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Cagliari, 24 gennaio 2025

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Dalle piazze agli schermi. Come siamo diventati la società che siamo.   C’è un filo invisibile che collega le tensioni delle piazze degli anni ’70 alle bolle dei social network che popoliamo oggi. Non è solo storia. E’ il racconto di come una società si è trasformata, lasciando dietro di sé cicatrici, sogni infranti e nuove illusioni. Per capire chi siamo oggi, una generazione che scorre il dito sullo schermo come fosse una bacchetta magica, dobbiamo tornare indietro, immergendoci nei decenni che ci hanno preceduti. Non c’è retorica, solo il tentativo di tracciare un viaggio, che non è solo nostro ma dell’intera Italia.

Gli anni ’70 furono un decennio di piombo e non solo per il nome che la storia ha consegnato loro. C’era un peso opprimente nella vita quotidiana, un senso di fragilità che aleggiava in ogni discussione politica, in ogni notizia di cronaca. Da un lato, il terrorismo rosso e nero. Dall’altro, uno Stato che sembrava impotente o, peggio, ambiguo. Nelle strade, il rumore delle manifestazioni era il battito di un cuore giovane e arrabbiato, ma nelle case si sentiva solo l’eco di paure sussurrate. La violenza politica non era un’idea astratta. Era negli attentati, negli scontri, nelle vite spezzate di ragazzi che credevano di poter cambiare il mondo con una molotov o con una pistola. 

Eppure, dentro quella tensione c’era anche un fermento, una vitalità che non si sarebbe più vista con la stessa intensità. Quando gli anni ’80 bussarono alla porta, la società italiana era esausta. Dopo un decennio di conflitti, l’Italia si concesse una tregua. O meglio, un’evasione. Gli anni ’80 furono il decennio dell’apparenza, del tutto è possibile, del successo esibito e della politica trasformata in spettacolo. Fu il tempo di Berlusconi, prima come imprenditore, poi come simbolo di una nuova Italia che guardava ai suoi riflessi televisivi più che alla propria realtà. Le sue televisioni non si limitarono a intrattenere. Riscrissero (?) i valori. Dove c’era la profondità, arrivò la leggerezza; dove c’era il confronto, arrivò il narcisismo. La cultura dell’immagine prese il sopravvento. Non era più importante ciò che eri, ma ciò che mostravi. Le veline e i quiz televisivi, con il loro inno al glamour e al successo facile, trasformarono l’ambizione in desiderio di celebrità. 

L’individuo diventò il centro di tutto, e le storie collettive vennero archiviate. Tuttavia, sotto questa patina luccicante, il divario tra Nord e Sud si ampliava, la precarietà iniziava a farsi strada e il sogno del miracolo economico mostrava crepe profonde. Gli anni ’90 ci traghettarono verso un nuovo millennio con un mix di disillusione e promesse tecnologiche. Tangentopoli e il crollo della Prima Repubblica svelarono la corruzione di un sistema che molti avevano finto di non vedere. E mentre il paese cercava di trovare un nuovo equilibrio, la digitalizzazione iniziava a bussare timidamente, portando con sé cambiamenti che avremmo compreso solo anni dopo.

Poi arrivarono i social network. In un primo momento, sembrarono un’occasione per riavvicinare le persone, per dare voce a chiunque avesse qualcosa da dire. Ma presto si rivelarono il perfetto amplificatore di quella cultura dell’immagine che Berlusconi aveva plasmato anni prima. Il selfie diventò il simbolo di una generazione. Una foto scattata non per raccontare chi sei, ma per raccontare chi vorresti essere.I social presero le dinamiche della televisione commerciale e le portarono all’estremo. La spettacolarizzazione della politica, iniziata con i talk show, trovò nuova vita nei tweet e nei meme. I leader non erano più solo figure istituzionali, ma protagonisti di un reality show continuo. Le persone comuni, invece, scoprirono che il riconoscimento sociale passava dai like e dai follower più che dai legami reali. E così, mentre ci sembrava di essere più connessi che mai, ci scoprimmo sempre più soli. Ma la vera domanda è: cosa ci resta di tutto questo? I giovani, nati in un mondo già digitale, si trovano a navigare un mare in tempesta, dove il successo sembra più legato all’apparenza che al merito, e dove le relazioni rischiano di ridursi a scambi superficiali. 

I meno giovani, invece, guardano a questo presente con nostalgia per un passato che, forse, non era poi così perfetto ma che almeno sembrava più autentico. Eppure, in mezzo a questa confusione, c’è ancora spazio per la riflessione. Se gli anni ’70 ci hanno insegnato l’importanza dell’impegno collettivo, se gli ’80 ci hanno mostrato il potere dell’immaginazione, e se i social network ci hanno rivelato i pericoli dell’individualismo esasperato, allora forse possiamo trarre una lezione. Possiamo imparare a mescolare il meglio di questi mondi. L’intensità del passato, la leggerezza del presente e una nuova visione per il futuro. Per farlo, però, serve uno sforzo. Serve ricordare che dietro ogni schermo c’è una persona. Che dietro ogni like c’è un desiderio di appartenenza. Che dietro ogni epoca storica c’è un’insegnamento prezioso. La società di oggi è il prodotto del cammino che abbiamo percorso, con i suoi errori e le sue conquiste. Sta a noi decidere dove andare. E forse, nel guardare al passato, possiamo trovare le risposte per costruire un futuro più autentico, meno solitario, più umano.

 

Con scrupolo, Nicola

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