Referendum 2025: i quesiti 1, 2 e 3 sul lavoro
Di cosa si tratta
I primi tre quesiti del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 riguardano il mondo del lavoro e propongono l’abrogazione di alcune norme introdotte con il Jobs Act del 2015. I promotori sono la CGIL e altre organizzazioni sindacali, che mirano a ripristinare maggiori tutele per i lavoratori. I quesiti sono:
- Quesito 1 (scheda verde): propone di abrogare la norma che limita il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015. Il Sì ripristinerebbe il reintegro obbligatorio, come previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
- Quesito 2 (scheda arancione): mira a eliminare il tetto massimo (6 mensilità) all’indennizzo per i lavoratori licenziati illegittimamente nelle aziende con meno di 16 dipendenti. Il Sì consentirebbe al giudice di stabilire liberamente l’indennità.
- Quesito 3 (scheda grigia): chiede di reintrodurre l’obbligo di indicare una “causale” anche per i contratti a tempo determinato inferiori a 12 mesi. Il Sì renderebbe obbligatoria la motivazione fin dal primo giorno.
✅ Le ragioni del Sì – Approfondimento
I sostenitori del Sì, tra cui la CGIL, ritengono che le norme attuali abbiano indebolito i diritti dei lavoratori, aumentando la precarietà e rendendo più facili i licenziamenti. Le motivazioni principali includono:
- Quesito 1: il reintegro è visto come una garanzia fondamentale contro i licenziamenti arbitrari. Il ritorno all’art. 18 restituirebbe al giudice il potere di tutelare efficacemente i lavoratori.
- Quesito 2: eliminare il tetto alle indennità nelle piccole imprese eviterebbe una disparità di trattamento tra lavoratori, lasciando al giudice la possibilità di valutare caso per caso.
- Quesito 3: reintrodurre la causale fin dal primo contratto a termine aiuterebbe a contrastare l’abuso del lavoro precario e a incentivare l’occupazione stabile.
In sintesi, il fronte del Sì punta a riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratori e imprese, rafforzando le garanzie contro licenziamenti ingiusti e contratti instabili.
❌ Le ragioni del No – Approfondimento
I contrari al referendum, tra cui Confindustria e altre associazioni datoriali, ritengono che l’abrogazione delle norme introdotte dal Jobs Act comporterebbe un ritorno a un sistema rigido, con effetti negativi sull’occupazione e sulla competitività:
- Quesito 1: il reintegro obbligatorio è visto come un deterrente all’assunzione, soprattutto per le imprese che temono di non poter gestire liberamente il proprio personale.
- Quesito 2: eliminare il tetto alle indennità potrebbe scoraggiare le assunzioni nelle piccole imprese, aumentando i rischi economici e legali.
- Quesito 3: reintrodurre la causale fin dal primo contratto renderebbe più difficile gestire esigenze temporanee, penalizzando settori come turismo, agricoltura e servizi.
Il fronte del No sostiene che le norme attuali abbiano modernizzato il mercato del lavoro, rendendolo più dinamico e adatto alle esigenze delle imprese.
🌍 Gli effetti per la Sardegna
In Sardegna, dove il mercato del lavoro è segnato da alta disoccupazione giovanile, precarietà diffusa e un tessuto produttivo composto in gran parte da piccole e micro imprese, i quesiti referendari potrebbero avere impatti significativi.
Dal punto di vista dei sostenitori del Sì, l’abrogazione delle norme del Jobs Act potrebbe:
- Rafforzare le tutele per i lavoratori stagionali e a termine, molto presenti nei settori del turismo, dell’agricoltura e dei servizi.
- Aumentare la stabilità contrattuale, contrastando l’abuso dei contratti a tempo determinato e dei licenziamenti facili.
- Stimolare un dibattito locale su come conciliare diritti e sviluppo, in una regione che fatica ad attrarre investimenti e trattenere i giovani.
Tuttavia, secondo i sostenitori del No, l’abrogazione potrebbe avere anche effetti negativi sul fragile tessuto economico dell’isola:
- Le piccole imprese sarde, che spesso operano con margini ridotti e in settori stagionali, potrebbero trovarsi in difficoltà a gestire un ritorno a regole più rigide su licenziamenti e contratti.
- L’obbligo di causale per i contratti a termine potrebbe limitare la flessibilità necessaria per affrontare picchi di lavoro, soprattutto nel turismo e nell’agricoltura.
- Il rischio percepito di aumento del contenzioso e di costi legali potrebbe scoraggiare nuove assunzioni, aggravando la già critica situazione occupazionale.
L’esito del referendum potrebbe incidere in modo diverso a seconda delle dimensioni aziendali, dei settori produttivi e delle condizioni socio-economiche locali.



