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La Sardegna: Isola dell’abbraccio tra natura e cultura

Cagliari, 25 Marzo

La Sardegna: Isola dell’abbraccio tra natura e cultura

L’entanglement è una situazione di stati intrecciati, che caratterizza la meccanica quantistica, in virtù della quale due particelle che abbiano interagito nel passato e che poi si siano allontanate l’una dall’altra e risultino separate da una distanza anche notevole rimangono ciò nonostante unite, come dimostra il fatto, riscontrato sperimentalmente, che ciò che accade a una determina ciò che accade all’altra, per cui si ha una sorta di “abbraccio a distanza” reciproco, in seguito al quale la prima può anche trasferire il suo stato alla seconda.

Ora proviamo a sostituire alle particelle i due diversi tipi di evoluzione che hanno caratterizzato e segnato lo sviluppo dell’umanità, quella naturale e quella culturale, che hanno avuto un’origine comune e poi si sono diversificate sempre più, e cerchiamo di applicare la relazione che si è istituita tra di esse nel corso del tempo alle politiche di sviluppo economico di un territorio come quello della Sardegna.

Al di là della vexata quaestio delle diverse e divergenti valutazioni che sono state date del Piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna, varato con la legge n. 588 dell’11 giugno 1962, quello che si può dire oggi, sulla base degli esiti degli interventi realizzati, è che i poli industriali del settore petrolchimico di Porto Torres, Assemini, Sarroch, Portovesme e il piano industriale dell’ENI che fece sorgere a Ottana impianti per la produzione nell’isola di fibre tessili, acriliche e polimeri, con la  dotazione  di una centrale termoelettrica (Ottana Energia) e di una manifattura chimica, non erano i più adatti a preservare e a valorizzare le caratteristiche di maggior pregio che poteva vantare la Sardegna dal punto di vista naturalistico. Il minimo che si può dire pertanto è che con queste scelte si verificò un’indubbia divaricazione tra i doni che la natura e la sua evoluzione hanno generosamente dispensato all’Isola, rendendola ricca di incomparabili bellezze sia delle coste, sia delle zone interne,   tanto ampiamente note da non richiedere alcuna illustrazione, e le dure leggi dello sviluppo economico.

La cosa interessante e che merita di essere sottolineata è che attualmente si stanno profilando le condizioni per render convergenti il rispetto della natura e dei suoi valori e le prospettive di una crescita strutturale e diffusa tutt’altro che effimera, con concrete opportunità di fare della Sardegna l’isola della ricerca scientifica.

Oltre al fatto che il governo italiano, il  6 giugno 2023, ha ufficialmente candidato la nostra Regione a ospitare  nella miniera dismessa di Sos Enattos, nel territorio di Lula, Einstein Telescope, la futura grande infrastruttura di ricerca per la rilevazione delle onde gravitazionali, un progetto di impatto scientifico, tecnologico di livello internazionale e con significative e concrete prospettive sul piano economico e occupazionale, vi sono importanti iniziative di rilevanza internazionale già in corso, come il progetto ARIA, inaugurato il 21 settembre 2018 nella miniera di Monte Sinni, nel Sulcis-Iglesiente, che ha come promotore scientifico l’INFN Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e l’esperimento Archimedes, partito ufficialmente nel 2017 all’interno della Sezione INFN di Napoli – Fisica delle Astroparticelle, nel quadro del quale è stato scelto di installare proprio a  Sos Enattos, sito contraddistinto da un basso rumore sismico, e nel quale proprio per questo fattori esterni di natura sismica non influenzano la misura, il laboratorio per individuare le piccole variazioni di peso indotte dalle fluttuazioni quantistiche. Se a queste già rilevanti disponibilità si aggiunge il SRT, Sardinia Radio Telescope, radiotelescopio situato in località Pranu ‘e sànguni, nel territorio del comune di San Basilio, realizzato e gestito dall’Istituto Nazionale di Astrofidica tramite l’Osservatorio astronomico di Cagliari,  si ha un quadro complessivo che consente alla Sardegna di puntare alla ricerca e all’innovazione come concreti motori del suo sviluppo. La sinergia tra le università di Cagliari e Sassari e questi centri di ricerca costituisce, ovviamente, per questi due Atenei un’occasione unica di inserimento in linee di importanza strategica su scala globale e di conseguente promozione del loro sviluppo e delle loro possibilità di collaborazione a livello nazionale e internazionale.

È per questo opportuno entrare in maniera un po’ più approfondita nel merito di questi progetti ed evidenziarne le caratteristiche.

Va attribuito a Eugenio Coccia, che ha fondato il Gran Sasso Science Institute e ne è stato Rettore fono al 2022, il merito di essersi fatto promotore di una serie di importanti progetti di utilizzo  della ricerca scientifica come leva per il rilancio economico di aree depresse. Ha in particolare proposto di riattivare strutture dismesse di vecchie miniere del Sulcis per effettuare la separazione isotopica necessaria per la rilevazione della materia oscura, esperimento che richiede l’uso di una grande quantità di argon ultrapuro, con la necessità di separare l’isotopo giusto (argon 40) da quello radioattivo (argon 39). Per farlo sono state riattivate le torri di raffinazione delle vecchie miniere, il che ha permesso di richiamare al lavoro manodopera locale, sostituendo il ciclo produttivo legato all’estrazione mineraria con quello della raffinazione degli isotopi ultra-puri, cosa che, in prospettiva, permette anche l’ingresso nell’importante mercato legato alla diagnostica medica. Questo esempio evidenzia i vantaggi tangibili che si possono trarre da una collaborazione attiva con gli Istituti e i Centri di ricerca, che la Regione dovrebbe stimolare con appositi accordi e convenzioni e facendosi portatrice di proposte operative, senza aspettare le iniziative da parte loro. Tra l’altro Eugenio Coccia è stato da poco nominato Presidente della Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, posizione che ne fa a maggior ragione un interlocutore importante per la concreta realizzazione di iniziative in questo delicato ambito riguardante la nostra Isola.

Einstein Telescope (ET), dal canto suo, è  uno dei principali progetti di ricerca europei con impatto scientifico di livello mondiale, e l’Italia è candidata a ospitarlo in Sardegna nell’area della miniera dismessa di Sos Enattos, situata nel territorio di Lula, nel Nuorese. Si tratta della grande infrastruttura sotterranea per il futuro rivelatore di onde gravitazionali di terza generazione. ET sarà in grado di osservare un volume di universo almeno mille volte maggiore rispetto agli attuali strumenti di seconda generazione, gli interferometri LIGO negli Stati Uniti e Virgo in Italia, le cui collaborazioni scientifiche hanno osservato per la prima volta, nel 2015, le onde gravitazionali, previste cento anni prima da Albert Einstein, ed è per questo dedicato a quest’ultimo. ET, più che in osservazione, sarà in ascolto dell’universo, perché le onde gravitazionali è come se fossero la voce, l’eco dei più estremi eventi astrofisici che accadono nel cosmo, come la coalescenza di buchi neri o di stelle di neutroni, o le esplosioni di supernovae.

Il progetto prevede la costruzione di una grande infrastruttura sotterranea che ospiterà un rivelatore di onde gravitazionali tra i 100 e i 300 metri di profondità per preservarlo in condizioni di “silenzio”, isolandolo dalle vibrazioni prodotte sia dalle onde sismiche, sia dalle attività umane, che costituiscono quello che viene chiamato “rumore”, in quanto fonte di disturbo per le misure che ET dovrà realizzare.

L’idea di progetto si fonda sui successi da Nobel di Virgo e LIGO che, grazie alle osservazioni realizzate dal 2015, anno della scoperta delle onde gravitazionali, a oggi, hanno rivoluzionato il nostro modo di studiare l’universo, aprendo l’era dell’astronomia gravitazionale – lo studio dei corpi celesti e del cosmo attraverso le onde gravitazionali – e dell’astronomia multimessaggera – lo studio dello stesso fenomeno astrofisico attraverso le informazioni provenienti da più messaggeri cosmici: onde gravitazionali, radiazione elettromagnetica, neutrini. Le scoperte sulle onde gravitazionali, di cui l’Italia è stata protagonista grazie all’esperimento Virgo, che si trova allo European Gravitational Observatory (EGO) vicino a Pisa, hanno reso questo settore della ricerca fondamentale uno dei più promettenti.

Rispetto agli attuali interferometri, ET osserverà un volume di universo circa mille volte maggiore e, per le prospettive che potrà aprire in termini sia di nuove conoscenze scientifiche, sia di innovazione tecnologica, è ritenuto un progetto di punta a livello internazionale, tanto da essere incluso nella Roadmap di ESFRI 2021 (European Strategy Forum on Research Insfrastructures), l’organismo europeo che indica su quali infrastrutture scientifiche è decisivo investire in Europa, grazie ad una proposta a guida italiana, supportata da Belgio, Paesi Bassi, Polonia e Spagna.

Per conseguire gli scopi previsti ET deve misurare infinitesimali variazioni di una frazione di miliardesimo del diametro di un atomo, il che richiede  tecnologie avanzatissime, create ad hoc grazie a un lavoro di ricerca e sviluppo in sinergia tra ricerca e industria. Attualmente, il lavoro di scienziati, ingegneri e tecnici si sta concentrando sulla fase preparatoria (ET Preparatory Phase Project, supportato dal programma Horizon Europe della Commissione Europea), in particolare sullo studio della configurazione del rivelatore, sulla progettazione e sullo sviluppo delle tecnologie abilitanti, sulla preparazione delle metodiche di analisi dati e sulla costruzione dei modelli astrofisici che serviranno a interpretare le misure e i dati raccolti.

I due siti candidati a ospitare Einstein Telescope sono quello di Sos Enattos e il sito olandese in un’area dell’euroregione del Mosa-Reno, al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania.

Sono molteplici le ragioni per cui la Sardegna è stata candidata a ospitare questa grande infrastruttura di ricerca, inclusa nella Roadmap 2021 dell’Unione Europea dei grandi progetti sui quali è rilevante investire. Grazie alle caratteristiche geologiche dell’Isola, il rumore sismico, che condiziona le prestazioni del rivelatore a basse frequenze, è molto basso. La Sardegna è, infatti, una microplacca, ossia porzione distaccata della placca Euroasiatica che non è connessa alle zone tettoniche più attive, e quindi non è interessata da fenomeni di deformazione crostale o sismicità e vulcanismo. È di fatto una zona stabile e solida, caratterizzata da ammassi rocciosi ideali per costruire in sicurezza gli ambienti sotterranei che costituiranno il laboratorio di ET. Inoltre, la scarsa presenza di falde acquifere nella zona riduce la possibilità di infiltrazioni o di rumore sismico e newtoniano.
Infine, nella zona di interesse in Provincia di Nuoro, tra i comuni di Bitti, Lula e Onanì, sono presenti grandi estensioni di aree rurali a bassissima densità di popolazione e quindi a ridotta attività antropica e industriale. Tutto ciò rende il sito di Sos Enattos l’ambiente ‘silenzioso’ di cui ET ha bisogno, per operare protetto e isolato dal ‘rumore’ che comprometterebbe le sue misure.

Alla base di questa scelta vi sono quindi le caratteristiche ambientali e naturali, che vanno preservate e ulteriormente valorizzate, se la localizzazione a Sos Enattos andrà in porto. La competizione tra i due siti che sono in lizza si deciderà proprio sulla base dei profili dettagliati  del disturbo ambientale e antropico delle aree dell’ex miniera nel territorio di Lula e di quella dell’euroregione del Mosa-Reno.

È evidente però che, oltre alle caratteristiche di pregio dell’ambiente naturale, l’insediamento di progetti quali quelli qui descritti esige un deciso innalzamento del livello culturale generale e diffuso, con l’attuazione di condizioni al contorno, soprattutto, per quanto riguarda il sistema scolastico e universitario, tali da rendere il più possibile “intelligente”, cioè alimentato da un nutrito e costante flusso di competenze e competenze anche locali, il territorio regionale nel suo insieme. È evidente e non ha per questo bisogno di ulteriori considerazioni quanto poco questa esigenza sia compatibile con le attuali politiche di dimensionamento scolastico, che portano a un’ormai insostenibile taglio dei nodi della rete, soprattutto di quelle localizzate nei piccoli comuni e nelle zone interne (ma ormai non solo) e con i criteri di finanziamento della ricerca universitaria che penalizzano da anni gli Atenei del Mezzogiorno e delle Isole. La stessa cosa va detta a proposito della necessità di disporre di un’infrastruttura di rete capillarmente diffusa, veloce e stabile che garantisca l’efficienza dell’indispensabile e massiccio scambio di informazioni, richiesto dall’insediamento di infrastrutture della ricerca, quali quelle prese qui in considerazione, con il resto del mondo.

Un’altra caratteristica di pregio della Sardegna è la ricchezza del patrimonio di cui l’ha dispensata anche l’evoluzione culturale, fin dalle più remote origini, a partire dal 1800 a.C., con una densità di nuraghi, di domus de janas, pozzi sacri che  assegnano al suo territorio un primato a livello mondiale. Raccogliendo i dati ad oggi disponibili si è elaborato un database provvisorio che comprende 6523 records corrispondenti, seppur con variazioni minime dovute alla mancata segnalazione
di alcuni monumenti, al numero di nuraghi della cui localizzazione si abbia effettiva notizia sulla base di informazioni certe. È un numero impressionante, che in certe zone raggiunge la presenza di un monumento di rilievo ogni km2, che ha un’incidenza sugli stili di pensiero diffusi e sul senso comune che non sempre sono messi nel debito rilievo.

Per capirne la portata bisogna riferirsi a contributi quali l’ultimo saggio di Giorgio Vallortigara, Il pulcino di Kant, che affronta questioni cruciali per la biologia, l’epistemologia e la psicologia. Il problema di fondo è cercare di capire come si formi e si sviluppi la capacità degli organismi di “far presa” sul mondo, fisico e sociale, in cui vivono, costruendo un processo conoscitivo che consenta loro di orientarsi e di muoversi e agire in conformità alla sua struttura. Attraverso una serie di esperimenti, rigorosamente condotti per esplorare i contenuti della mente allo stato nascente di piccoli vertebrati, soprattutto dei pulcini, approfittando del fenomeno dell’imprinting, l’autore si chiede se le risposte dell’empirismo possano essere considerate sufficienti per dare adeguatamente conto dell’origine dell’informazione, della sapienza che gli esseri viventi posseggono come equipaggiamento di base. In particolare, ciò che si propone di stabilire è se la disponibilità di quest’ultimo possa essere spiegata facendo riferimento ai soli dati sensoriali via via acquisiti e alle reazioni a essi.

La risposta è negativa: “alla fin fine” – si osserva – “il problema con l’empirismo è che, molto semplicemente, ci sono a disposizione fin troppe associazioni possibili nel mondo, e senza un qualche genere di meccanismo istruttivo un organismo si ritroverebbe del tutto smarrito nell’infinita rete di potenziali nessi causali”.

I meccanismi da chiamare in causa per affrontare debitamente la questione delle “guide innate per l’apprendimento” sono quelli che si possono far risalire a una memoria profonda, che ha i tempi lunghi della storia naturale e non quelli brevi dello sviluppo individuale, che sono quindi a priori per l’individuo e a posteriori per la specie di appartenenza, che sono pertanto i risultati di un’esperienza acquisita lungo la scala temporale della storia filogenetica: e gli esperimenti operati e illustrati con esemplare chiarezza ci dicono di che natura siano. Si tratta della predisposizione fin dalla nascita a percepire gli oggetti come entità coese e continue, che si estendono nello spazio e permangono nel tempo; della capacità di distinguere oggetti possibili e impossibili; del principio per cui gli oggetti sensibili occupano lo spazio in modo esclusivo; dell’assunzione che la riflettanza di un oggetto non cambia con l’illuminazione, guida efficace all’apprendimento delle proprietà delle superfici visibili; dell’attitudine generale a cogliere le relazioni di uguaglianza o di differenza quali che siano gli oggetti; della sensibilità alle probabilità, in virtù della quale gli animali riescono nella poderosa impresa di cogliere in maniera spontanea la struttura probabilistica di una sequenza; di un senso innato della geometria, che precede e guida le nostre esperienza di navigazione nell’ambiente, idea che sarebbe piaciuta a Immanuel Kant e che spiega il titolo del libro.

Questi meccanismi sono alla base della formazione di due categorie di concetti astratti: i sortali e i modi. I primi sono tipi di oggetti, sia quelli naturali, sia gli artefatti, e individuano il «tipo» di entità con cui si ha a che fare, forniscono cioè i criteri per individuare e per contare gli oggetti che li rispettano; i secondi sono invece le proprietà di cui godono gli oggetti così individuati. Il processo attraverso il quale un organismo arriva a disporre di questi concetti richiede da parte sua la capacità di valutare uno stimolo nuovo basata sull’esecuzione di due diversi tipi di analisi, con richieste logiche incompatibili tra loro. È importante capire in che senso e perché.

“In primo luogo, sulla base delle precedenti esperienze, deve stimare il grado di novità dello stimolo e, per farlo, deve richiamare alla memoria i ricordi immagazzinati e poi elaborarli per un uso futuro, In secondo luogo deve utilizzare alcune proprietà dello stimolo, nonostante le variazioni in molte altre proprietà, per cercare di assegnarlo a una categoria, e quindi decidere quale tipo di risposta rapida, se del caso, debba essere fornita”. Dunque, per classificare eventi o stimoli l’organismo deve riconoscere l’invarianza delle caratteristiche di un’esperienza, ignorando o scartando le variazioni tra gli episodi che sono invece fondamentali al fine di rilevare le novità e costruire una registrazione dettagliata delle esperienze episodiche. Nel primo caso deve fornire risposte rapide basate sulla categorizzazione del tipo tutto o niente, nel secondo deve saper operare la necessaria discriminazione all’interno delle categorie facendo invece uso di proprietà variabili degli stimoli.

Questi due tipi di elaborazione, non solo diversi ma chiaramente incompatibili, devono essere eseguiti contemporaneamente affinché un animale possa essere in grado sia di classificare oggetti ed eventi, sia di notare le novità. Per essere gestite insieme queste due attività richiedono sistemi funzionalmente separati: questa, secondo Vallortigara, è una delle ragioni principali della suddivisione delle funzioni tra i due lati del cervello.

Gli studi sulla complessità di Ceruti costituiscono un’altra eccellente applicazione del concetto di metastabilità, basata sull’idea del mescolamento e dell’ibridazione delle tre dimensioni temporali che è alla base di quella capacità di richiamare alla memoria i ricordi immagazzinati e di elaborali poi per un uso futuro di cui parla Vallortigara, e un’ulteriore conferma della sua validità. Un esempio tra i tanti che potrebbero essere proposti è quello relativo all’idea che la persona vive senza dubbio nel presente, ma “protegge dentro di sé un laboratorio dove è all’ordine del giorno la sperimentazione, attraverso la quale può originarsi e svilupparsi la varietà necessaria per il futuro senza che essa interferisca immediatamente con i processi necessari per il presente. Potremmo dire che il genoma umano si è rivelato il modello paradigmatico di un’organizzazione duale, nella quale gli scopi del breve termine e gli scopi del lungo termine si integrano in un meccanismo assai complesso, non solo molto efficiente, ma anche molto efficace. Mi piace ricordare il modo in cui Stephen J. Gould ha sintetizzato la questione: in natura il materiale ridondante non è quasi mai garbage, cioè rifiuti che si buttano via, ma quasi sempre junk, cianfrusaglie o ferrivecchi pronti a essere reinterpretati e riutilizzati. Il riuso non è una strategia marginale, ma una strada maestra dell’evoluzione biologica”.

Si deve allora concludere che, per i sistemi viventi “s’impone appunto la necessità di essere duali, con un piede nel presente e un piede nel futuro: bisogna saper far bene il lavoro di routine, consolidando le tendenze in atto e generando adattamenti a queste tendenze. Ma bisogna anche preservare la consapevolezza che queste tendenze si avvicinano sempre più al punto di rottura e che presto emergeranno altri equilibri e altre tecnologie caratterizzate da logiche e da regole assai differenti, in ogni caso non riducibili a quelle del momento presente”.

Questo orientamento verso il futuro deve essere integrato con il riferimento, non a caso sempre al centro degli interessi e delle riflessioni dello stesso Mauro Ceruti, all’importanza cruciale dell’incidenza del passato, prossimo e remoto. Il rilevante contributo, qui in Sardegna, di Francesco Cucca agli studi nel campo della genetica e della paleogenetica, segnala l’importanza della ricerca genetica, basata sull’analisi del DNA non solo dei contemporanei, ma anche del DNA antico  isolato da reperti ossei preistorici, ai fini del chiarimento dell’origine e della storia evolutiva delle popolazioni odierne, e quindi anche della loro identità. Passi avanti decisivi in questa direzione sono stati compiuti grazie alla messa a punto di metodi per “leggere” la sequenza DNA antico, superando il grave problema della sua frammentazione in seguito a fenomeni degradativi post mortem, L’applicazione del cosiddetto approccio di “cattura attraverso ibridazione” allo studio di 70 campioni di Dna estratto da resti ossei preistorici provenienti da siti archeologici sardi che andavano dal neolitico medio (circa 7.500 anni fa) fino alla fine del periodo nuragico (circa 3.000 anni fa) con la caratterizzazione di  oltre >500.000 siti genomici polimorfici in questi campioni ha consentito di ottenere un profilo genomico molto dettagliato, che è stato poi comparato con quello ottenuto da DNA estratti da resti preistorici provenienti da tutto il continente europeo e con quello ottenuto dal DNA dei sardi e degli Europei contemporanei.

Con queste analisi è stato possibile dimostrare che delle 3 componenti costitutive della struttura genetica degli europei contemporanei – la paleolitica, la neolitica e quella delle steppe4 –  la popolazione sarda custodisce meglio di qualunque altra popolazione contemporanea la componente neolitica, ovvero quella legata alle genti che a partire circa 10.000 anni fa fino a circa 5.000 anni fa si diffusero su tutto il continente europeo. Rispetto ad altre popolazioni europee, i sardi mostrano anche una migliore rappresentazione della componente paleolitica, legata a tribù di cacciatori-raccoglitori che vivevano nel paleolitico nel continente Europeo. Nei sardi contemporanei esiste invece una scarsa rappresentazione della componente portata nel corso dell’Età del bronzo da popolazioni di pastori provenienti dalle steppe che hanno anche introdotto la lingua indoeuroea. Nel loro insieme questi risultati indicano che la popolazione sarda rappresenta una potenziale riserva di varianti della sequenza del Dna presenti nelle popolazioni preistoriche europee e attualmente molto rare altrove, il che ne fa una sorta di laboratorio naturale particolarmente utile, oltre che per lo studio delle malattie, come quelle autoimmuni e quelle ematologiche, particolarmente frequenti in Sardegna, anche per affrontare problemi aperti, quali il popolamento iniziale e vicende demografiche dell’Isola, a loro volta rilevanti per il popolamento dell’intera Europa, e quindi per una affidabile e rigorosa ricostruzione della sua storia e delle relazioni tra le sue popolazioni.

Emerge così, in modo incontestabile, quanto la  narrazione, del tempo e dell’incidenza del passato siano parti costitutive imprescindibili di qualunque sistema complesso, e dunque anche della persona, dal momento che in ogni universo del discorso l’insieme delle possibilità evolutive non è fissato a priori e una volta per tutte. Il complesso delle possibilità si rigenera ricorrentemente in modo discontinuo e imprevedibile a partire dalle condizioni inziali. Ogni storia è un racconto nel quale nuovi universi di possibilità si producono in coincidenza con le grandi svolte, le grandi discontinuità, le grandi soglie dei processi evolutivi: nel corso di essa determinate possibilità si fissano e si trasformano in vincoli che eliminano alcune alternative ma ne producono altre, per cui vincoli e possibilità non vanno contrapposti, secondo la logica delle coppie opposizionali che si escludono a vicenda, ma vanno pensati insieme, in quanto coevolvono. Ne scaturisce una danza, un gioco che è caratterizzato dalla coesistenza di regole rigide e di fattori di imprevedibilità, nel quale ogni vincolo descrive un limes, un confine, un punto di fine, la conclusione di una storia, ma rappresenta contemporaneamente un limen, una soglia, l’inizio di una nuova storia, come si evince dalla duplice accezione del confine che ho cercato di approfondire in un mio testo di diversi anni fa. I vincoli della storia, di conseguenza, sono da interpretare non solo come limiti del possibile, ma come condizioni di nuovi possibili. Ce lo conferma la dinamica delle teorie scientifiche: un vincolo come il principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale è impossibile misurare simultaneamente osservabili incompatibili tra loro, come la posizione e la quantità di moto, conferisce a una particella quantistica uno spettro molto ampio di comportamenti possibili, molto più di quelli che si registravano prima che esso venisse introdotto.

La coesistenza, l’interazione, l’ibridazione e la fusione, senza alcuna gerarchia prestabilita, delle tre dimensioni temporali nella persona in quanto sistema complesso metastabile fa sì che “a livello dell’essere individuato, l’essere risulta di già necessariamente polifasico, poiché il passato preindividuale sopravvive parallelamente all’essere individuato e permane germe di nuove operazioni amplificanti: l’individuazione interviene nell’essere come nascita correlativa di fasi distinte a partire da ciò che non comporterebbe, consistendo in un potenziale onnipresente. L’individuo, risultato e ambiente dell’individuazione, non deve essere considerato come unico e risulta tale solo in rapporto ad altri individui, secondo un hic et nunc molto superficiale”.

La metastabilità si palesa dunque come quella precisa condizione di equilibrio in cui si trova un sistema allorché al suo interno si rilevano potenziali inespressi che, pur in presenza dei vincoli che ne condizionano sia la struttura interna, sia la relazione con l’ambiente, rendono costantemente il sistema medesimo sul punto di sfasarsi e di aprirsi alle opportunità compatibili con la presenza dei vincoli suddetti. In virtù di ciò che lo accompagna costantemente e necessariamente, quell’apeiron, quell’illimitato e quell’indefinito di cui già nel VI secolo a. C. parlava Anassimandro, che non a caso lo considerava l’archè, cioè l’origine e il principio costituente dell’universo.

Anche la persona non può prescindere dal riferimento all’apeiron: proprio per questo non è soltanto essere individuato, è una coppia formata da essere individuato e il resto del mondo, la natura e l’ambiente in tutte le sue articolazioni. Mediante questo resto di natura, esso comunica con il mondo e con gli altri esseri individuati, scoprendo significati di cui non sa se sono a priori o a posteriori, Né li importa saperlo. La scoperta di questi significati è a posteriori, giacché occorre una operazione di individuazione per farli comparire, e l’essere individuato non può compierla da solo; è necessaria la compresenza con qualche altro essere affinché l’individuazione, principio e ambiente del significato, possa manifestarsi. Ma tale manifestazione di un significato presuppone anche un reale a priori: l’inerenza al soggetto di quella carica di Natura, residuo della fase originaria, preindividuale, dell’essere. L’essere individuato porta sempre con sé, impressa nella sua memoria un’origine assoluta. Per questo il ritorno a questa origine non può essere ispirato e dettato  dal ricordo, dalla nostalgia, ma dal desiderio di ricominciare ogni volta il viaggio e di abitare il mondo in modo sempre nuovo, guardando all’altrove e al futuro.

Il termine “individualizzazione”, inizialmente utilizzato in relazione alla vita biologica nel senso di “genesi perpetua”, deve essere poi  esteso alla tecnica e ai suoi oggetti, in quanto essi, così come l’essere vivente, presuppongono per il loro funzionamento un “milieu associato”, per cui vanno pensati e visti in stretta e imprescindibile relazione con  il loro ambiente, con il quale formano una coppia indissolubile. In questo modo Simondon, filosofo della tecnica che conosce le tecniche e la loro storia, aderisce all’idea della sostanziale convergenza di biologia e tecnologia e, dopo aver esteso a quest’ultima gli aspetti che caratterizzano l’organismo vivente nella sua relazione con l’ambiente, assume la cibernetica di Wiener come chiave interpretativa non solo idonea, ma necessaria per capire che quel sistema metastabile che è la persona è il risultato di continui processi di retroazione positiva completa non solo tra passato, remoto e prossimo, presente e futuro, ma anche tra percezione e immaginazione, tra vincoli e opportunità, tra senso della realtà e senso della possibilità.

Ecco allora come lo stato preindividuale, impresso nella memoria, quello che proviene dal passato remoto della filogenesi, può e deve presentarsi non già sotto forma di traccia mnestica, così come usualmente lo intendiamo, come qualcosa di appartenente al solo passato, e in quanto tale già avvenuto e immodificabile, bensì come  un alcunché di sfumato e indefinito, l’apeiron appunto, caratterizzato da un disequilibrio costitutivo, da una serie di potenziali “disparati” che tendono  verso la risoluzione del loro conflitto in una nuova dimensione, quella dell’innovazione. Il processo di individuazione viene in tal modo considerato come un  vero e proprio atto di creazione, l’invenzione cioè di una dimensione atta a risolvere un pregresso stato di tensione.

Lo sguardo che scopre, lo sguardo che cura e inventa non è lo sguardo diretto, che pretende di andare dritto verso le cose, ma lo “sguardo attraverso”, che si caratterizza per quel “dia” che in greco esprime al tempo stesso lo scarto e l’attraversamento, la conclusione di ogni singola tappa del percorso, che però rappresenta contemporaneamente l’inizio di una nuova fase.

In virtù di questa sua fondamentale caratteristica “il vivente risolve problemi non solo adattandosi, ovvero modificando la sua relazione con l’ambiente (come può fare una macchina), bensì modificando sé stesso, inventando nuove strutture interne, introducendosi completamente nell’assiomatica dei problemi vitali. L’individuo vivente costituisce sistema d’individuazione, sistema individuante e sistema che si individua: la risonanza interna e la traduzione del rapporto a sé stesso in termini d’informazione avvengono all’interno del sistema vivente”.

Grande lezione, di cui la politica dovrebbe far tesoro, che ci fa capire come la valorizzazione del patrimonio culturale di cui la Sardegna è straordinariamente ricca non costituisca solo un tributo al passato, a una memoria che deve rendere orgogliosi proprio perché ci fa sentire eredi e in qualche modo partecipi di questa straordinaria tradizione, ma proprio per la coesistenza, l’interazione, l’ibridazione e la fusione, senza alcuna gerarchia prestabilita, di cui si è parlato, delle tre dimensioni temporali nella persona in quanto sistema complesso metastabile, e anche nel soggetto collettivo della comunità, può e deve essere trasformata in energia positiva e in forza propulsiva per proiettare nel futuro, attraverso scelte nel presente opportune e adeguate, il clima e l’atmosfera di creatività che abbiamo il privilegio di respirare qui ogni giorno. Le circostanze favorevoli, come si è visto, non mancano.

Ecco l’entanglement, lo stato intrecciato, da cui ha preso avvio questa riflessione, tra l’evoluzione naturale e quella culturale.

Silvano Tagliagambe


1) G. Vallortigara, Il pulcino di Kant, Adelphi, Milano 2023.

2) Ivi, p. 132.

3) Ivi, p. 39 (l’evidenza è mia)

4) M. Ceruti, Il tempo della complessita, Milano, Raffaello Cortina, 2018, p. 108

Ivi, p. 150

Tagliagambe, Epistemologia del confine, Il Saggiatore, Milano 1997.

Simondon, L’individuation à la lumière des notions de forme et d’information, Editions Jérôme Millon, Grenoble 2005, tr. it. a cura di G. Carrozzini, L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione. Prefazione di J. Garelli, Mimesis, Milano-Udine, 2011, p. 433

Ivi, p. 38

 

 

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