Quello che non era scritto nel programma.
Riflessioni sul tour di Andrea Bonaccorsi in Sardegna.
Una serie di incontri nati per parlare di un libro si è trasformata in un atto collettivo di presenza.
C’è un momento, in certi incontri, in cui la sala smette di essere una sala.
Smette di essere uno spazio fisico con sedie disposte in file, luci fisse, un microfono sul tavolo. Diventa qualcos’altro — un’ atmosfera sospesa, un campo magnetico in cui le persone cominciano a sentire che qualcosa di reale sta accadendo.
Questo momento si è presentato, puntuale e inatteso, in ognuna delle tappe del tour che ha portato Andrea Bonaccorsi a incontrare il pubblico sardo nelle settimane scorse.
E ogni volta ha preso la stessa forma, prima lo stupore, poi il silenzio, infine il dialogo.
Non era previsto nel programma.
Ed è stata la cosa più bella.
Di che tipo di stupore parliamo?
Non quello ingenuo di chi non sapeva cosa aspettarsi. Non il clamore sociale di chi partecipa a un evento perché c’è da farsi vedere.
Parliamo dello stupore di chi scopre, nel mezzo di un pomeriggio di fine primavera, di essere ascoltato davvero.
Qualcosa di straordinariamente semplice e allo stesso tempo straordinariamente raro, qualcuno — un intellettuale, un accademico, un uomo che ha dedicato decenni
a pensare la conoscenza, l’università, il futuro — che si ferma, ti guarda, e considera le tue parole con la stessa cura con cui ha scritto le sue.
Il pubblico ha risposto come sempre fa, quando sente che la soglia dell’ascolto autentico è attraversata: si è aperto.
Non gradualmente. Di botto.
Come quei fiori che fioriscono in timelapse: rapidi, totali, irrevocabili.
Sono arrivate le domande — quelle vere, non le domande-discorso con cui spesso si occupa il microfono. Sono arrivate le obiezioni — non polemiche, ma lucide, incarnate, piene di esperienza vissuta. Sono arrivate le storie personali — di insegnanti che sentivano il terreno spostarsi sotto i piedi, di giovani che cercavano un vocabolario per dire quello che provavano, di amministratori che portavano il
peso di decisioni da prendere senza bussola.
La conferenza è diventata conversazione. Il monologo si è trasformato in corale. Il libro — il libro fisico, con la sua copertina e il suo peso — è diventato un pretesto per qualcosa che stava aspettando di accadere da molto più a lungo.
Viviamo in un’epoca che ha scelto la velocità come valore supremo.
Non come mezzo. Come fine.
Scroll infinito, notifiche, attenzione frammentata in mille rivoli che non arrivano da nessuna parte. Abbiamo imparato a consumare informazioni senza metabolizzarle, a reagire senza pensare, a condividere senza comprendere.
E allora quando si crea uno spazio in cui il tempo rallenta — in cui è permesso soffermarsi, tornare indietro, sviluppare un pensiero fino alla sua conclusione naturale — accade qualcosa che somiglia a una guarigione.
Lo abbiamo visto in ogni sala.
Le persone sedevano in modo diverso, dopo qualche minuto. Il corpo si distendeva.
La postura cambiava. C’era meno difesa, meno fretta di affermare la propria posizione prima ancora di averla chiarita a sé stessi.
Il tempo — il tempo lento, il tempo denso, il tempo in cui le parole hanno il giusto peso — è tornato ad essere percepito come una risorsa preziosa.
Forse la più preziosa.
E insieme al tempo, lo spazio.
Perché anche lo spazio conta. Non è indifferente dove ci si ritrova a pensare insieme. La Sardegna — con la sua profondità, con la sua relazione antica tra luoghi e comunità, con quella qualità particolare che hanno certi pomeriggi quando il mare è vicino e l’aria sa di qualcosa che non ha nome in italiano — la Sardegna ha fatto la sua parte.
Ha ricordato che i luoghi pensano, quando li lasci fare.
Ma c’ è una terza cosa che è emersa e che forse è la più urgente.
Più delle singole questioni discusse. Più degli argomenti portati sul tavolo, pur importanti.
È emerso un bisogno.
Un bisogno collettivo, condiviso da persone di generazioni diverse, di professioni diverse, di estrazioni diverse: il bisogno di sapere pensare. Di avere strumenti per attraversare la complessità senza esserne schiacciati. Di allenare quella capacità
che la filosofia chiama pensiero critico e che nella vita quotidiana si traduce in una domanda semplice e però vertiginosa: questo è davvero quello che penso, o è quello che mi hanno convinto a pensare senza che me ne accorgessi?
Non era nostalgia del passato. Non era rigetto del presente.
Era qualcosa di molto più attivo: una volontà di essere presenti, di essere agenti, di non delegare le categorie interpretative della realtà a chi le propone più velocemente e più rumorosamente.
La gente vuole capire. Vuole partecipare con competenza ai dibattiti che la riguardano — sull’intelligenza artificiale, sulla trasformazione del lavoro, sulla scuola che non funziona più come funzionava, sulla democrazia che scricchiola sotto il peso di una comunicazione che privilegia lo choc sulla verità.
E vuole farlo non da spettatore. Da protagonista.
Andrea Bonaccorsi ha scritto un libro importante. Un libro che pensa in grande — sulla conoscenza umanistica, sulla sua crisi, sul suo irrinunciabile valore in un mondo che sembra averlo dimenticato.
Ma un libro, da solo, non basta.
I libri hanno bisogno di incontri. Di quei momenti in cui le pagine escono dalla copertina e diventano voce, dialogo, scontro gentile di prospettive. In cui un’ idea — formulata in solitudine in un ufficio universitario o in un treno — si misura con le domande di persone reali, con le loro fatiche, con la loro intelligenza concreta.
Questo tour è stato questo.
Non una promozione editoriale. Non una serie di presentazioni istituzionali.
È stato un ascolto reciproco. Una cosa rara, preziosa, da custodire.
Ho partecipato all’organizzazione di questo tour con la convinzione che la cultura — la cultura vera, non quella decorativa — sia uno degli strumenti più potenti che abbiamo per costruire il futuro dei nostri territori.
Non mi aspettavo di essere sorpreso.
E invece lo sono stato.
Sorpreso dalla qualità delle domande. Dalla profondità dei silenzi. Dalla dignità con cui persone di ogni età e condizione si sono messe in gioco, aperte, vulnerabili, coraggiose nell’ammettere che non sapevano, che volevano capire, che avevano bisogno di pensare meglio.
La Sardegna non è periferica. Non è un territorio di passaggio, di seconda fila, di attesa.
È un territorio che pensa. Che sente. Che ha fame di futuro — non di un futuro prestato da altri, ma di uno costruito con le proprie mani, con la propria intelligenza, con la propria memoria.
Questo tour lo ha confermato. Non nei temi discussi, ma in quello che è emerso tra le righe.
E tra le righe, a volte, c’è tutto.



