Home 9 Opinioni e Interviste 9 società 9 Quando le macchine smettono di parlare.

Quando le macchine smettono di parlare.

Quando le macchine smettono di parlare.

Il vero confine dell’intelligenza artificiale non è l’intelligenza. È il mandato.

Per qualche anno abbiamo guardato all’intelligenza artificiale facendo, probabilmente, la domanda sbagliata.

Quanto diventerà intelligente?

Saprà scrivere meglio di noi? Diagnosticare una malattia? Programmare? Progettare una fabbrica? Sostituire un avvocato, un medico, un ingegnere?

Domande importanti.

Ma forse non sono più le più importanti.

Perché nel frattempo sta accadendo qualcosa di più profondo.

L’intelligenza artificiale sta smettendo di limitarsi a rispondere.

Sta cominciando ad agire.

Ed è una differenza enorme.

Un chatbot produce una risposta.

Un agente riceve un obiettivo.

Può cercare informazioni, utilizzare applicazioni, interrogare banche dati, compilare documenti, acquistare prodotti, gestire un calendario, inviare comunicazioni, coordinarsi con altri sistemi e, progressivamente, operare nel mondo fisico attraverso macchine e robot.

Non stiamo quindi semplicemente costruendo software più intelligenti.

Stiamo costruendo nuovi soggetti operativi.

La Cina sembra averlo capito molto presto.

Nel maggio 2026 tre grandi istituzioni centrali cinesi hanno pubblicato un articolato quadro di indirizzo dedicato specificamente agli intelligent agents. Il passaggio interessante non è tanto che Pechino voglia regolamentarli. È che li considera ormai una componente autonoma della futura infrastruttura economica e sociale.

Nel documento compaiono concetti che oggi sembrano tecnici ma che potrebbero diventare enormemente politici.

Identità digitale degli agenti, registri, capacità dichiarate, autorizzazioni, interoperabilità, pagamenti, tracciabilità delle azioni, coordinamento tra agenti, protocolli di comunicazione.

Persino una futura sorta di Internet degli agenti.

È qui che conviene fermarsi.

Perché stiamo continuando a raccontare l’AI come se fosse una tecnologia.

Forse sta diventando qualcosa di diverso.

Sta diventando un nuovo livello dell’organizzazione sociale.

Internet ha collegato le informazioni.

Il web ha collegato i contenuti.

Le piattaforme hanno collegato le persone.

Il prossimo livello potrebbe collegare direttamente sistemi capaci di agire.

Un agente della mia impresa potrebbe negoziare con l’agente di un fornitore.

L’agente di un cittadino potrebbe dialogare con quello di una pubblica amministrazione.

Un agente sanitario potrebbe verificare disponibilità, documentazione, esami e prenotazioni.

Un agente energetico potrebbe acquistare energia quando costa meno.

Un agente territoriale potrebbe osservare continuamente incendi, traffico, acqua, consumi, dissesto idrogeologico e infrastrutture.

Migliaia o milioni di soggetti digitali potrebbero dialogare continuamente fra loro.

E a quel punto la domanda fondamentale non sarà più che cosa sa fare l’intelligenza artificiale, ma sarà che cosa le abbiamo autorizzato a fare.

Questa distinzione cambia tutto.

Uno degli aspetti più interessanti del documento cinese riguarda proprio il potere decisionale.

Vengono immaginate tre categorie.

Decisioni che devono rimanere esclusivamente umane, decisioni che possono essere delegate previa autorizzazione e decisioni che l’agente può assumere autonomamente all’interno del mandato ricevuto.

Può sembrare una classificazione burocratica.

Non lo è.

È forse una delle prime formulazioni politiche di un problema destinato ad accompagnarci per decenni.

Perché l’unità fondamentale della futura società digitale potrebbe non essere più soltanto il dato.

Potrebbe essere il mandato.

Chi può autorizzare una macchina?

A fare cosa?

Per quanto tempo?

Spendendo quanto?

Accedendo a quali dati?

Interagendo con quali sistemi?

Con quale responsabilità?

Con quale possibilità di revoca?

E soprattutto chi risponde quando qualcosa va storto.

Dentro queste domande c’è già una parte consistente del diritto, dell’economia e delle istituzioni del prossimo futuro.

Le nostre amministrazioni continuano invece, molto spesso, a discutere di digitalizzazione come se il problema fosse trasformare un modulo cartaceo in un PDF compilabile.

E rischiamo di fare con l’intelligenza artificiale esattamente ciò che abbiamo fatto con Internet.

Prima considerarla una curiosità.

Poi una tecnologia.

Poi uno strumento di comunicazione.

Poi accorgerci, con vent’anni di ritardo, che aveva modificato economia, informazione, commercio, politica, relazioni personali e distribuzione del potere.

L’AI agentica rischia di procedere ancora più velocemente.

Perché non modifica soltanto la produzione dell’informazione.

Modifica la capacità di esecuzione.

Ed è l’esecuzione, molto più della conoscenza, a cambiare concretamente il mondo.

Un’amministrazione che conosce perfettamente un problema ma impiega diciotto mesi per compiere dodici passaggi amministrativi rimane inefficiente.

Un’impresa che possiede enormi quantità di informazioni ma non riesce a trasformarle rapidamente in decisioni rimane lenta.

Un territorio pieno di studi, strategie, piani e programmi incapace di trasformarli in azioni rimane fermo.

Per questo l’agentic AI potrebbe avere un effetto particolarmente profondo proprio nei sistemi più complessi.

Non perché pensa al posto nostro.

Ma perché potrebbe finalmente eseguire una parte enorme di ciò che oggi separa il pensiero dall’azione.

Naturalmente c’è un enorme equivoco da evitare.

Riconoscere la capacità cinese di anticipare un cambiamento non significa assumere il modello cinese come modello politico.

Lo stesso documento parla di controllo dei comportamenti, sicurezza pubblica, conformità ai valori dominanti e persino sistemi per l’orientamento dell’opinione pubblica.

È precisamente qui che l’Europa potrebbe avere una missione storica diversa.

Non scegliere tra innovazione e diritti.

Costruire un modello nel quale siano i diritti a diventare architettura dell’innovazione.

Identità verificabile.

Mandati limitati.

Tracciabilità.

Interoperabilità.

Portabilità.

Possibilità di revoca.

Controllo umano reale nei passaggi irreversibili.

Responsabilità identificabile.

Pluralità dei fornitori.

Assenza di lock-in.

Sono principi giuridici.

Ma domani potrebbero essere altrettanto importanti dei protocolli Internet.

La libertà, nel mondo degli agenti, non sarà soltanto il diritto di parlare.

Sarà anche il diritto di sapere chi sta agendo per noi, con quali poteri e dentro quali limiti.

La nuova dipendenza

Esiste poi un secondo problema.

Forse ancora più grande.

Se gli agenti diventeranno il livello operativo dell’economia, chi controllerà gli agenti controllerà una parte crescente dell’economia stessa.

Per questo la partita non riguarda soltanto i modelli linguistici.

Riguarda cloud, chip, identità, protocolli, dati, sistemi operativi, pagamenti, standard, marketplace degli agenti.

Riguarda, cioè, l’intero stack.

La Cina lo dice con estrema chiarezza quando insiste sulla compatibilità con tecnologie domestiche, sistemi open source e partecipazione alla definizione degli standard internazionali.

La lezione non è nazionalista.

È strategica.

Chi arriva quando gli standard sono già stati stabiliti diventa cliente.

Chi partecipa mentre vengono costruiti conserva invece una possibilità di scelta.

Ed è probabilmente questo il vero discrimine tecnologico dei prossimi anni.

Non possedere ogni tecnologia.

Ma evitare di trovarsi in una condizione nella quale nessuna delle tecnologie decisive possa essere sostituita.

E allora la Sardegna?

È qui che il ragionamento diventa interessante anche per un’isola di un milione e mezzo di abitanti.

Perché la Sardegna non costruirà probabilmente il più grande foundation model del mondo.

E non deve farlo.

La competizione interessante per territori delle nostre dimensioni potrebbe trovarsi altrove.

Potremmo diventare luoghi nei quali sperimentare prima degli altri come funziona una società agentica affidabile.

Non la più grande.

La migliore.

Un territorio abbastanza grande da contenere università, sanità, imprese, energia, città, aree rurali, porti, aeroporti, industria e pubblica amministrazione.

Ma abbastanza piccolo da poter ancora osservare il sistema nel suo insieme.

Un’isola potrebbe diventare un laboratorio straordinario.

Non per riempire gli uffici pubblici di chatbot.

Quella sarebbe innovazione cosmetica.

Ma per capire come agenti pubblici e privati possano collaborare, quali decisioni possano essere delegate, quali debbano rimanere umane, come costruire identità e autorizzazioni, come certificare gli agenti, come registrarne le azioni, come evitare monopoli tecnologici e come utilizzare questa nuova capacità per ridurre drasticamente la distanza tra decisione ed esecuzione.

Qui potrebbe esserci una delle grandi opportunità dei piccoli territori.

Le rivoluzioni tecnologiche iniziano quasi sempre con una corsa alla scala.

Ma maturano attraverso una corsa alla qualità dell’organizzazione.

E su questo terreno un piccolo territorio può competere con sistemi cento volte più grandi.

Il futuro non sarà intelligente. Sarà agente.

Per anni abbiamo immaginato il futuro chiedendoci quando l’intelligenza artificiale avrebbe raggiunto quella umana.

Potrebbe essere stata un’altra delle nostre ossessioni antropocentriche.

Forse non occorre che una macchina diventi più intelligente di noi per cambiare radicalmente la società.

È sufficiente che milioni di macchine ragionevolmente intelligenti possano agire continuamente.

Ventiquattro ore al giorno.

A costo marginale decrescente.

Parlandosi fra loro.

Accedendo ai sistemi.

Eseguendo milioni di piccole decisioni.

Quella non sarebbe soltanto un’automazione più sofisticata.

Sarebbe una nuova infrastruttura della civiltà.

Per questo la domanda che dovremmo iniziare a porci oggi non è:

quanto diventerà intelligente l’intelligenza artificiale?

È molto più concreta.

E molto più inquietante.

Quanto potere siamo pronti a delegarle?

E subito dopo ce n’è un’altra.

Forse ancora più importante.

Chi deciderà le regole di quella delega?

È lì, molto più che nella prossima classifica dei modelli, che si sta cominciando a scrivere il futuro.

ARTICOLI RECENTI

L’isola di mezzo

L’isola di mezzo

L'isola di mezzo La Sardegna sta imparando a governarsi? Nell'autunno del 2023 qualche centinaio di sardi ha risposto a un questionario.  Era al telefono o sullo schermo dello smartphone, tra una notifica e l'altra.  Le domande erano semplici, quasi banali.  Com'è la...

I climi migrano, i territori restano.

I climi migrano, i territori restano.

I climi migrano, i territori restano. Se Torino ha il clima della Roma di trent'anni fa e Palermo quello di Tunisi, la domanda non è dove finiremo ma con quale grammatica ci arriveremo — e chi paga l'ombra. Un gruppo di ricercatori del Politecnico di Zurigo ha fatto...

La sovranità dell’esecuzione

La sovranità dell’esecuzione

La sovranità dell’esecuzione Per i territori ancora in ritardo di sviluppo Abstract I territori in ritardo di sviluppo vengono generalmente descritti attraverso ciò che manca, capitale, infrastrutture, competenze, imprese, popolazione, connessioni, classe dirigente....

ARGOMENTI