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L’ITALIA E’ IL PAESE DELLE “RISERVE DEGLI ESCLUSI” 

Cagliari, 23 Aprile 2024

L’ITALIA E’ IL PAESE DELLE “RISERVE DEGLI ESCLUSI” 

Negli anni ’60 del secolo scorso il sociologo canadese Ervin Goffman introdusse il concetto di istituzione totale:

Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato

Il concetto era allora riferito alle istituzioni psichiatriche, ma oggi possiamo ampliarlo identificando con tale termine quei  luoghi in cui la società decide di confinare un particolare gruppo di persone per proteggersi dal diverso, dal povero, da colui che non vuol vedere.

Campi rom, prigioni, centri di permanenza per i rimpatri, alcune case di edilizia popolare accolgono le nuove figure di emarginati, persone che hanno come comune denominatore la povertà e la precarietà esistenziale.

Quelli sopra menzionati sono luoghi  nei quali è possibile confinare, emarginare, allontanare dalla vista della maggioranza degli abitanti delle aree urbanizzate, porzioni di umanità indesiderata: nella gran parte dei casi si tratta di vittime di povertà,  molte volte costretta a lasciare i propri paesi e le proprie abitazioni a causa di conflitti bellici o persone con disagi psichici e che per questo a volte delinquono o semplicemente persone povere.

Chi fa parte di questa umanità indesiderata?

Sono i ROM: benché il nostro Paese non sia l’unico Stato europeo ad avere “campi nomadi” sul proprio territorio, l’Italia è stata denominata in Europa “il Paese dei campi” in quanto sarebbe la nazione maggiormente impegnata nella politica dei villaggi etnici per le comunità Rom e Sinti. I campi in Italia e in Sardegna nacquero a partire dagli anni ‘80 quando diverse Regioni italiane decisero di finanziare la costruzione di “riserve etniche” con la scusa di “salvaguardare il patrimonio culturale e l’identità Rom”. I campi sono collocati al di fuori del tessuti urbani, distanti dai servizi primari,  in assenza di servizi di trasporto pubblico e presentano condizioni igienico-sanitarie critiche. Sono numerose le famiglie ROM  che  abitano stabilmente nel campi attrezzati anche nei comuni sardi, tutti cittadini italiani alcuni da tre generazioni. Nel tempo si stanno chiudendo molti campi, anche per non cadere in procedura di infrazione dell’U.E., ma ancora alcune città (vedi area metropolitana di Cagliari) sono sorde ad attivare tali azioni;

Sono i carcerati: dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 31 maggio 2023 registrano che sono detenute in Sardegna 2.079 persone, le donne detenute in Sardegna sono il 2% del totale dei detenuti, mentre gli stranieri sono il 22,7%. Come nel resto d’Italia il 40% circa dei carcerati ha problemi psichiatrici e di questo 40% il 30% è tossicodipendente;  persone quindi incompatibili con la detenzione. La media di ore settimanali di psicologi e psichiatri ogni 100 detenuti è rispettivamente 13,79 e 4,6 ore. Le carceri sarde sono simili a tutte le altre della penisola e si può ben dire che sono diventate contenitori degli esclusi dal welfare, di quelle persone di cui nessuno (società, famiglia, servizi) vuole farsi carico. Gli operatori raccontano storie di abbandono, solitudine, malattia, dipendenze senza speranza. I poliziotti penitenziari  sono spesso lasciati soli nell’affrontare casi complicatissimi che portano come unica e possibile soluzione all’isolamento dei detenuti. Si potrebbe ben dire che le carceri oggi non sono in linea con la riforma dell’ordinamento penitenziario avvenuta nel 1975 che fu una riforma molto avanzata che adeguò le carceri italiane ai principi costituzionali dell’ Art 27 comma 3 costituzione introducendo  le misure alternative alla detenzione nonché la magistratura di sorveglianza per consentire maggiori controlli di garanzia all’esecuzione della pena;

Sono i detenuti amministrativi nei Centri di permanenza per i rimpatri CPR: nel 2023 i Centri di permanenza per il rimpatrio (C.P.R.) sono diventati agenda per la  politica nazionale. I D.L. 20/23, conv. in L. 50/23, e 124/23, conv. in L. 162/23, contengono il più ambizioso progetto di isolamento e detenzione di massa dei cittadini di Paesi terzi dell’Italia repubblicana. I CPR sono strutture di detenzione amministrativa riservate esclusivamente alle persone straniere che, pur non avendo commesso alcun reato, sono prive di permesso di soggiorno. Si tratta a tutti gli effetti di un luogo di sospensione della libertà personale degli individui che versano in condizioni inumane e degradanti. Il CPR, inoltre, oltre che causa di sofferenza per le persone ivi ristrette, è anche un elemento distonico rispetto all’intero contesto locale ed ai suoi residenti, da sempre storicamente aperti all’ospitalità come è nel caso del CPR sardo localizzato nell’ex carcere di Macomer.

Sono alcuni abitanti di case residenziali pubbliche:  senza fondi e senza progetti, alcuni quartieri che ospitano case popolari sono di fatto dei ghetti.  Negli anni sono mancati finanziamenti, manutenzioni del parco case esistente, piani di vivibilità nelle varie zone. I complessi di edilizia residenziale pubblica sono stati  progettati come isole inserite nei quartieri circostanti con i quali sembrano non avere nulla in comune perché abitate da  popolazione a basso reddito da segregare socialmente.

Siamo diventati una società in cui cresce l’odio sociale alimentato dall’essere sempre più esclusiva;  cambiare passo è doveroso perché escludere porta solo disordine ed inequità che prima o poi travolgerà tutti.

Con attenzione, Elisabetta Manella

 

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