Referendum 2025: il Quesito 5 sulla cittadinanza
Il quinto quesito del referendum abrogativo che si terrà l’8 e 9 giugno 2025 invita l’elettorato italiano a esprimersi su un tema tutt’altro che tecnico: l’accesso alla cittadinanza. Al centro del quesito vi è la proposta di eliminare l’attuale requisito dei dieci anni di residenza legale continuativa per poter richiedere la cittadinanza italiana. Non si tratta di una modifica diretta del termine, ma dell’abrogazione della norma che lo impone, con la conseguente apertura di una fase legislativa in cui il Parlamento potrà eventualmente ridefinirlo in senso più inclusivo. A promuovere il quesito sono state associazioni per i diritti civili (come ASGI e il movimento Italiani Senza Cittadinanza), sostenute da una coalizione di forze progressiste.
Le ragioni a favore del SI all’abrogazione si fondano sull’idea che la cittadinanza non debba essere una ricompensa, ma un riconoscimento. Riconoscimento di una presenza stabile, di un contributo reale alla vita collettiva, di un’identità nazionale italiana maturata anche in assenza del documento che la formalizzi. I loro sostenitori parlano di giustizia sociale e coesione civile, della necessità di sanare l’anomalia di una sorta di limbo giuridico, di privazione dei pieni diritti nonostante studi, lavoro e impegno sociale. È un limbo che pesa e che alimenta frustrazione e marginalizzazione. In questo senso ha anche una portata utilitaristica, o forse solo socialmente utile. Il confronto con gli altri Paesi europei accentua il paradosso: in Francia, Germania, Belgio e Spagna il tempo richiesto è in genere inferiore (per lo più fissato a 5 anni). Peraltro, riformare questo sistema potrebbe anche contribuire a migliorare l’efficienza amministrativa, riducendo tempi d’attesa biblici e pratiche spesso opache.
Dal fronte opposto, i promotori del NO richiamano la necessità di prudenza: la cittadinanza è configurata come un traguardo da raggiungere, non un punto di partenza. Rappresenta un legame profondo con la cultura, la lingua, i valori italiani e richiede pertanto periodi lunghi e “formativi” di maturazione. Il timore, esplicitato in più sedi, è soprattutto quello di una cittadinanza “facile”, concessa anche a chi non abbia maturato un sufficiente radicamento. Si evoca altresì lo spettro della strumentalizzazione elettorale: abbreviare i tempi, si dice, potrebbe tradursi in un ampliamento artificiale del corpo elettorale, utilizzabile a fini di consenso. Altri ancora affermano che un cambiamento di tale portata dovrebbe essere discusso in Parlamento, in sede di riforma ordinaria, e non affidato a una consultazione referendaria. Al di là delle posizioni contrapposte, è evidente che il voto potrebbe esplicare un impatto concreto sul tessuto sociale, specie in regioni come la Sardegna, dove vivono oltre 52mila cittadini stranieri: per una percentuale di loro l’abrogazione della soglia dei dieci anni potrebbe agevolare percorsi di inclusione piena (in particolare per le famiglie con figli in età scolare), rafforzando il capitale umano e la coesione specie nei territori segnati da denatalità e spopolamento. Perché dare cittadinanza non significa soltanto riconoscere diritti, ma appunto anche tutelare l’interesse generale, favorendo stabilità, partecipazione e sviluppo.
Una piccola chiosa. A ben vedere, non si tratta neppure di una scelta. La realtà di un nuovo cittadino italiano è già in atto e noi possiamo soltanto facilitarne lo sviluppo o ostacolarlo. Con l’avvertenza, beninteso, che in base alle posizioni assunte si definiscono conseguenze per il futuro, in particolare il livello di coesione sociale del nostro paese. Della nostra ‘nazione’, termine usato oggi costantemente a sproposito a che stavolta invece andrebbe adoperato. Perché di un processo di tenace creazione di un popolo rinnovato si tratta. In questo senso, il SI al referendum è scelta giusta ma limitante. Incerta e già vecchia. Accanto e al di là della riduzione delle tempistiche per la residenza continuativa, il cuore del problema della cittadinanza è infatti rappresentato dalle nuove generazioni e dalla necessaria ripresa dei progetti di legge variamente legati al cosiddetto ius scholae/ius culturae, sul quale pareva essersi coagulato nella passata legislatura un consenso trasversale ed ora relegato ai margini – meglio, decisamente fuori – del dibattito politico. Ma ne rimaniamo convinti più che mai: la modifica della legge n. 91 del 1992 sulla cittadinanza, attraverso l’ipotesi aggiuntiva che la cittadinanza possa essere acquisita dal minore straniero che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età e che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni, con frequenza regolare di uno o più cicli scolastici rappresenta la vera frontiera, l’orizzonte cui tendere. Niente di trascendentale, bensì solo quanto dovuto a un milione di ragazzi che già studiano nelle nostre scuole, parlano l’italiano meglio dei loro censori – e lo insegnano ai genitori immigrati – eccellono nello sport e non partecipano alle gite scolastiche senza comprenderne la ragione. Rechiamoci a votare al referendum e dal 10 giugno riprendiamo questa battaglia di civiltà.



