Cagliari, 27 settembre 2024
Parole.
La lingua italiana, ricca di sfumature, musicalità e storia, è un tesoro che, con il passare del tempo, sembra rischiare di perdersi. Ci sono parole straordinarie che un tempo arricchivano il nostro lessico quotidiano e che ora giacciono dimenticate, coperte dalla polvere del tempo. Termini come “buonamano,” un gesto di cortesia e gratitudine, “sgarzigliona,” una giovane pastorella di campagna, o “sagittabondo,” lo sguardo dritto e pungente di chi non ha paura di guardare oltre, raccontano di un mondo ormai lontano, ma che ha ancora tanto da dirci. Parole come “sciamannati,” riferite a persone disordinate, o “smargiasso,” colui che ostenta con arroganza, esprimono concetti precisi e vivaci, che pochi oggi potrebbero usare con sicurezza. Ancora meno noti sono termini come “opimo,” che indica una ricchezza abbondante e fertile, o “facondia,” l’eloquenza vivace e fluente, e “solipsista,” colui che riconduce tutto all’io, sfuggendo alla ricchezza del dialogo e dell’incontro con l’altro.
Queste parole non sono relitti di un passato remoto, portano con sé il sapore di un’Italia diversa, un’Italia che sapeva giocare con la lingua, usarla come strumento di precisione e di bellezza, capace di esprimere le sfumature più sottili della condizione umana. Eppure, in questo nostro presente affollato di inglesismi, neologismi e slang, sembrano non trovare più posto. Termini inglesi come “deadline”, “feedback”, “start-up” sono ormai entrati a far parte del nostro vocabolario quotidiano, spesso senza che vi sia una vera necessità di sostituire le corrispettive parole italiane. Questa tendenza a “internazionalizzare” il linguaggio, pur rivelando una volontà di apertura e modernità, rischia di oscurare le sfumature della nostra lingua.
La contaminazione tra lingue e culture è, senza dubbio, una ricchezza.
Essa permette lo scambio, l’innovazione e l’incontro tra mondi diversi.
Tuttavia, il rischio è che, nel processo di adattamento al nuovo, si perdano pezzi della nostra identità culturale. In un mondo in cui il dialetto, espressione più intima e regionale della lingua, è sempre meno parlato e in cui anche lingue come il sardo lottano per sopravvivere, sorge spontanea una domanda: possiamo davvero definirci un popolo senza una lingua che ci caratterizzi, senza una storia e tradizioni che ci legano al nostro passato?
La lingua non è solo un mezzo di comunicazione, è il veicolo di una visione del mondo, di un modo di pensare e di sentire che ci definisce come individui e come collettività. Essa ci permette di raccontare chi siamo, da dove veniamo e di immaginare chi potremmo diventare.
La perdita di parole, di dialetti, di espressioni uniche significa, in un certo senso, una perdita di memoria e di identità.
Non si tratta di opporsi al cambiamento, di chiudersi nella difesa sterile di un passato idealizzato. Al contrario, è fondamentale accogliere le influenze esterne, i nuovi linguaggi che arricchiscono e trasformano l’italiano, rendendolo una lingua viva e dinamica. Tuttavia, è altrettanto importante coltivare la consapevolezza di ciò che stiamo perdendo, di ciò che rischia di cadere nell’oblio se non prestiamo attenzione. Dobbiamo chiederci se, nel processo di modernizzazione, non stiamo buttando via il bambino con l’acqua sporca.
Difendere e promuovere la nostra lingua significa, in ultima analisi, difendere e promuovere la nostra identità. Significa riconoscere il valore di parole che, pur essendo cadute in disuso, possono ancora illuminarci con la loro bellezza e precisione. Significa ricordare che un popolo senza lingua, senza storia e senza tradizioni è un popolo che rischia di perdersi. Forse è giunto il momento di riscoprire parole dimenticate, di reimparare a giocare con la nostra lingua, di risvegliare il piacere di un’espressione ricca e variegata.
Solo così potremo continuare a essere un popolo, in tutta la nostra complessità e ricchezza.
Asibìri, Nicola



