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No war. Senza se e senza ma

Cagliari, 27 marzo 2024

 

No war.

Senza se e senza ma.

 

Nella società contemporanea, l’idea stessa di guerra appare come un retaggio di un’epoca lontana, un anacronismo che si trascina dietro distruzione, sofferenza e divisioni, lasciando sul campo un’eredità di cicatrici profonde, visibili e invisibili. In un mondo dove il progresso tecnologico, sociale ed economico ha raggiunto vette inimmaginabili solo un secolo fa, il ricorso alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti rappresenta una sconfitta collettiva, un amaro promemoria della nostra incapacità di superare le barriere dell’odio, dell’incomprensione e dell’egoismo.

Il comico e scrittore Giobbe Covatta, con la sua proverbiale saggezza velata di ironia, ha colto un aspetto fondamentale della natura della guerra: se fossero i vecchi a dover combattere, anziché mandare i giovani, molto probabilmente la guerra non esisterebbe. Questa riflessione, benché espressa in termini umoristici, tocca il cuore di una verità amara: la guerra è spesso una decisione presa da pochi che grava sulle spalle di molti, in particolare sui giovani, chiamati a sacrificare il loro futuro, la loro vita, per conflitti che non hanno scelto.

Non vi è interesse, né personale, economico, politico, né di orgoglio o di fede, che possa giustificare la guerra o altre forme di violenza, sia essa informatica, psicologica o fisica. Ogni giustificazione addotta per sostenere la necessità della guerra cade di fronte al bilancio ineludibile di perdite umane, alla distruzione di intere comunità, all’erosione dei principi di umanità e solidarietà che dovrebbero essere i pilastri su cui si fonda ogni società civile.

La guerra, in ogni sua forma, rappresenta un fallimento. Un fallimento nel dialogo, nella diplomazia, nella capacità di ascoltare e comprendere l’altro. Ma soprattutto, un fallimento nell’immaginare un mondo in cui i conflitti possano essere risolti attraverso vie che rispettino la vita e la dignità di ogni individuo. In un’era definita dall’interconnessione globale, dalla condivisione di informazioni e conoscenze, l’adesione alla logica bellica appare come un arcaismo crudele, una scelta che ignora deliberatamente le innumerevoli possibilità offerte dalla cooperazione e dal progresso condiviso.

Condannare la guerra significa prendere una posizione irrevocabile a favore della vita, della coesione sociale e della pace. Significa riconoscere che, al di là delle differenze superficiali che possono dividere gli individui e le nazioni, vi è un legame comune che ci unisce: la nostra umanità. È tempo di rifiutare categoricamente la guerra e tutte le forme di violenza, lavorando insieme per costruire un futuro in cui i conflitti possano trovare soluzione attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e una rinnovata fiducia nella capacità dell’uomo di superare le proprie divisioni.

Non vi è nulla che possa giustificare la guerra. Ogni vita persa, ogni risorsa distrutta, ogni speranza infranta in nome del conflitto, è un prezzo troppo alto da pagare. La vera sfida per l’umanità nel XXI secolo è quella di dimostrare di essere all’altezza del proprio potenziale di pace, giustizia e solidarietà. Solo rifiutando la guerra e promuovendo attivamente la pace, possiamo sperare di costruire un mondo migliore per le generazioni future.

 

Con affetto, Nicola

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