L’età dell’innocenza
11 ottobre
Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze
Non serve essere genitori per indignarsi.
Basta essere stati bambini, almeno una volta.
E ricordarlo.
Ogni volta che una bambina viene spogliata del suo diritto all’infanzia, il mondo
intero arretra di un secolo.
Accade ogni giorno, in ogni latitudine, anche nelle nostre case ordinate, nei corridoi
delle scuole, nei silenzi che ammantano la vergogna collettiva.
L’età dell’innocenza è diventata un campo minato.
Non è più un tempo, ma un privilegio.
E chi ne è privata cresce sapendo che l’amore può ferire, la fiducia può uccidere, e
che il mondo – quel mondo che doveva proteggerla – ha imparato a girarsi dall’altra
parte.
Ci sono cifre che non si dovrebbero pronunciare.
Numeri che fanno tremare anche le statistiche.
Centinaia di milioni di bambine subiscono mutilazioni genitali o vengono date in
spose prima dei diciotto anni.
Milioni vengono abusate, violate, o rapite per essere vendute come oggetti sessuali
o domestici.
Un quarto di loro non potrà mai tornare a scuola dopo un trauma.
In rete, ogni due secondi, un contenuto pedopornografico viene condiviso.
Dietro ogni click, una vita spezzata.
Eppure, nei consessi internazionali, nei parlamenti, nei consigli d’amministrazione,
l’infanzia continua a essere trattata come una fase di passaggio, non come un
terreno sacro.
Abbiamo trasformato l’età dell’innocenza in un laboratorio di disuguaglianze.
Nelle guerre, sono le bambine i primi bersagli invisibili.
Nei villaggi, sono le prime a essere tolte da scuola perché serve qualcuno che aiuti in
casa.
Nei paesi che crediamo civili, vengono educate alla paura, a non camminare da sole, a
non vestirsi in un certo modo, a non fidarsi.
Il messaggio è sempre lo stesso, il corpo delle donne appartiene a qualcun altro.
E tutto comincia lì, quando erano ancora bambine.
Non si tratta solo di violenza fisica.
È una violenza culturale, linguistica, mediatica.
Le ragazze crescono sotto un bombardamento estetico che le convince che la loro
dignità è proporzionale alla misura di una taglia, alla curva di un filtro, al numero di
cuori su uno schermo.
Una su tre soffre di disturbi alimentari o autolesionismo.
Una su due dichiara di non sentirsi al sicuro online.
E noi, adulti iperconnessi e distratti, li chiamiamo problemi generazionali.
Come se l’insicurezza fosse una moda passeggera e non un grido.
La verità è che non stiamo proteggendo le nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre
allieve.
Stiamo normalizzando l’orrore.
Dietro l’eufemismo della difficoltà sociale c’è una catena di comando invisibile che
parte dal linguaggio e arriva al sangue.
Dietro ogni titolo morboso c’è un click di complicità.
Dietro ogni silenzio c’è una resa.
Io non scrivo da osservatore.
Scrivo da essere umano.
Scrivo perché la Sardegna, come il resto del mondo, non è immune da tutto questo.
Perché anche qui ci sono storie taciute, giudizi affilati, piccoli inferni domestici che
non fanno notizia.
Scrivo perché quando una sola bambina viene violata nella sua dignità, la civiltà
intera si dimette da se stessa.
Serve una rivoluzione morale, non un’altra campagna.
Serve una cultura che insegni ai maschi che il consenso non è un dettaglio ma un
fondamento.
Che insegni alle bambine che non devono essere amate per essere salvate, ma
rispettate per essere libere.
Che ricordi a tutti noi che l’infanzia non è una parentesi, è la radice del mondo che
verrà.
Ogni volta che una bambina riesce a studiare, una nazione si solleva.
Ogni volta che una voce si alza, un’altra trova il coraggio di non tacere.
Ogni volta che un adulto ascolta, un silenzio si rompe.
Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone presenti.
Di leggi giuste, ma anche di cuori vigili.
Di educatori che insegnino la tenerezza come forma di forza.
Di governi che mettano la protezione dei più fragili prima della crescita del PIL.
Perché un pianeta che non difende le sue bambine non è in via di sviluppo ma è in via
di estinzione.
L’età dell’innocenza non è un ricordo da rimpiangere, ma un patto da rinnovare.
Ogni bambina che sopravvive all’ingiustizia è una profezia di futuro.
Sta a noi decidere se continuare a contarne le ferite o cominciare a guarirle.
E se proprio dobbiamo crescere, che sia per tornare a essere degni dei loro occhi.
Con tutto l’amore del mondo
Nicola Pirina
Presidente Sardegna 2050



