Smettiamola di inseguire.
Il futuro non aspetta chi arriva col passo della burocrazia.
di Nicola Pirina
Ci sono Paesi che studiano il futuro per governarlo.
Poi c’è l’Italia, che prima inciampa e poi convoca convegni sull’importanza di camminare dritti.
La Relazione nazionale sulla ricerca e innovazione 2025 certifica ciò che chi fa innovazione sul campo sa da anni: non siamo in ritardo, siamo fuori fiato.
E non per mancanza di talento, ma per mancanza di coraggio decisionale, continuità politica
e capacità di pensare come un sistema e non come una somma di feudi.
La relazione parla chiaro.
Servono investimenti stabili, logica mission-oriented, ecosistemi e governance integrata.
Serve trattenere e attrarre talenti, altrimenti continuiamo a regalare futuro altrui.
Serve che Stato, imprese, università e territori smettano di guardarsi in cagnesco e giochino la stessa partita.
Sono principi solidi, ma arrivano con la tempistica tipica italiana: giusti sulla carta, tardi nella storia.
Il mondo corre.
Noi istituiamo task force.
Il documento riconosce che il futuro si gioca su transizione verde, salute, spazio, dati e AI.
Lo diciamo da anni.
La differenza è che altrove si pianifica e si investe.
Qui si annuncia e si spera.
La politica italiana ha vissuto per troppo tempo nella comfort zone del presente.
Un Paese dove molti parlano di innovazione come fosse un’elegante conferenza, non un’operazione chirurgica sul sistema Paese.
E nel frattempo, chi può se ne va.
Italia, patria dell’ingegno, esportatrice involontaria di futuro.
Perché dove le idee non trovano ossigeno, i cervelli trovano aeroporti.
La relazione insiste sul concetto di ecosistema.
Bene.
Vuol dire superare i silos, trattare l’innovazione non come un settore ma come il nuovo contratto sociale.
Vuol dire che pubblico e privato non sono nemici giurati, ma co-autori del medesimo destino.
Vuol dire che i territori vanno letti come piattaforme e non come confini.
Questa visione è corretta.
È la stessa che sosteniamo da tempo: l’innovazione come infrastruttura civile, non come accessorio aziendale.
E allora serve coerenza.
Non basta scriverlo in una relazione.
Bisogna smettere di progettare come fossimo ancora negli anni Novanta.
Bisogna selezionare priorità, dare continuità, misurare risultati, premiare il merito.
E sì, assumersi rischi.
Perché chi non rischia non innova, conserva.
E conservare oggi equivale a scomparire.
L’Italia ha tutto: talenti, cultura, posizionamento, capacità industriale, ricerca eccellente.
Manca solo la cosa più semplice e più difficile: scegliere e agire.
Serve continuità pluriennale delle politiche, chiarezza sulle missioni nazionali, protezione e moltiplicazione dei talenti, investimenti veri, non frammentati, Stato partner non burocrate,
rapidità decisionale, accountability pubblica.
La relazione lo dice.
Noi lo diciamo da tempo.
Il punto è: quando si fa.
Perché ogni mese che aspettiamo, qualcun altro costruisce ciò che avremmo potuto guidare.
Conclusione. Non è troppo tardi, ma non c’è più tempo
L’Italia non ha perso la partita. Non ancora.
Ha perso anni, opportunità, fiducia collettiva.
Ma non la capacità.
O diventiamo Paese che decide e crea, oppure restiamo Paese che commenta e rimpiange.
La scelta è nostra.
Non servono eroi.
Serve responsabilità.
Visione.
E finalmente, execution.
Il futuro non è un regalo.
È un’opera pubblica complessa.
Va progettato, finanziato e costruito.
Con disciplina, ambizione e un po' di sana spregiudicatezza strategica.
Chi ci crede si rimbocchi le maniche.
Chi vuole solo parlare resti a bordo campo.
La storia la scrivono quelli che giocano, non quelli che giudicano dal loggione.
Non è più l’era delle buone intenzioni.
È l’era delle metriche, dei cicli lunghi, dei rischi calcolati.
È l’era in cui gli Stati tornano fabbriche di strategia e i territori diventano piattaforme
geopolitiche.
La Relazione sulla ricerca e innovazione 2025 non è un testo tecnico: è un referto clinico.
E dice una cosa semplice e brutale: l’Italia non è condannata, è semplicemente in ritardo
cronico rispetto al proprio potenziale.
Non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di struttura, metodo, ambizione istituzionale.
Il dato che pesa come un macigno
Lo ripetiamo da anni.
E mentre noi discutiamo, altri costruiscono supply chain, standard, satelliti, talent hubs, AI sovrana, biotecnologie di frontiera.
Il gap non è più economico. È culturale, è di governance, è di ritmo.
E soprattutto è di coraggio politico.
Il problema non è il talento. È il sistema
La relazione lo dice chiaramente: Italia ricca di competenze, povera di ecosistemi.
Ecosistemi frammentati, relazioni pubblico-privato difensive, territorio percepito come confine e non come piattaforma.
Non esportiamo cervelli, esportiamo futuro.
E lo facciamo gratis.
Basta startup days senza supply chain industriale.
Basta bandi a pioggia per sentirsi moderni.
Basta progettare nel ciclo elettorale.
Il futuro non si fa in 18 mesi. Si fa in 15 anni.
E serve una struttura permanente che rompa la liturgia amministrativa e metta il Paese in modalità missione.
Niente è più politico dell’innovazione.
Niente è più istituzionale della scienza.
Niente è più geopolitico della tecnologia.
Non tutto è prioritario.
Chi governa deve scegliere.
E proteggere le scelte nel tempo.
Le missioni italiane devono essere:
1. Sovranità digitale e AI pubblica
2. Energia e climate tech con basi industriali
3. Bio-health e longevità
4. Spazio, osservazione terrestre, autonomia orbitale
5. Sicurezza tecnologica, dati e cyber
6. Formazione hard-tech distribuita e accessibile
E non tutti devono fare tutto.
La specializzazione è l’unica via alla competitività.
L’Italia non può più essere romantica.
Oggi serve essere lucidi, strategici, veloci.
Perché chi controlla il codice, controlla il potere.
Chi controlla i dati, controlla le istituzioni.
Chi controlla la tecnologia, controlla la storia.
Il futuro non si mendica. Si governa.
Non si tratta di innovazione glamour.
Si tratta di sovranità, di dignità, di posizione nel mondo.
Gli investimenti non sono costi.
La lentezza sì.
Se non prendiamo adesso la curva, la rivoluzione la guideranno altri e noi la subiremo. Con educazione, come sempre. E con ricordi del passato invece di progetti del futuro.
Chi ha responsabilità politica oggi ha il dovere di capire che siamo in overtime.
La storia non aspetta.
I mercati non fanno sconti.
Chi vuole amministrare l’esistente, non intralci.



