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La salute è un diritto per tutti o un privilegio per pochi?

La Sardegna è la regione con la più alta percentuale di persone che rinunciano alle prestazioni sanitarie. Secondo la fonte BES-ISTAT il mancato accesso alle cure nonostante la necessità riguarda il 13,7% della popolazione sarda.

L’analisi del dato individua tre cause: prima di tutto le liste di attesa eccessivamente lunghe, poi le difficoltà economiche, infine emerge una variegata difficoltà di accesso ai servizi che erogano le prestazioni.

Alla luce della mia esperienza quotidiana ne aggiungerei una quarta: la quasi impossibilità di capire DOVE oppure A CHI rivolgersi per risolvere il proprio problema di salute.

La salute e il benessere delle persone sono affidati a due istituzioni politico-amministrative: la Regione per l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, il Comune che deve programmare, progettare e realizzare il sistema locale dei servizi sociali.

Nel contesto cittadino è indispensabile ragionare in termini di prestazioni socio-sanitarie, ma anche nel campo strettamente sanitario sia l’atto diagnostico che l’atto terapeutico perché siano efficaci risultano inseparabili da azioni di assistenza alla persona. L’integrazione socio-sanitaria si declina, pertanto, con la presa in carico globale e continuata della persona. Non può e non deve limitarsi a dare risposte solo nel momento in cui emerge il bisogno acuto.

Il livello comunale è l’ambito giusto per promuovere l’ascolto dei bisogni del singolo e la risposta personalizzata che a questi bisogni occorre dare. Il singolo e la comunità che lo circonda hanno il diritto di trovare soluzioni pronte, immediatamente accessibili, ben articolate, che non devono nascere dai favori personali a beneficio di pochi, ma devono essere garantite a tutti e a tutte nella esatta misura di cui ciascuno e ciascuna ne ha bisogno.

Il modello di assistenza della cosiddetta “presa in carico” si basa sul passaggio dal concetto del “curare” a quello del “prendersi cura” della persona nella complessità e globalità dei bisogni, con un’attenzione particolare anche alla famiglia e all’ambiente di riferimento. Perché ciò si verifichi è necessario che ogni richiesta venga ascoltata, accolta e quindi trasferita in un sistema organizzato in grado di farsi carico e soddisfare il bisogno di salute delle persone, intesa nel senso della definizione che ne dà l’OMS (“condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente assenza di malattia o infermità”).

Ecco, tutto questo nella realtà non avviene. Il già citato problema delle liste di attesa della sanità pubblica fa sì che l’utenza debba rivolgersi al privato, precludendo nei fatti l’accesso alle cure a un’ampia fetta della comunità, sia perché c’è chi non ha la possibilità economica di accedere al privato, sia perché non si hanno le “conoscenze” che aprono le porte di determinati luoghi di diagnosi e cura.

C’è poi una ulteriore fascia debole: le persone non autosufficienti, soprattutto se anziane.

Perché l’equità di accesso alle cure e la presa in carico globale non siano solo termini da citare nei convegni medici o slogan da sbandierare in campagna elettorale, è necessario promuovere la riorganizzazione dell’offerta clinica, che va ripensata come parte integrante di una complessiva presa in carico dei bisogni delle persone. In altre parole, le persone con problemi di salute devono essere ascoltate, indirizzate ed accompagnate nel loro percorso assistenziale.

La proposta in sintesi è l’istituzione di strutture impostate come servizi che, attraverso il dialogo e l’ascolto attivo, offrano supporto e assistenza alle persone per soddisfare esigenze di salute e di benessere. Tali centri possono essere gestiti da professionisti della salute, assistenti sociali, counselor, terapisti o volontari appositamente addestrati per offrire consigli pratici e riferimenti a servizi sanitari o sociali appropriati.

Inoltre, se si accetta che il principio ispiratore della proposta sia la completa presa in carico delle difficoltà delle persone nel gestire tutte le attività necessarie per l’accesso alle cure e per la loro prosecuzione nel tempo, è indispensabile studiare e avviare un servizio di trasporto pubblico sociale che non escluda alcuna delle fattispecie del bisogno.

Infine, anche se questo argomento esula dalla stretta competenza comunale, è auspicabile il rilancio del rapporto del paziente col medico di medicina generale che riveste il doppio ruolo di terminale del servizio sanitario davanti al paziente e di rappresentante delle necessità del paziente davanti al servizio sanitario stesso.

Michele Boero

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