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La presenza non basta.

La presenza non basta.

Per una teoria della presenza generativa nei territori.

Un contributo di Sardegna 2050 all’Economia della Presenza

Nicola Pirina
Presidente, Sardegna 2050

La Sardegna presenta oggi un apparente paradosso che permette di entrare immediatamente nel cuore della questione.

Nel 2025 l’Isola ha superato i 21,8 milioni di presenze turistiche e i 5,1 milioni di arrivi. Nello stesso anno l’Istat colloca la Sardegna fra le regioni italiane con il più intenso declino demografico, pari a -5,1 per mille.

Naturalmente si tratta di grandezze diverse e non comparabili contabilmente. 

Eppure, proprio la loro compresenza possiede un enorme valore euristico.

Ci dice che un territorio può essere sempre più frequentato e sempre meno abitato.

Può aumentare le persone che vi transitano mentre diminuiscono quelle che vi costruiscono la propria biografia.

Può moltiplicare le notti trascorse nei suoi luoghi e ridurre contemporaneamente gli anni di vita che le nuove generazioni immaginano di trascorrervi.

Può essere desiderato come destinazione e percepito come insufficiente come progetto di vita.

Distanza, quindi, fra frequentazione e appartenenza, consumo e produzione di futuro, occupazione dello spazio e costruzione del luogo.

La presenza non può essere considerata una categoria binaria.

Essere presenti o assenti non basta più.

Occorre domandarsi come si è presenti, per quanto tempo, con quale capacità di incidere, attraverso quali relazioni, producendo quale valore, lasciando che cosa nel territorio dopo il proprio passaggio.

L’économie présentielle appartiene da oltre vent’anni alla geografia economica francese, comprende le attività svolte localmente per produrre beni e servizi destinati alle persone presenti in un territorio, indipendentemente dal fatto che vi risiedano oppure vi soggiornino temporaneamente.

Laurent Davezies contribuì a sviluppare questo approccio a partire dagli studi sull’economia residenziale e sulla teoria della base economica, interrogandosi sulla capacità dei territori non soltanto di produrre reddito, ma di attrarre flussi di reddito e trasformarli in domanda e attività locali.

È un paradigma importante, soprattutto nei territori caratterizzati da turismo, mobilità, pensionati, pendolarismo e trasferimenti pubblici.

Attenzione, non riguarda principalmente ciò che le persone presenti consumano, ma ciò che la loro presenza rende possibile.

L’unità elementare non è più la transazione generata dall’individuo presente, ma la relazione territoriale attivata dalla presenza.

La presenza territoriale non è uno stock di persone o di risorse, è una capacità.

Un medico può essere formalmente presente in un territorio e sostanzialmente inaccessibile.

Una scuola può esistere e non essere più capace di generare mobilità sociale.

Un edificio pubblico può essere aperto senza produrre spazio pubblico.

Un’impresa può avere sede in un luogo e non intrattenere con quel luogo alcuna relazione significativa.

Un residente può abitare stabilmente un paese ma trascorrere ogni giornata altrove per studiare, lavorare, curarsi o incontrare altre persone.

Al contrario, una persona emigrata può contribuire alla vita economica, cognitiva e relazionale della propria comunità d’origine con maggiore intensità di molti residenti.

La geografia del tempo, inaugurata dal lavoro di Torsten Hägerstrand, ha da tempo mostrato quanto l’accesso effettivo alle opportunità dipenda dalla combinazione fra spazio, tempo e vincoli della vita quotidiana, non basta che una risorsa esista geograficamente perché sia concretamente disponibile.

Questa considerazione cambia radicalmente il modo di leggere i territori.

Abitare un luogo significa poter organizzare in quel luogo una vita.

Sono, piuttosto, quattro le grandi capacità territoriali.

Abitare significa poter costruire una biografia.

Lavorare significa poter trasformare competenze in dignità, reddito e autonomia.

Conoscere significa poter accedere alla conoscenza, produrla, scambiarla e conservarla.

Appartenere significa poter riconoscere un luogo come proprio senza doverlo possedere e poter partecipare alla sua trasformazione senza dover dimostrare di esservi nati.

La vitalità nasce quando queste quattro capacità possono esistere contemporaneamente.

Un territorio nel quale si può abitare ma non lavorare diventa dormitorio.

Un territorio nel quale si può lavorare ma non appartenere diventa piattaforma produttiva.

Un territorio nel quale si può conoscere ma non restare diventa esportatore di capitale umano.

Un territorio nel quale si appartiene ma non si accetta il nuovo rischia di trasformare l’identità in recinzione.

È nella combinazione delle quattro dimensioni che si produce vera presenza.

Ma non tutte le presenze sono positive.

Un capitale che utilizza il territorio senza reinvestirvi è presente contabilmente e assente territorialmente.

Un grande investimento che importa competenze, fornitori e management, esportando poi profitti e proprietà intellettuale, può aumentare il PIL senza incrementare significativamente la capacità locale.

Una casa utilizzata poche settimane l’anno costituisce patrimonio immobiliare presente e capacità abitativa assente.

Un’economia turistica che massimizza i flussi comprimendo l’accessibilità abitativa dei residenti può aumentare le presenze statistiche diminuendo la presenza comunitaria.

Un’amministrazione può essere fisicamente presente ma istituzionalmente distante.

Una piattaforma digitale può intermediare migliaia di transazioni locali senza generare capitale cognitivo, fiscale o proprietario nel territorio.

Occorre quindi introdurre almeno una distinzione teorica fra presenze generative e presenze estrattive.

La presenza generativa utilizza il territorio e contemporaneamente ne accresce le capacità.

Produce reddito ma anche competenze.

Occupa spazio ma costruisce relazioni.

Accede alle risorse ma contribuisce a riprodurle.

Utilizza infrastrutture ma partecipa alla loro sostenibilità.

Genera valore e ne trattiene una parte sufficiente perché il territorio possa reinvestirla.

La presenza estrattiva, al contrario, monetizza una qualità territoriale senza contribuire adeguatamente a rigenerarla.

Il punto non è costruire economie chiuse.

Sarebbe economicamente inefficiente e culturalmente regressivo.

Il problema è costruire territori aperti senza essere perforati.

Capaci di scambiare senza essere svuotati.

Capaci di attrarre senza essere colonizzati.

Capaci di accogliere capitale, persone, tecnologia e conoscenza chiedendo a ciascuna di queste presenze di lasciare qualcosa che sopravviva alla propria partenza.

La stessa revisione deve essere applicata alla nozione di assenza.

Esistono certamente assenze-deficit: il medico che manca, l’autobus che non arriva, il lavoro qualificato che non esiste, il presidio culturale che ha chiuso, la connessione insufficiente, il giovane che sarebbe rimasto ma non ha trovato condizioni per farlo.

Sono vuoti che restringono possibilità.

Ma esistono anche assenze desiderabili.

L’assenza di inquinamento.

L’assenza di congestione.

L’assenza di criminalità.

L’assenza di consumo irreversibile di suolo.

L’assenza di rendite monopolistiche.

L’assenza di alcune pressioni antropiche.

Non è dunque l’assenza in quanto tale a indicare una fragilità.

È necessario domandarsi quale capacità quell’assenza impedisca oppure protegga.

Esiste poi una terza categoria ancora più interessante, l’assenza fisica accompagnata da presenza relazionale.

È il caso delle diaspore.

Per territori che per generazioni hanno visto partire una parte importante della popolazione, continuare a interpretare chi è emigrato esclusivamente come una perdita significa utilizzare una geografia novecentesca in una società reticolare.

Un sardo a Milano, Bruxelles, Boston, Londra o Shanghai può essere fisicamente assente dall’Isola e contemporaneamente presente nel suo sistema attraverso investimenti, ricerca, relazioni, mentoring, reputazione, circolazione delle conoscenze, accesso ai mercati.

Questo non significa romanticizzare l’emigrazione.

Significa comprendere che nel XXI secolo la presenza può essere distribuita.

Il vero fallimento non consiste sempre nella partenza.

Consiste nella perdita della relazione.

Anche la categoria della relazione richiede una qualificazione.

Un territorio può possedere moltissime relazioni ed essere profondamente disfunzionale.

Le reti clientelari sono relazioni.

Le dipendenze economiche sono relazioni.

I sistemi monopolistici sono reti.

Le comunità chiuse possono possedere elevatissimo capitale relazionale interno e scarsissima capacità di accogliere la differenza.

La densità della rete, da sola, non misura la sua qualità.

Il punto diventa allora comprendere che cosa circola nelle relazioni.

Fiducia oppure paura.

Conoscenza oppure dipendenza.

Opportunità oppure rendita.

Responsabilità oppure favore.

Potere distribuito oppure subordinazione.

Perché ogni territorio non è soltanto un sistema di connessioni.

È anche un sistema di poteri.

Questa riflessione entra direttamente in uno dei grandi problemi dell’economia contemporanea.

Per oltre un secolo abbiamo imparato a pensare la società attraverso due istituzioni dominanti: Stato e mercato.

Raghuram Rajan ha opportunamente ricordato l’esistenza di un terzo pilastro, la comunità, indebolita dalla crescente centralizzazione tanto del potere economico quanto di quello pubblico.

Ma la comunità non dovrebbe essere considerata semplicemente il terzo soggetto accanto agli altri due.

È anche una infrastruttura.

Come una rete elettrica consente alla corrente di circolare, una comunità permette alla fiducia, all’informazione, alla cooperazione, alla reputazione, alla cura e all’apprendimento di circolare.

La letteratura contemporanea sulle infrastrutture sociali sta mostrando precisamente quanto luoghi, istituzioni e reti sociali possano sostenere socialità, accesso ai servizi, identificazione, azione collettiva e resilienza.

Una biblioteca è dunque più di un servizio bibliotecario.

Una piazza più di superficie urbana.

Un bar di paese più della propria attività commerciale.

Una scuola più di un luogo di istruzione.

Una società sportiva più della pratica atletica che organizza.

Un circolo, una cooperativa, una parrocchia, un mercato, una festa, una banda musicale, una piccola associazione sono spesso nodi di un’infrastruttura invisibile.

Quando chiudono, le statistiche economiche possono registrare variazioni minime.

Il territorio, tuttavia, può perdere qualcosa di assai più importante, luoghi nei quali le persone imparavano reciprocamente ad esistere.

Il problema non è soltanto sapere quali risorse possiede un territorio.

Bisogna comprendere la sua capacità di conversione.

Due territori possono possedere lo stesso capitale naturale e ottenere risultati completamente differenti.

Due università possono produrre lo stesso numero di laureati e generare impatti territoriali opposti.

Due territori possono ricevere identico investimento pubblico e lasciare, dieci anni dopo, eredità radicalmente differenti.

La variabile decisiva è il sistema di relazioni attraverso cui una risorsa viene trasformata in capacità collettiva.

Il vero capitale territoriale, in questa prospettiva, non è quindi la semplice somma delle dotazioni.

È la capacità del sistema locale di combinarle.

Questa è forse la differenza tra possedere risorse ed avere futuro.

La partecipazione non dovrebbe essere utilizzata per chiedere ai cittadini che cosa pensano dopo che tecnici e amministratori hanno già definito il problema.

Dovrebbe intervenire molto prima.

Nella definizione stessa di ciò che merita di essere osservato.

Chi abita un luogo possiede infatti conoscenze che nessun database contiene.

Sa dove una strada diventa insicura al tramonto.

Sa quale anziano non esce più di casa.

Sa quale attività economica apparentemente marginale costituisce un nodo comunitario.

Sa perché un servizio formalmente disponibile non viene utilizzato.

Sa quali conflitti una cartografia istituzionale non registra.

Questa conoscenza non sostituisce quella scientifica.

La completa.

La democrazia deliberativa diventa così anche una tecnologia epistemica, un sistema attraverso cui informazioni disperse vengono portate alla luce, sottoposte a confronto e trasformate in conoscenza collettiva.

La partecipazione autentica, però, comporta conseguenze.

Se dopo aver ascoltato una comunità l’amministrazione può ignorarne completamente gli esiti senza spiegazione, non si è costruita corresponsabilità.

Si è organizzata un’audizione.

La presenza politica comincia quando la voce produce una conseguenza.

Una quota enorme della qualità della vita dipende non dalle produzioni globalmente commerciabili, ma da attività ordinarie e fondamentali come abitazione, alimentazione, salute, assistenza e trasporti.

È una considerazione preziosa per i territori periferici.

Possedere un aeroporto internazionale conta.

Ma conta anche poter comprare il pane nel paese.

Avere un centro di ricerca di eccellenza conta.

Ma conta poter raggiungere un medico.

Attirare un’impresa globale conta.

Ma conta avere un asilo.

La modernità ha spesso confuso ciò che è tecnologicamente spettacolare con ciò che è socialmente indispensabile.

Non scegliendo fra innovazione e prossimità, bensì rendendo l’innovazione capace di aumentare prossimità, accessibilità e autonomia.

La tecnologia migliore per un territorio non è necessariamente quella più avanzata.

È quella che aumenta maggiormente le sue capacità.

Qui emerge una dimensione che nel prossimo decennio diventerà inevitabile: la presenza cognitiva.

Le economie territoriali sono sempre più attraversate da sistemi che raccolgono dati, elaborano informazioni, prendono decisioni e producono conoscenza al di fuori dei territori stessi.

Una comunità può quindi generare continuamente dati e contemporaneamente perdere capacità di comprenderli.

Può essere osservata senza diventare più consapevole.

Può alimentare algoritmi senza possedere alcuna parte dell’intelligenza prodotta.

È una nuova forma di estrazione.

Un territorio che produce dati deve ricevere conoscenza.

Dati sulla mobilità, sull’utilizzo dei servizi, sull’abitare, sul turismo, sulle attività produttive, sulla partecipazione culturale e sui bisogni sociali possono permettere letture territoriali impensabili pochi anni fa.

L’intelligenza artificiale consente ormai di individuare relazioni, anomalie, traiettorie e fenomeni emergenti dentro masse di informazioni non analizzabili manualmente.

Ma il salto non consiste nel costruire un algoritmo che dica alle comunità che cosa devono fare.

La tecnologia dovrebbe aiutare le comunità a vedere meglio se stesse.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento ermeneutico.

Non il sovrano del territorio.

Dovrebbe rendere più intelligibile la complessità, garantendo trasparenza dei criteri, protezione dei dati individuali, controllo pubblico e verifica umana.

Una comunità che conosce i propri dati possiede una nuova forma di autonomia.

Una comunità che li produce ma non può interpretarli costituisce semplicemente materia prima cognitiva per altri.

Se accettiamo queste premesse, occorre anche cambiare il modo di misurare.

Non perché gli indicatori tradizionali siano inutili.

Sono indispensabili ma insufficienti.

Il problema non è eliminare il PIL, gli occupati, i residenti, i visitatori o il reddito.

È smettere di pretendere che raccontino da soli la qualità del sistema territoriale.

Gran parte delle politiche territoriali europee soffre infatti di una particolare forma di temporalità.

Nascono con un bando.

Vivono durante un progetto.

Muoiono alla rendicontazione.

L’infrastruttura viene costruita, il corso realizzato, il portale pubblicato, il laboratorio inaugurato.

Poi il finanziamento termina.

E troppe volte termina anche il sistema di relazioni che aveva prodotto.

Una politica dovrebbe valutare esattamente l’opposto.

Il suo successo è proporzionale a ciò che continua ad esistere quando la politica non c’è più.

Una competenza.

Una cooperativa.

Una rete di imprese.

Una comunità energetica.

Una pratica amministrativa.

Una capacità di progettazione.

Una relazione fra università e territorio.

Una nuova istituzione.

Un luogo restituito all’uso.

Una comunità che ha imparato a deliberare.

In questo senso la rigenerazione non è propriamente l’esito fisico di un intervento.

È l’aumento della capacità del territorio di rigenerarsi nuovamente.

Un territorio rigenerato una volta da qualcuno rimane dipendente.

Un territorio che ha imparato a rigenerarsi è diventato autonomo.

I territori possono richiedere strumenti completamente diversi.

Cooperative di comunità.

Housing cooperativo.

Comunità energetiche.

Acquisti pubblici territoriali.

Patti di collaborazione.

Scuole aperte.

Fondazioni di comunità.

Servizi mutualistici.

Presidi culturali.

Banche del tempo.

Nuovi modelli di gestione collettiva dei beni.

Community wealth building.

Laboratori di innovazione pubblica.

Assemblee deliberative.

Commons digitali e della conoscenza.

È difficile immaginare un luogo più adatto della Sardegna per sperimentare questa impostazione.

L’insularità rende visibili fenomeni che altrove rimangono nascosti dentro sistemi territoriali più grandi.

La distanza.

La stagionalità.

La rarefazione demografica.

Il rapporto costa-interno.

Le differenze nell’accessibilità ai servizi.

Le reti di piccoli comuni.

La mobilità dei giovani.

Le comunità sparse nel mondo.

Il peso del turismo.

La ricchezza ambientale.

La presenza di territori contemporaneamente antichissimi e attraversati dalle tecnologie più avanzate.

In questo senso la Sardegna potrebbe diventare un laboratorioo epistemologico.

Non perché rappresenti tutti i territori.

Ma esattamente perché non li rappresenta.

Le politiche place-based più mature partono dalla specificità, non dalla media.

Un programma sperimentale potrebbe mettere a confronto differenti ecologie territoriali sarde — aree urbane, coste turistiche, piccoli paesi dell’interno, territori post-industriali, comunità montane e sistemi rurali — costruendo per ciascuna non semplicemente una fotografia delle dotazioni, ma una cartografia dinamica delle presenze, delle assenze, dei flussi e delle relazioni.

Dati amministrativi e statistici.

Mobilità e tempi di accesso.

Servizi.

Abitazioni utilizzate e inutilizzate.

Imprese e catene di fornitura.

Scuola e formazione.

Presidi sociali e culturali.

Conoscenza prodotta.

Partecipazione.

Spazi di incontro.

Flussi turistici.

Diaspore.

Capitale.

Competenze.

E, accanto ai dati, la lettura delle comunità.

Perché una cartografia della presenza realizzata soltanto dai sensori saprebbe moltissimo dei movimenti e pochissimo delle ragioni.

Una realizzata soltanto attraverso le percezioni saprebbe moltissimo delle ragioni e rischierebbe di sbagliare le dimensioni dei fenomeni.

La conoscenza territoriale del futuro nascerà dall’incontro fra dato, scienza e deliberazione.

Per decenni, di fronte allo spopolamento, abbiamo ripetuto la parola restare.

È una parola comprensibile.

Ma può diventare pericolosa.

Nessun giovane dovrebbe essere trasformato nel presidio demografico del luogo in cui è nato.

Partire può essere libertà.

Tornare può essere libertà.

Arrivare da altrove può essere libertà.

Restare può esserlo soltanto se esistono alternative.

Il tema politico non dovrebbe quindi essere costruire il dovere di restare.

Dovrebbe essere costruire il diritto sostanziale a poter essere presenti.

Poter studiare senza essere obbligati ad andarsene.

Poter partire senza interrompere il rapporto con il proprio territorio.

Poter tornare senza ricominciare da zero.

Poter arrivare senza rimanere per sempre forestieri.

Poter lavorare senza rinunciare alla qualità della vita.

Poter abitare senza essere espulsi dalle rendite.

Poter partecipare alle decisioni.

Poter contribuire.

Poter appartenere.

Questa è forse la declinazione politica più profonda dell’Economia della Presenza.

Non trattenere le persone.

Costruire luoghi abbastanza capaci da meritare la loro presenza.

Anche il linguaggio dell’attrattività territoriale merita allora di essere rivisto.

Per anni abbiamo chiesto come attrarre imprese, come attrarre turisti?, come attrarre talenti, come attrarre investimenti e così via.

L’attrattività regionale non può essere ricondotta ai soli fattori economici, ma comprende benessere dei residenti, ambiente, connessioni, abitazione e qualità territoriale.

Un territorio non dovrebbe voler essere semplicemente attrattivo.

Dovrebbe costruire relazioni desiderabili per entrambe le parti.

Non interessa soltanto quante persone arrivano.

Interessa che cosa accade quando arrivano.

Non soltanto quanto capitale viene investito.

Ma quale sistema territoriale rimane dopo l’investimento.

Non soltanto quanti giovani tornano.

Ma quale spazio viene loro concesso per cambiare ciò a cui tornano.

La vera attrattività non è la capacità di vincere la competizione globale per i flussi.

È la capacità di trasformare i flussi in relazioni.

Ogni politica territoriale modifica non soltanto la distribuzione delle risorse presenti.

Modifica le possibilità future.

Costruire un’università modifica il numero delle alternative disponibili per chi nascerà dieci anni dopo.

Consumare irreversibilmente un paesaggio elimina opzioni.

Portare una rete ad altissima capacità ne crea.

Chiudere una scuola ne elimina.

Costruire una comunità capace di apprendere ne moltiplica.

L’unità di misura più radicale della presenza diventa quindi la possibilità lasciata agli altri.

Una generazione è autenticamente presente nel proprio territorio quando non occupa tutto lo spazio del futuro.

Quando consegna a quella successiva più alternative di quante ne abbia ricevute.

Non amministrare soltanto ciò che esiste.

Custodire la possibilità di ciò che ancora non esiste.

Alla luce di queste considerazioni, serve studiare la capacità dei territori di trasformare presenze, assenze e relazioni in possibilità condivise di vita, conoscenza, lavoro e appartenenza. Una presenza è generativa quando, attraversando o abitando un territorio, ne accresce le capacità economiche, sociali, cognitive, istituzionali e ambientali senza ridurre quelle delle generazioni future.

La vitalità territoriale non dipende dalla quantità di persone, capitali o attività presenti, ma dalla qualità delle relazioni attraverso cui tali presenze vengono convertite in capacità collettive.

Il successo di una politica territoriale dovrebbe essere misurato anche dalla quantità di capacità che rimane nel territorio dopo la conclusione dell’intervento che l’ha prodotta.

Tre proposizioni sufficientemente semplici da essere comprese.

E sufficientemente esigenti da cambiare molte politiche pubbliche.

Forse siamo entrati in un’epoca nella quale la principale scarsità dei territori non sarà il capitale.

Nemmeno la tecnologia.

Probabilmente neppure la conoscenza in quanto tale.

Queste risorse possono muoversi attraverso il pianeta quasi istantaneamente.

La scarsità sarà la capacità di tenerle in relazione.

Costruire fiducia.

Generare appartenenza senza chiudersi.

Trasformare conoscenza globale in capacità locale.

Fare dell’innovazione qualcosa che rimane.

Consentire alle persone di passare senza perdere il rapporto con il luogo.

Accogliere senza dissolversi.

Cambiare senza dimenticare.

Restare senza immobilizzarsi.

È qui che la parola presenza recupera la sua profondità.

Essere presenti significa infatti molto più che occupare uno spazio.

Significa assumere una parte di responsabilità per ciò che quello spazio diventerà.

Per questa ragione il passaggio decisivo non è dall’assenza alla presenza.

È dalla presenza alla corresponsabilità.

Dopo aver rigenerato, che cosa rimane?

Se rimane soltanto ciò che abbiamo costruito, abbiamo realizzato un progetto.

Se rimangono persone più capaci, istituzioni più intelligenti, relazioni più forti, conoscenza condivisa e una comunità maggiormente in grado di scegliere il proprio futuro, abbiamo prodotto sviluppo.

Se rimane la capacità di ricominciare senza di noi, allora abbiamo prodotto qualcosa di ancora più raro.

Autonomia.

Un territorio non è soltanto la storia che racconta.

È anche quella che rende ancora possibile scrivere.

Forse questa è la distinzione decisiva.

Un territorio vitale non è quello che conserva tutto.

Non è quello che trattiene tutti.

Non è quello che cresce sempre.

Non è nemmeno necessariamente quello nel quale tutti rimangono.

È quello che continua a generare possibilità.

Che permette a qualcuno di partire e ad altri di arrivare.

Che conserva legami senza trasformarli in catene.

Che utilizza il patrimonio senza consumarlo.

Che accoglie tecnologia senza consegnarle la propria sovranità.

Che produce valore senza separarlo dalla responsabilità.

Che considera la comunità non come destinataria dello sviluppo ma come una delle infrastrutture attraverso cui lo sviluppo diventa possibile.

La grande sfida dei prossimi decenni non sarà allora riempire i territori.

Sarà renderli degni della presenza.

Ed è possibile che la vera ricchezza dei luoghi finisca per essere misurata non da quante persone riescono ad attrarre, ma da quanta vita riescono a generare, non da quanto valore riescono a catturare, ma da quanto futuro riescono a lasciare, non da ciò che possiedono, ma dalla qualità delle relazioni che riescono a rendere possibili.

Perché, alla fine, una comunità esiste soltanto quando qualcuno può dire io qui non sono semplicemente presente, qui posso ancora diventare qualcosa.

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