Cagliari, 8 gennaio 2025
Jodorowsky.
Alejandro Jodorowsky, con il suo spirito visionario, ci offre una verità disarmante.
Le cose sono come sono e noi soffriamo perché le avevamo immaginate diversamente. Questa riflessione è un inno alla disillusione, ma al contempo una porta verso una consapevolezza più profonda, quella che la sofferenza umana nasce spesso dal conflitto tra la realtà e le nostre aspettative. È un pensiero che si innesta nella lunga tradizione filosofica che esamina il rapporto tra la mente e il mondo, tra ciò che è e ciò che desideriamo che sia.
L’immaginazione umana è una delle forze più potenti e creative di cui disponiamo. Attraverso di essa costruiamo mondi, sogniamo futuri e diamo forma alle nostre ambizioni. Ma è proprio questa straordinaria capacità che può trasformarsi in fonte di sofferenza, poiché spesso ciò che immaginiamo non coincide con la cruda realtà. La nostra mente ha l’incredibile abilità di proiettare scenari ideali, costruendo aspettative che, quando non trovano riscontro nella vita reale, generano una frattura interiore. In questo spazio tra l’ideale e il reale, tra ciò che desideriamo e ciò che effettivamente accade, si radica il dolore.
Questo contrasto tra il mondo interiore e quello esteriore è stato esplorato in molte tradizioni di pensiero, dalla filosofia orientale al pensiero esistenzialista occidentale. Il Buddhismo, ad esempio, insegna che la sofferenza deriva dall’attaccamento alle nostre aspettative e dai desideri non soddisfatti. Secondo questa prospettiva, è la nostra incapacità di accettare il presente così com’è, senza resistenza, che ci porta a vivere in un costante stato di frustrazione. Allo stesso modo, nella filosofia stoica, Seneca e Marco Aurelio sottolineavano l’importanza di accettare la realtà come un passo essenziale verso la serenità interiore. La vita, ci dicono gli stoici, è imprevedibile e fuori dal nostro controllo, ma la nostra reazione emotiva alla vita è interamente nelle nostre mani.
Tuttavia, Jodorowsky non ci invita a rinunciare all’immaginazione o ai sogni. Il suo messaggio non è un appello al fatalismo o alla rassegnazione. Al contrario, ci spinge a riflettere su come l’atto stesso di immaginare il mondo in modo diverso sia sia una fonte di sofferenza che una leva per la trasformazione personale. La chiave è riconoscere il potere dell’immaginazione senza lasciarci sopraffare da essa. Se riusciamo a coltivare una forma di distacco dai nostri desideri, accettando che la realtà possa prendere una direzione diversa da quella che avevamo sperato, possiamo trovare un equilibrio tra sogno e accettazione.
Le parole di Jodorowsky possono essere lette anche in una chiave profondamente psicologica. Nelle relazioni interpersonali, per esempio, quante volte soffriamo non per ciò che realmente accade, ma perché avevamo immaginato un diverso comportamento da parte di chi ci circonda? Aspettiamo che qualcuno ci ami in un certo modo, che ci riconosca o ci accetti secondo i nostri parametri. Quando ciò non avviene, il dolore che proviamo non è tanto legato alla realtà in sé, ma alla delusione rispetto a ciò che avevamo costruito nella nostra mente. La sofferenza, in questo senso, diventa il riflesso delle nostre proiezioni disattese.
In una società come quella contemporanea, dove la cultura dell’immagine e del successo immediato ci bombarda costantemente con modelli di perfezione, questa disconnessione tra ciò che è e ciò che desideriamo appare ancora più acuta. Siamo circondati da promesse di felicità, di benessere, di realizzazione personale e professionale. Social media, pubblicità e intrattenimento ci presentano vite perfette, corpi scolpiti, carriere fulgide, relazioni idilliache. Ma quando confrontiamo queste immagini con la nostra realtà, fatta di imperfezioni, di alti e bassi, di fatiche e di momenti di incertezza, ecco che nasce la sofferenza. Ci accorgiamo che le cose non sono affatto come le avevamo immaginate.
In questo senso, Jodorowsky ci offre un’ancora per sopravvivere alle tempeste dell’illusione. La sua affermazione è un invito a smettere di lottare contro la realtà, ad accoglierla per quella che è, e a trovare la pace nella consapevolezza che il mondo non esiste per soddisfare le nostre aspettative. È un invito a una forma di saggezza che non rinnega l’immaginazione, ma la incanala in una direzione più consapevole. Non dobbiamo smettere di sognare, ma dobbiamo imparare a non identificarci con i nostri sogni al punto da essere travolti dalla loro mancata realizzazione.
In ultima analisi, la frase di Jodorowsky racchiude un insegnamento semplice, ma rivoluzionario: accettare ciò che è non significa arrendersi, ma liberarsi dal peso delle aspettative. Quando impariamo ad accogliere la realtà senza giudizio, senza volerla a tutti i costi diversa da com’è, ci apriamo alla possibilità di vivere con più serenità e meno ansia. Le cose sono come sono, ed è solo accettando questa verità che possiamo cominciare a vivere pienamente, trasformando la nostra immaginazione in uno strumento di crescita, piuttosto che in una trappola di sofferenza.
AmorevolMente, Nicola



