Home 9 Opinioni e Interviste 9 società 9 Predicare senza snaturarsi.

Predicare senza snaturarsi.

Predicare senza snaturarsi.

Piccola gratitudine etimologica per Fulvio — e per chiunque tema che dire ad alta voce tradisca il pensiero.

Ci sono parole che un amico ti mette in mano come si mettesse un sasso, con leggerezza, quasi distrattamente, poi ti accorgi che la stai ancora tenendo giorni dopo e che pesa. 

Fulvio mi conosce da vent’anni. 

Mi conosceva già quando io ero soltanto uno che leggeva e lui era — è — un uomo capace di camminare in un bosco della Sardegna e dirti, da una sfumatura di luce e da un margine di macchia, che cosa sta accadendo a quel pezzo di mondo. È un pensatore raffinato e un politico che ha contato, ma la cosa che ho sempre invidiato di lui è un’altra ed è la più difficile: sa leggere un territorio come altri leggono un testo e ne ama ogni specie come si ama una lingua viva.

Non riferisco qui le sue parole esatte, perché furono dette tra amici e perché il loro valore non sta nella formula ma in dove mi hanno portato. In sostanza, con la sua gentilezza obliqua, mi ha fatto notare che ero diventato un predicatore. Lo disse senza accusa. Eppure quella parola mi ha tolto il sonno e questo articolo nasce per ringraziarlo — con un certo imbarazzo, lo confesso — di una ferita che si è rivelata una porta.

Confesso il primo movimento, che fu di difesa. Predicatore è una parola che, a un uomo di studio, suona come una diminuzione. Porta con sé tutto un corteo di significati spiacevoli: il predicozzo, la predica di chi sa già tutto, il predica bene e razzola male. Evoca il pulpito e il dito puntato; evoca chi ha smesso di domandare per cominciare a sentenziare. Per uno come me è quasi un’ingiuria, perché sembra dire: hai abdicato al dubbio, hai barattato la ricerca con la certezza, sei sceso dalla cattedra del pensiero al pulpito della morale.

Per giorni ho difeso la mia identità contro quella di predicatore, come fossero due cose nemiche. Poi ho fatto la sola cosa che so fare quando una parola mi tormenta: sono andato alle sue radici. E là, nelle radici, ho scoperto che mi ero spaventato per un equivoco. Le parole, quando le riporti alla loro origine, dicono spesso il contrario del nostro sospetto.

Provo a ricostruire, per radici vere, il cammino che un libero pensatore percorre. Sono quattro stazioni e a ciascuna corrisponde una parola che mi descrive — che ci descrive, credo, in tanti.

Studioso. 

Tutto comincia da studium. Siamo abituati a sentire in questa parola la fatica, l’aula, il dovere. Ma il latino studium significa anzitutto zelo, ardore, applicazione amorosa, premura. Studere è desiderare con intensità, dedicarsi con passione. Lo studioso, all’origine, non è il diligente: è l’innamorato. Si studia ciò che si ama, e si ama prima di capire. Fulvio è studioso della biodiversità sarda in questo senso esatto: la sua erudizione è una forma di affetto. E qui c’è già la prima lezione — che avevo scordato. Alla base di ogni sapere serio non c’è la freddezza. C’è un trasporto. Chi separa la conoscenza dall’amore non è più rigoroso: è solo più povero.

Erudito. Poi viene erudire. È forse la parola più bella di tutte e la più umiliante nel senso buono. Il Vocabolario Treccani la scioglie senza pietà: erudire è composto da ex- e da rudis, «rozzo». Letteralmente significa dirozzare: tirare fuori dalla rozzezza, uscire dallo stato grezzo, non rifinito, ignorante. L’erudito non è chi possiede il sapere; è chi è stato portato fuori da una condizione di rudezza. La parola contiene, scolpita, la memoria di ciò che eravamo prima — materia grezza — e il prefisso ex- segna un’uscita, una perdita di stato, mai un arrivo. Questo cambia tutto. Significa che l’erudizione vera non gonfia: ricorda. Chi sa da dove è stato tirato fuori conserva, sotto la cultura, la coscienza della propria rozzezza originaria. Resta, in fondo, un po’ rudis. È la radice etimologica dell’umiltà di chi sa.

Intellettuale. La terza stazione è la più sottile. Intellettuale viene da intelligere, e i lessici discutono ancora se vada sciolto in inter-legere — «leggere tra», cogliere relazioni in mezzo alle cose — oppure in intus-legere, «leggere dentro». Ma il punto decisivo è il secondo membro: legere. Prima di significare «leggere», legere vuol dire raccogliere, cogliere, scegliere, trascegliere: lo stesso ceppo del greco légein e di lógos. Si raccoglievano, in origine, i frutti dalla pianta; poi si raccolsero con gli occhi le lettere; poi le idee. L’intelligenza, dunque, non è accumulo: è discernimento. È la capacità di cogliere — come scrive splendidamente chi ha lavorato su questa parola — «i nervi e i tendini della realtà», di distinguere le linee di forza dentro il groviglio.

E qui mi sono fermato, perché ho riconosciuto Fulvio. Il naturalista che legge il bosco fa esattamente questo: legit il territorio, raccoglie segni, sceglie ciò che conta, legge dentro la macchia ciò che l’occhio distratto non vede. La biodiversità è un testo, e lui è un suo lettore intelligente nel senso primo della parola. L’intellettuale e il conoscitore di territori non sono due mestieri: sono lo stesso atto — intus-legere — applicato a libri o a paesaggi.

Predicatore. E veniamo alla parola che mi aveva colpito. Qui la sorpresa è stata totale. Predicatore viene da praedicare, e — attenzione — praedicare non è praedicere. Praedicere (con la i lunga, da dicere) significa predire, profetizzare. Praedicare, invece, è tutt’altro verbo: prae- più dicare, dalla radice indoeuropea *deik-, «mostrare», ma anche «pronunciare solennemente». I dizionari latini lo traducono così: bandire, notificare, proclamare, annunciare, rendere noto, divulgare, dichiarare. E poi: elogiare, esaltare, celebrare, lodare. Il senso religioso — predicare dal pulpito — è un’accezione tarda, medievale, ecclesiastica. Non è il cuore della parola.

Il cuore della parola è rendere pubblico ciò che si è conosciuto e celebrarlo. 

Il predicatore, etimologicamente, non è chi fa la morale. È chi proclama in pubblico, chi porta alla luce comune, chi dice ad alta voce — e nel dirlo, loda, celebra ciò che ha visto.

A quel punto la mia sensazione si è capovolta. Avevo temuto che diventare predicatore fosse tradire l’intellettuale. È vero il contrario. Praedicare è il compimento naturale di intelligere, non il suo abbandono.

Pensiamoci. Cosa fa chi ha letto dentro le cose, chi ha trascelto i nervi della realtà? 

Il suo lavoro non è finito finché resta privato. La conoscenza che non viene resa nota — praedicata — è un raccolto lasciato marcire nel campo. C’è un momento, nella vita di ogni libero pensatore serio, in cui ciò che ha raccolto in silenzio chiede di essere proclamato. Non per vanità: per giustizia verso ciò che si è capito. Tacere una verità che si è faticosamente dirozzata sarebbe a sua volta una forma di tradimento — verso gli altri, e verso lo studio stesso.

Lo studioso che diventa anche predicatore non scende dalla cattedra al pulpito. Compie il gesto antico per cui chi ha letto dentro finalmente rende noto. È lo stesso movimento del seme: prima si raccoglie, poi si semina. Chi raccoglie e non semina non è più puro: è solo sterile.

Ma allora perché la parola mi aveva colpito? Perché esiste, accanto al praedicare buono, una sua degenerazione, ed è quella che giustamente temiamo. Il pericolo non è proclamare. Il pericolo è che il proclamare si stacchi dal legere — che si predichi senza più leggere dentro, senza più trascegliere, ripetendo formule invece di mostrare cose. Quando praedicare perde il suo aggancio a intelligere, diventa il predicozzo. Quando smette di mostrare (*deik-) e comincia solo a comandare, si snatura.

Ed è qui che entra l’ultima parola, come si predica senza snaturarsi.

La risposta è in auctoritas. Noi traduciamo autorità con potere, comando, imposizione; e proprio per questo la temiamo. Ma auctoritas viene da auctor, e auctor, dice il lessico, è «is qui auget»: colui che fa crescere. La radice è augere, «accrescere». Émile Benveniste, nel suo studio sulle istituzioni indoeuropee, mostra anzi che augere in origine non significava ingrandire ciò che già esiste, ma porre in essere ciò che prima non c’era: far nascere, dare incremento di vita. L’auctor — annotano i dizionari — non è il dominatore: è l’artefice, il progenitore, il modello, la guida, colui che patrocina e testimonia.

Ecco la chiave. L’autorità vera, l’auctoritas, è distinta dalla potestas: la potestas comanda, l’auctoritas fa crescere. E un predicatore che non si snatura è precisamente colui la cui parola pubblica auget — fa crescere chi ascolta — invece di sottometterlo. La sua predica non è un dito puntato: è un seme deposto. Non impone una verità: ne testimonia una, e nel testimoniarla accresce la vita comune.

Da studioso (che ama), a erudito (che è stato tirato fuori dalla rozzezza e lo ricorda), a intellettuale (che legge dentro e trasceglie), a predicatore (che rende noto e celebra), fino ad auctor (che, proclamando, fa crescere): non è una caduta. È un’unica crescita. E il libero pensatore non si tradisce passando dall’una all’altra, a una sola condizione — che ognuna delle stazioni precedenti resti viva dentro l’ultima.

Allora mi sono dato — e oso offrire a chiunque tema la stessa cosa — cinque fedeltà. Sono il modo per predicare senza snaturarsi.

La prima è restare studiosi: continuare ad amare ciò di cui si parla. Il giorno in cui proclamo qualcosa che non amo più, predico a vuoto.

La seconda è ricordarsi eruditi nel senso esatto: di essere stati dirozzati, mai finiti, sempre un po’ rudis sotto la patina. È l’umiltà incisa nell’etimologia. Chi predica dimenticando di essere stato materia grezza diventa insopportabile; chi lo ricorda predica con pudore.

La terza è non smettere mai di intelligere prima di praedicare: leggere dentro le cose ogni volta, da capo, prima di renderle note. La predica del libero pensatore è quella che ha ancora studiato la mattina stessa.

La quarta è tenere praedicare nel suo senso pieno — rendere noto e celebrare — non in quello povero del rimproverare. Si predica meglio lodando ciò che merita di esistere che condannando ciò che si disprezza.

La quinta è la più importante: scegliere l’auctoritas e rifiutare la potestas. Parlare per far crescere, non per dominare. Essere testimoni, non giudici. Il testimone dice ho visto; il giudice dice tu sei colpevole. Il predicatore che non si snatura resta sempre, fino in fondo, un testimone — uno che mostra (*deik-) ciò che ha letto dentro, e lascia che cresca in chi ascolta.

Tornano i territori e con essi torna Fulvio. 

C’è una parentela segreta tra augere, «far crescere», e ciò che fa un uomo quando ama una terra. Augere è anche la parola dei campi e delle messi: l’accrescere della vita. Chi conosce la biodiversità di un’isola e la difende non fa altro che augere: custodisce la crescita, rende possibile che ciò che è continui a essere, e che ciò che non è ancora possa nascere. Il naturalista che legge il bosco e poi ne parla in pubblico è già, senza saperlo, un predicatore nel senso più alto: legit la terra, e poi la praedicat — la rende nota e la celebra — perché cresca la cura comune.

Forse è questo che Fulvio ha visto in me prima che lo vedessi io, e che mi ha restituito sotto forma di una parola che pareva un rimprovero ed era una benedizione. Non mi stava accusando di aver smesso di pensare. Mi stava dicendo, da amico, che ero arrivato al punto in cui ciò che avevo letto dentro chiedeva di essere reso noto — e che potevo farlo senza perdermi, purché restassi fedele alle quattro stazioni che mi avevano portato fin lì.

Te ne sono grato con timidezza, Fulvio, perché la gratitudine vera è sempre un po’ impacciata: sa di dover ricambiare qualcosa che non si può ricambiare. Mi hai dato un sasso, ed era un seme. L’ho tenuto in mano abbastanza a lungo da capirlo. Ora lo proclamo — praedico — non per insegnare a qualcuno, ma per augere, per far crescere, anzitutto in me. È tutto ciò che un predicatore onesto può sperare di fare: lasciare che la parola detta ad alta voce sia, per qualcuno, una porta.

E se anche una sola persona, leggendo, smetterà di temere la propria voce credendo che usarla tradisca il proprio pensiero — allora questa piccola predica avrà fatto, almeno una volta, il suo mestiere antico: non comandare, ma far crescere.

ARTICOLI RECENTI

L’isola di mezzo

L’isola di mezzo

L'isola di mezzo La Sardegna sta imparando a governarsi? Nell'autunno del 2023 qualche centinaio di sardi ha risposto a un questionario.  Era al telefono o sullo schermo dello smartphone, tra una notifica e l'altra.  Le domande erano semplici, quasi banali.  Com'è la...

I climi migrano, i territori restano.

I climi migrano, i territori restano.

I climi migrano, i territori restano. Se Torino ha il clima della Roma di trent'anni fa e Palermo quello di Tunisi, la domanda non è dove finiremo ma con quale grammatica ci arriveremo — e chi paga l'ombra. Un gruppo di ricercatori del Politecnico di Zurigo ha fatto...

Quando le macchine smettono di parlare.

Quando le macchine smettono di parlare.

Quando le macchine smettono di parlare. Il vero confine dell’intelligenza artificiale non è l’intelligenza. È il mandato. Per qualche anno abbiamo guardato all’intelligenza artificiale facendo, probabilmente, la domanda sbagliata. Quanto diventerà intelligente? Saprà...

ARGOMENTI