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L’ambiente a giorni alterni.

L’ambiente a giorni alterni.

Nella campagna pubblicitaria del 2001-2002 di una famosa marca di tè, Luisa Ranieri, nei panni della moglie, respingeva per tutta la notte le avances del marito, interpretato da Edoardo Sylos Labini, con una frase diventata celebre: «Antò, fa caldo.»

Lui insisteva. Lei rispondeva sempre allo stesso modo, con crescente convinzione. Finché il marito cambiava strategia: apriva il frigorifero, prendeva una bottiglia di tè ghiacciato, ne beveva un sorso e porgeva il resto alla moglie. Dopo averlo bevuto, lei cambiava improvvisamente idea: «Antò, fa freddo, fa freddo!». Il resto lo suggeriva l’ululato finale proveniente dalla finestra della camera.

Oggi uno spot del genere probabilmente non verrebbe nemmeno trasmesso. Eppure, in questi giorni di caldo soffocante, siamo tutti un po’ Antò e un po’ Luisa Ranieri. Senza quella bevanda miracolosa, i pochi nuovi nati rischiano davvero di essere concepiti solo da ottobre in poi.

Quel tè, però, andava raffreddato. E per raffreddarlo serviva energia. La stessa energia che serve ai frigoriferi, ai condizionatori, agli ospedali, alle industrie e alle nostre case.

Ed è proprio qui che iniziano i problemi.

Perché in Sardegna ogni modo di produrre energia sembra avere un difetto insormontabile. Le fonti rinnovabili vengono accusate di deturpare il paesaggio e di favorire gli speculatori. Il carbone produce enormi emissioni di CO₂ accelerando i cambiamenti climatici, ma garantisce occupazione. Il nucleare, per ora, non è ancora arrivato, ma c’è già chi si prepara a contestarlo. L’unica fonte che sembra mettere tutti d’accordo è l’idroelettrico, che però rappresenta una quota minima della produzione regionale.

Così si organizzano raccolte firme, manifestazioni, ricorsi al TAR, proposte di legge di iniziativa popolare, presìdi, campagne sui social e appelli di ogni genere. Tutto in nome della tutela dell’ambiente e del paesaggio.

Poi arriva luglio.

E la Sardegna brucia.

Bruciano i boschi, la macchia mediterranea, gli habitat naturali, gli animali, il paesaggio che diciamo di voler difendere. Bruciano migliaia di ettari, mentre il calore alimenta ulteriormente la domanda di energia e mette sotto pressione la rete elettrica. E tutto questo senza produrre nemmeno un chilowattora in più.

Secondo il dossier del Corpo Forestale richiamato da L’Unione Sarda il 18 febbraio 2026, negli ultimi trent’anni gli incendi dolosi hanno superato quelli colposi con un rapporto di quattro a uno. In altre parole, nella maggior parte dei casi la Sardegna non brucia per fatalità: brucia perché qualcuno decide di darle fuoco.

Ed è qui che nasce una domanda.

Se siamo capaci di mobilitarci con tanta determinazione contro ciò che riteniamo possa compromettere il paesaggio, perché non assistiamo alla stessa mobilitazione quando quel paesaggio viene distrutto dalle fiamme?

Perché non vediamo raccolte firme, proposte di legge di iniziativa popolare, sit-in permanenti davanti al Consiglio regionale o all’Assessorato dell’Ambiente, campagne di sensibilizzazione altrettanto partecipate?

L’ambiente che brucia è forse diverso da quello che diciamo di voler proteggere?

Non ho una risposta.

Nel frattempo, per trovare un po’ di refrigerio — almeno mentale — credo che andrò a rivedermi quello spot con Luisa Ranieri ed Edoardo Sylos Labini.

Francesco Atzeri

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