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L’ulivo, la gradinata, il silenzio. 

L’ulivo, la gradinata, il silenzio. 

Perchè Sardegna 2050 sta con gli Operatori di Pace.

Un gesto civile e spirituale a Cagliari, giovedì 4 giugno.

E una riflessione sul perché, in questo tempo, restare in piedi davanti a un albero sia già un atto politico.

 

Un manipolo di tiranni ed un ulivo.

“Il mondo è distrutto da un manipolo di tiranni.”

Le parole con cui Papa Leone XIV ha aperto il suo Messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali il 1° aprile 2026 hanno la nettezza che le grandi parole pubbliche dovrebbero sempre avere: nessuna ambiguità, nessuna mediazione, nessuna concessione al galateo diplomatico. Sono parole che obbligano. Obbligano a riconoscere che il tempo che attraversiamo non è un tempo qualunque e che la concentrazione del potere — tecnologico, economico, militare, geopolitico — nelle mani di pochi attori è oggi la minaccia strutturale alla democrazia, alla pace e alla possibilità stessa di immaginare un futuro condiviso.

Davanti a parole così, ogni risposta retorica suona piccola.

Quello che resta, allora, è il gesto.

Giovedì 4 giugno 2026, alle 18:30, alla Gradinata di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari, si terrà Fermiamoli insieme — Operatori di Pace: un momento di standing e reading davanti all’ulivo secolare donato alla città dall’associazione Partecipazione e Solidarietà. Pensieri, poesie, preghiere, silenzi. Donne e uomini di buona volontà, insieme.

Sardegna 2050 ha aderito, sostenuto e contribuito a costruire questa iniziativa fin dalla prima ora.

Voglio spiegare perché.

Il potere dei senza potere, trentacinque anni dopo.

Nel 1978, in una Cecoslovacchia stritolata dal regime normalizzatore, Václav Havel scrisse Il potere dei senza potere. La tesi era semplice e devastante: i regimi totalitari non si reggono soltanto sulla violenza, ma sulla complicità quotidiana di milioni di persone che vivono nella menzogna — che firmano, applaudono, ripetono formule in cui non credono ed espongono cartelli di cui non sanno più il significato. Il primo atto politico in un sistema così, scriveva Havel, è vivere nella verità, rifiutarsi, anche solo con un gesto minimo, di essere ingranaggi della menzogna collettiva.

Quel saggio non descrive solo la Cecoslovacchia del 1978.

Descrive, con precisione perturbante, anche la nostra condizione contemporanea.

Viviamo dentro un sistema globale in cui l’iper concentrazione di potere — quello che Papa Leone XIV chiama “il manipolo dei tiranni” — è resa possibile non solo dalla forza di chi lo detiene, ma dall’adattamento di chi non lo detiene. Dal nostro adattamento. Dal silenzio scelto al posto del silenzio imposto. Dalla delega che si trasforma in resa.

Michele Kettmajer, nel suo La Coscienza Delegata, ha aggiunto a questa intuizione una dimensione nuova e necessaria: nel tempo dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme algoritmiche, la delega non riguarda più solo le decisioni politiche, ma le coscienze stesse. Deleghiamo il pensiero. Deleghiamo l’attenzione. Deleghiamo, sempre più, anche la nostra capacità di sentire ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La catena materiale della computazione globale — i data center, le reti, i modelli — diventa progressivamente la catena della nostra coscienza.

In questo quadro, la domanda diventa: cosa significa, oggi, vivere nella verità?

La risposta dell’ulivo.

La risposta, almeno per me, ha una forma molto concreta.

Ha la forma di un ulivo secolare, posto a lato della scalinata di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari, attorno al quale persone di provenienze diverse — religiose, sindacali, cooperative, professionali, politiche, culturali — sceglieranno di restare in piedi insieme, in silenzio, per un’ora di un giovedì sera.

Non è poco. È quasi tutto.

L’ulivo è uno dei pochi simboli che ancora attraversano integri tutte le tradizioni del Mediterraneo: ebraica, cristiana, islamica, classica, pagana. È l’albero della pace ritrovata dopo il diluvio, della saggezza di Atena, della Gerusalemme contesa, della Palestina ferita, della Sardegna interna che custodisce esemplari millenari nei suoi paesaggi rurali. Nessuna ideologia lo ha potuto sequestrare, perché la sua forza simbolica precede e supera ogni ideologia.

Stare in piedi davanti a un ulivo, in silenzio, insieme a sconosciuti che hanno scelto di esserci per la stessa ragione, è un gesto che fa qualcosa di preciso al sistema in cui viviamo: lo interrompe. Per un’ora, sospende la liturgia dell’algoritmo. Sospende la mediazione dello schermo. Sospende la frammentazione delle bolle. Restituisce alle persone — al loro corpo, alla loro presenza, al loro respiro condiviso — il monopolio del gesto pubblico.

In un tempo in cui ogni manifestazione viene immediatamente assorbita dalla macchina della visibilità, lo standing e reading davanti all’ulivo di Bonaria sceglie un’altra strada: non urlare di più, ma stare meglio. Non occupare il feed, ma occupare un luogo. Non produrre contenuto, ma produrre presenza.

Questa, oggi, è la forma più radicale di vivere nella verità.

Sardegna 2050 nasce per pensare la Sardegna come un laboratorio di futuri possibili. Tecnologia, conoscenza, sovranità cognitiva, infrastrutture, energia, dati: queste sono le nostre dimensioni di lavoro abituali. Ma nessuna di queste dimensioni ha senso se non si tiene insieme con una domanda più profonda: che tipo di società vogliamo costruire qui, nei prossimi venticinque anni?

La risposta a questa domanda non può essere solo tecnica. Non può essere solo economica. Non può essere solo politica nel senso ristretto del termine. Deve essere, anche e prima di tutto, una risposta civile. Deve dire qualcosa sui valori che vogliamo che attraversino le infrastrutture, le piattaforme, i modelli di sviluppo, le architetture istituzionali che stiamo provando a immaginare.

La pace non è un capitolo separato di questa visione. È la sua precondizione. Un’isola che voglia diventare produttrice sovrana di infrastrutture cognitive — data center, fibre, cloud, modelli — senza essere anche territorio capace di gesti pubblici di pace, sarebbe un’isola spiritualmente vuota. Una potenza materiale senza centro.

Per questo, quando l’associazione Partecipazione e Solidarietà ci ha proposto di costruire insieme questo momento, non abbiamo esitato. Per questo, insieme a tutte le realtà che hanno aderito — associazioni religiose e umanitarie, organizzazioni sindacali, cooperative e professionali, movimenti politici e culturali — saremo lì. In piedi. In silenzio. Insieme.

Bonaria non è un luogo qualunque.

È il santuario mariano simbolico di Cagliari, il punto da cui la città guarda il mare e da cui il mare guarda la città. È il luogo in cui per secoli si è celebrato il ritorno dei marinai, la fine delle pestilenze, la sospensione delle guerre. È il luogo in cui il sacro e il civile si sono incontrati senza confondersi.

Scegliere quella scalinata, quell’ulivo, quell’ora — il crepuscolo di un giovedì di giugno — significa scegliere una geografia simbolica precisa.

Significa dire che la pace non è un’opinione tra le altre, ma una condizione di possibilità. Significa dire che Cagliari e con Cagliari tutta la Sardegna, vuole esserci nei dibattiti che contano, non come spettatrice ma come voce.

Da Cagliari, giovedì 4 giugno, partirà un piccolo segnale.

Non occuperà i telegiornali nazionali. Non diventerà virale. Non cambierà, da solo, le geopolitiche del potere globale.

Ma sarà un gesto vero.

Sarà una città che, per un’ora, sceglie di vivere nella verità.

E i gesti veri, nella storia, hanno sempre fatto più strada di quanto sembrasse possibile nel momento in cui sono stati compiuti.

 

A chi legge — sardo o non sardo, credente o non credente, militante o disilluso, vicino o lontano — chiedo tre cose.

Esserci. Giovedì 4 giugno, ore 18:30, Gradinata di Bonaria. Un’ora del vostro tempo. La presenza fisica conta più di qualsiasi condivisione.

Diffondere. La locandina è già nei nostri canali. Condividetela ovunque possa raggiungere persone che non sapevano di voler esserci. Le manifestazioni di pace crescono per contagio relazionale, non per algoritmo.

Coinvolgere. Parlatene direttamente, a voce, alle persone che vi stanno intorno. Un invito faccia a faccia vale cento post.

Ci vediamo a Bonaria. In piedi. In silenzio. Insieme.

Donne e uomini di buona volontà.

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