporta alla realtà che la circonda.

È proprio su questo punto che si gioca la partita dell’inclusione: riconoscere e valorizzare la diversità come risorsa e non come limite.

Il concetto, pertanto, diventa un invito a ripensare le nostre strutture sociali, educative e lavorative, affinché possano accogliere e valorizzare le diversità sfruttandone appieno l’energia anziché omologarle. Questo implica un cambiamento profondo non solo nelle politiche ma anche nell’etica collettiva, un passaggio dal riconoscimento teorico della diversità all’implementazione pratica di pratiche inclusive.

Gli studi sul tema ci insegnano che ogni  persona ha una propria unicità, che va oltre le etichette di normale o anormale.

L’inclusione, dunque, non può prescindere da un’esplorazione attenta delle potenzialità di ciascuno, con l’obiettivo di creare un contesto in cui tutti possano esprimere al meglio le proprie capacità ed esternare i propri talenti a beneficio anche della collettività.

In conclusione, l’approccio critico proposto dai disability studies offre una prospettiva indispensabile per la realizzazione di una società realmente inclusiva. Questa visione rappresenta una sfida ma anche un’opportunità: quella di costruire un mondo in cui la diversità non sia più fonte di esclusione ma di arricchimento collettivo, un mondo in cui ogni persona possa trovare il proprio posto e non nonostante le proprie differenze, ma grazie ad esse.

 

Con speranza, Nicola

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