Mattarella, l’ultima rock star.
Sul potere che non chiede applausi.
Sergio Mattarella è forse oggi l’unica vera rockstar della Repubblica italiana.
E non lo è per le ragioni che si potrebbe pensare.
Non lo è perché lo applaudono ai Fori Imperiali, anche se lo fanno, da anni.
Non lo è perché un gruppo di ragazzi di Caltanissetta, in gita a Praga ad aprile, lo ha riconosciuto sul Ponte Carlo e ha intonato l’Inno di Mameli sotto la neve come se fosse un concerto, anche se quel video — diventato virale su TikTok in poche ore — racconta più cose della politica italiana di mille editoriali.
Non lo è perché ha tenuto la barra dritta sulla Costituzione in due settennati attraversati da quattro presidenti del Consiglio, una pandemia, una guerra in Europa e un cambio d’epoca, anche se lo ha fatto.
Non lo è perché gli hanno ammazzato il fratello, Piersanti, davanti casa, una domenica mattina di gennaio del 1980, mentre stava andando in chiesa.
Lui, che fino a quel momento aveva scelto l’università.
Non lo è perché è stato professore di diritto parlamentare a Palermo, allievo di Pietro Virga, prima di essere chiamato a interpretare quella stessa materia dal Quirinale.
Mattarella è una rockstar per una ragione molto più semplice e molto più difficile da imitare.
Non cerca consenso.
Suo padre Bernardo, ministro della Democrazia Cristiana in più legislature negli anni Cinquanta e Sessanta, non lo cercava. Sergio non lo cerca. Tutti gli altri, oggi, respirano in funzione della loro continuità d’incarico.
È diverso. È un altro mestiere. È un altro sistema nervoso.
C’è una generazione di politici — trasversale agli schieramenti — che vive in apnea. Inspirano sondaggi, espirano post. Inspirano dirette social, espirano dichiarazioni.
La continuità del ruolo è l’ossigeno.
Senza un ciclo elettorale a breve, senza un avversario su cui posizionarsi, senza una clip da rilanciare prima di sera, soffocano.
Mattarella respira diversamente.
Respira l’aria normale, quella della funzione costituzionale, quella di chi sa che le istituzioni hanno una durata e una grammatica diversa dai trending topic.
È questa, non altro, la sua rivoluzione silenziosa.
Non un programma, non una linea: un modo di stare.
Una volta, nelle città italiane, si svuotava il pitale dalla finestra.
Ognuno il proprio, ogni mattina, senza guardare chi passasse sotto.
Era prassi consolidata, era normale, era così che si faceva.
Poi è arrivata la modernità. l’acqua corrente, le fognature, una forma minima di pudore civico.
Hanno smesso.
Non per coercizione, ma per maturazione collettiva.
Si è capito, semplicemente, che non si poteva continuare.
Forse — è una speranza, non una previsione — succederà lo stesso con l’uso smodato dei social da parte di chi ricopre cariche pubbliche. Il pitale digitale rovesciato in faccia agli elettori ogni due ore, l’esibizione continua della propria immediatezza, la confusione tra reazione e pensiero, tra presenza e governo. Un giorno smetteremo. Lo faremo perché qualcuno avrà mostrato che si può governare anche senza svuotare il pitale dalla finestra.
Quel qualcuno, in questo momento, è Sergio Mattarella.
C’è un dato che dovrebbe inquietare e illuminare insieme i professionisti della comunicazione politica: gli adolescenti italiani — generazione TikTok, soglia dell’attenzione di nove secondi, idoli sostituibili ogni stagione — quando incontrano per caso il Capo dello Stato a Praga, si commuovono.
Non si commuovono per un influencer. Non si commuovono per un leader politico. Si commuovono per un signore anziano che cammina sotto la neve con la figlia. Perché? Perché sentono, anche senza saperlo articolare, qualcosa che a casa loro nessun talk show riesce a dare, la gratuità di una presenza istituzionale.
La sensazione che quella persona non li sta usando.
Questa è la rivoluzione cognitiva del nostro tempo e non l’ha capita quasi nessuno.
In un’epoca in cui ogni soggetto pubblico monetizza l’attenzione altrui — politica, marche, creator, persino i parenti su WhatsApp — chi non monetizza diventa improvvisamente sacro. Non in senso religioso. In senso laico, costituzionale, repubblicano. La sacralità del non vendere niente.
I ragazzi di Caltanissetta sul Ponte Carlo hanno cantato l’inno perché, per nove secondi della loro vita, qualcuno non stava chiedendo loro nulla. Né un voto, né un like, né l’iscrizione al canale. Solo li salutava. Buona passeggiata sotto la neve.
Da Mattarella e dalla generazione di servitori dello Stato che lui rappresenta, si può imparare qualcosa di concreto. Tre cose, in particolare.
Prima lezione: il consenso non è un fine, è un sottoprodotto. Chi insegue il consenso lo perde, perché diventa prevedibile, perché diventa trasparente nel suo bisogno, perché — soprattutto — smette di pensare. Chi fa bene il proprio lavoro, in silenzio, lo riceve dopo. Mattarella è arrivato al Quirinale nel 2015 come compromesso istituzionale; nel 2022 è stato rieletto con 759 voti, il secondo più alto risultato della storia repubblicana, da un Parlamento che non lo voleva rieleggere. Il consenso è arrivato perché non lo cercava.
Seconda lezione: la continuità dell’incarico non è la vita. È il sintomo culturale più grave della politica italiana contemporanea: l’idea che esistere significhi essere in carica, e che essere in carica significhi essere visibili. È un’idea povera. Il padre di Mattarella è stato ministro più volte e poi è uscito di scena. Sergio è stato deputato per venticinque anni, ministro più volte, giudice costituzionale, e poi presidente. Tra una funzione e l’altra, non si è dissolto. Esisteva anche quando non era in onda. Questa è una qualità antropologica, prima che politica.
Terza lezione: la dignità è performativa al contrario. La politica della rappresentazione continua si basa sulla performance dell’autenticità: il leader che si commuove in diretta, che condivide la colazione, che piange in conferenza stampa. È una performance, appunto.
La dignità di Mattarella funziona al contrario: nasconde più di quanto mostri. Il fratello assassinato è un dolore che lui non monetizza mai. La fedeltà alla moglie scomparsa nel 2012 è una presenza assente. La fede personale è una cosa sua. Tutto ciò che oggi si esibisce, lui lo tiene. È per questo che, quando parla, qualcuno ascolta davvero.
Sardegna 2050 nasce dalla convinzione che ci sia un modo diverso di stare nelle istituzioni, nei territori, nella vita pubblica. Un modo che non passa dal cercare l’applauso. Che non si misura con la quantità di esposizione. Che si gioca su orizzonti lunghi — venticinque anni, non venticinque giorni — e su un’idea di servizio che ha smesso di essere di moda ma non per questo è meno necessaria.
L’Italia, e la Sardegna dentro l’Italia, hanno bisogno di una classe dirigente che impari a respirare come Mattarella. Non a parlare come lui — sarebbe un’imitazione patetica. Ma a respirare come lui: senza l’apnea del consenso, senza la dipendenza dalla continuità, senza la fame compulsiva di visibilità che oggi consuma quasi tutti.
Servono persone che abbiano un dentro. Che non si vendano, perché sanno chi sono anche fuori dal ruolo. Che possano stare zitte per giorni, perché non hanno paura del silenzio. Che possano perdere, perché non hanno costruito la propria identità sulla vittoria.
Servono persone che, se incontrate per caso sotto la neve di Praga, facciano venire voglia ai ragazzi di cantare l’inno. Non perché famose. Perché vere.
Smetteremo, prima o poi, di svuotare il pitale dalla finestra digitale. Lo faremo perché qualcuno ci avrà mostrato che si può vivere e governare, anche senza. Lo faremo perché — come è accaduto con la modernità urbana di un secolo fa — la maturazione collettiva è più veloce di quanto si creda, una volta che il modello è disponibile.
Il modello, oggi, ha ottantaquattro anni, cammina sotto la neve di Praga con la figlia e dice ai ragazzi buona passeggiata.
È poco. È pochissimo. È, esattamente, tutto.
E quando finirà — perché finirà, come finiscono tutte le cose buone — la domanda che ci resterà sarà una sola: chi raccoglie l’esempio?
Non chi prende il posto. Chi raccoglie l’esempio.
A questa domanda, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere con la propria vita, non con un post. Non un partito. Non una corrente. Una persona, una scelta, una pratica.
Per chi vive in Sardegna l’invito è semplice: cominciare a guardarsi intorno. Cominciare a riconoscere. Cominciare, soprattutto, a chiedere alle persone che ci rappresentano una cosa diversa da quella che oggi siamo abituati a chiedere.
Non chi grida di più. Chi grida di meno e fa di più.
La rockstar, in fondo, è sempre quella che non sale sul palco per essere amata. È quella che sale perché ha qualcosa da dire — e quando scende, scende davvero.
Nicola Pirina



