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Out of the box.

Cagliari, 15 gennaio 2025

 

Out of the box.

 

La gente non sta bene.

Affermazione che affonda le radici in una profonda crisi di fiducia e disorientamento collettivo, una crisi che si manifesta in diverse dimensioni della nostra vita quotidiana. 

Il declino del lavoro umano nelle casse automatiche dei supermercati, la cattiva gestione di servizi essenziali come i traghetti, i cantieri eternamente incompleti lungo le nostre strade, sono tutti sintomi di un malessere più profondo. 

La modernità, che avrebbe dovuto portare efficienza e progresso, spesso si traduce in disillusione e rassegnazione.

Prendiamo l’esempio delle casse automatiche. 

Quello che all’apparenza sembra un progresso tecnologico si traduce, per molti, in una perdita. Non è solo il posto di lavoro che scompare, ma anche quel senso di umanità che viene sacrificato sull’altare dell’efficienza. La riduzione del personale è l’esito di un sistema che considera l’interazione umana un costo da abbattere, e l’automazione la soluzione a tutto. Ma il prezzo di questa logica è un senso crescente di alienazione e perdita del valore sociale del lavoro. L’automazione, se mal gestita, non porta solo a una crisi economica, ma a un vuoto esistenziale.

Poi c’è il problema della gestione dei traghetti, un caso emblematico che tocca direttamente l’orgoglio e il destino di un popolo. I non sardi che dominano il servizio, con inefficienze e disorganizzazione, rappresentano una ferita aperta. Eppure, la rassegnazione dei sardi, che ormai accettano questo stato di cose come inevitabile, è altrettanto preoccupante. La passività di fronte al disastro gestionale riflette un adattamento psicologico a una forma di subalternità, dove le comunità locali vedono ridursi il loro potere decisionale e la loro autonomia.

Quando si viaggia per il mondo, si osservano realtà ben diverse. 

In paesi non lontani da noi, si può vedere una pianificazione territoriale efficace: asili, scuole materne, infrastrutture sostenibili come le pale eoliche, tutto armonizzato con il tessuto sociale. E non c’è protesta, non c’è la resistenza tipica che, invece, in Italia è quasi sistematica. Perché queste realtà riescono a funzionare, mentre da noi l’eterno cantiere sembra l’unica costante? Non si tratta solo di incapacità tecnica, ma di un blocco culturale, un’incapacità di immaginare e realizzare un futuro diverso. 

La nostra strada 131, mai conclusa, diventa un simbolo di stagnazione.

Il sistema universitario italiano è un altro nodo cruciale. 

Le università statali, escluse da finanziamenti esterni, faticano a competere a livello internazionale. La competizione per crescere e innovare sembra un miraggio. Eppure, i cervelli italiani non mancano di talento. Il problema non è la qualità delle menti, ma le barriere sistemiche che impediscono loro di fiorire. La mancanza di investimenti e una visione strategica assente trasformano il sistema universitario in un terreno sterile, incapace di nutrire le potenzialità dei suoi studenti.

E poi c’è il dibattito su questioni sociali come lo ius soli o lo ius scholae, dove spesso le discussioni si concentrano su questioni di superficie. Mentre ci si accapiglia su chi debba avere diritto alla cittadinanza, le nuove generazioni, quelle stesse che dovranno mantenere in piedi il nostro sistema pensionistico, guardano il problema da una prospettiva diversa. Per loro, il vero ostacolo è a monte: non si tratta solo di leggi, ma di un’intera architettura sociale che deve essere ripensata. 

Non ci sono barriere reali se non quelle che costruiamo noi stessi, mentalmente e politicamente.

Queste riflessioni dipingono un quadro complesso e sconfortante, ma non senza speranza. Se la gente non sta bene, è perché ha perso fiducia in un sistema che non funziona più per loro. Eppure, c’è spazio per il cambiamento. 

Le soluzioni non sono distanti né irraggiungibili: paesi non lontani da noi dimostrano che con una governance attenta e un cambiamento culturale, si può creare un mondo più giusto e funzionale. Il problema non è la mancanza di possibilità, ma la mancanza di volontà. Serve uno sforzo collettivo per rompere questo circolo vizioso, per riportare al centro della discussione politica e sociale il valore dell’efficienza, dell’equità e dell’umana dignità.

 

ScienteMente, Nicola



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