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Michele Serra.

Cagliari, 3 dicembre 2024

 

Michele Serra.

 

Michele Serra, con la sua inconfondibile capacità di riflettere su questioni complesse e di portarle al centro del dibattito pubblico, ha recentemente richiamato l’attenzione su un tema che, nonostante la sua gravità, spesso rimane ai margini della nostra consapevolezza quotidiana.

La minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare globale. 

Serra ha ricordato che nel mondo esistono circa 15.000 bombe atomiche, ma ne basterebbero solo 50 per distruggere il pianeta e cancellare ogni forma di vita. 

Questa constatazione, inquietante nella sua semplicità, solleva domande profonde sulla nostra società e sulle dinamiche di potere che la governano.

È legittimo chiedersi se i signori delle armi e dei soldi abbiano perso il controllo di una situazione che essi stessi hanno contribuito a creare. Le armi nucleari, concepite come strumenti di deterrenza, sono diventate nel tempo simboli di potere, con implicazioni enormi non solo per la sicurezza globale, ma anche per l’economia e la geopolitica. L’esistenza stessa di un arsenale nucleare di tali proporzioni testimonia una logica di escalation che sembra sfuggita di mano: il paradosso di una sicurezza basata sulla minaccia della distruzione totale. Questo scenario, apparentemente assurdo, riflette un sistema in cui la corsa agli armamenti ha preso il sopravvento sulla ragione, alimentata da interessi economici e politici che sfuggono al controllo democratico.

Ma non è solo una questione di responsabilità da parte dei potenti. 

Come suggerisce Serra, anche noi, come cittadini, abbiamo il dovere di interrogarci su quanto ci sia sfuggito. Abbiamo accettato passivamente l’esistenza di un potere distruttivo senza precedenti, relegando la questione delle armi nucleari a un angolo oscuro della nostra coscienza collettiva. In un’epoca in cui l’informazione è accessibile come mai prima d’ora, la nostra disattenzione su temi così cruciali è sconcertante. Perché non ci ribelliamo? Perché non esigiamo un maggiore controllo democratico sulle decisioni che riguardano la nostra sopravvivenza?

Queste domande ci portano a riflettere su un altro aspetto inquietante del nostro tempo: il fatto che le più grandi industrie del mondo siano quelle belliche, farmaceutiche e della droga. Le prime due, in particolare, prosperano su una logica di profitto che si nutre della paura e della sofferenza umana. L’industria bellica è uno dei settori più redditizi del mondo, alimentato da conflitti che sembrano non avere mai fine. I farmaci, sebbene necessari, sono spesso venduti a prezzi esorbitanti, con una ricerca che talvolta appare più orientata al profitto che al benessere delle persone.

L’industria della droga, sia legale che illegale, rappresenta un altro lato oscuro dell’economia globale, una rete di interessi che si intrecciano con la criminalità organizzata e che si alimenta della disperazione e della dipendenza di milioni di persone. Queste industrie prosperano in un sistema che sembra mettere il profitto al di sopra della vita umana, un sistema in cui l’etica viene sacrificata sull’altare del mercato.

L’interrogativo che Michele Serra solleva è quindi più che pertinente.

Come siamo arrivati a questo punto? 

E, soprattutto, perché sembriamo così incapaci di cambiare rotta? 

La risposta non è semplice, ma implica una riflessione profonda sul ruolo che ciascuno di noi può e deve svolgere in questo scenario. 

Abbiamo il potere, come cittadini, di chiedere responsabilità, di esigere trasparenza, di promuovere un cambiamento che ponga la vita umana e il benessere del pianeta al di sopra degli interessi economici.

Non si tratta solo di un’utopia, ma di una necessità. 

La consapevolezza è il primo passo per il cambiamento, e la riflessione di Serra ci invita a non rimanere passivi, a non accettare come inevitabile un sistema che minaccia la nostra stessa esistenza. Il rischio è troppo grande per essere ignorato, e il tempo per agire potrebbe non essere infinito.

Il monito di Michele Serra ci ricorda l’urgenza di riprendere il controllo sul nostro futuro, di non lasciare che siano solo i signori delle armi e dei soldi a decidere per noi. 

È tempo di riscoprire il valore della partecipazione civica, di alzare la voce contro un sistema che sembra aver smarrito il senso della misura e dell’umanità. 

Il futuro non è scritto, e sta a noi decidere se vogliamo continuare a vivere sotto l’ombra minacciosa di 15.000 bombe atomiche o se vogliamo costruire un mondo in cui la vita, e non la morte, sia al centro delle nostre priorità.

 

Con precisa osservanza, Nicola



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