Turismi: proviamo a svilupparne il pieno potenziale?
La positiva evoluzione dei flussi turistici verso la Sardegna degli anni Covid, che si collega idealmente a quelli riscontrati prima della crisi pandemica, evidenzia come la vivacità e l’intelligenza degli operatori stia alimentando flussi di domanda crescenti.
Restano sul tavolo i problemi rappresentati dalle specificità storiche del nostro sistema turistico.
In primis quello di esprimere in grande prevalenza un mono-prodotto marino-balneare.
Spiagge paradisiache, mare cristallino, un’idea di vacanza con carattere di qualità e di esclusività ottimamente posizionata sulle menti dei nostri clienti potenziali, sono i nostri straordinari punti di forza che ci consentono di vendere a tariffe più alte dei nostri competitors.
Ma anche i nostri punti di debolezza da ottobre in poi.
Se l’analisi degli ultimi 10 anni evidenzia una crescita generale dei flussi verso la Sardegna, con ritmi di crescita molto positivi nel periodo estivo, viceversa, la crescita nei mesi della cosiddetta bassa stagione appare blanda, poco significativa.
La verità è che se sulle 3 “esse” di sun, sand, sea siamo classificati nella élite dell’offerta turistica del mediterraneo, sugli altri turismi , quelli “dell’altra stagione” che avrebbero sulla carta maggiore potere destagionalizzante, come culturale, archeologico, enogastronomico, eco-naturalistico, sportivo, solo per fare alcuni macro-esempi, retrocediamo drammaticamente nelle classifiche europee, risultando molto poco attrattivi.
Questa curva di domanda “a campana”, bassa nei primi mesi, alta nei mesi centrali e ancora bassa a fine anno, rende meteoropatica anche l’offerta dei vettori aerei, i quali riducono o cancellano le rotte in bassa stagione e le aumentano significativamente nei mesi più caldi.
Il mondo intorno a noi si muove sui binari di una competizione maledettamente agguerrita ed organizzata, verso turismi culturali, esperienziali, digitali e sostenibili.
La prima motivazione di viaggio per gli stranieri che arrivano in Italia è ancora e sempre di tipo culturale.
Non è così per la Sardegna.
Essa ha sviluppato una sua precisa identità che le garantisce crescita, sviluppo e PIL per metà anno, ma per il resto resta in buona parte ancorata ad un modello degli anni ‘80.
Dobbiamo quindi porci la domanda non solo di cosa possiamo fare nell’oggi, ma soprattutto di quale futuro saremo in grado di offrire ai nostri giovani.
Oggi il turismo cresce e rappresenta una bella fetta dell’economia sarda, anche perché accanto al turismo in senso stretto, è in grado di co-sviluppare anche i settori commercio, artigianato, agroindustria, servizi.
Un’isola che ha rinunciato al petrolchimico e all’industria pesante, che pone al centro le tematiche green e vuole ritagliarsi un ruolo nella tutela del patrimonio naturale vive di turismo non può permettersi di dipendere da una stagione così breve.
Il nostro è un turismo che deve ancora sviluppare il suo pieno potenziale.
Perché frammentato, poco coordinato, in parte precario, distribuito in maniera non omogenea sui territori, con poche start-up, con troppo capitale umano di qualità che abbandona l’isola.
E’ soprattutto debole rispetto al lavoro che i competitors stanno svolgendo sullo sviluppo di prodotti turistici complementari al prodotto “estate”.
Non solo mancano coesione e compartecipazione.
Non solo si deve lavorare sulla costruzione, prima, e sulla comunicazione, poi, di prodotti turistici in grado di esprimere una voce forte e autorevole.
Non solo siamo deboli nei circuiti del turismo digitale, dove i viaggiatori più moderni e con competenze digitali avanzate cercano esperienze autentiche, itinerari personalizzati, connessioni culturali.
Non solo mancano servizi per il turismo di lungo periodo, con rare strategie per attrarre pensionati benestanti, smart worker, professionisti in cerca di qualità della vita.
Il modello di valorizzazione dell’estate ha funzionato, funziona e funzionerà.
Possiamo e dobbiamo perfezionarlo e arricchirlo, anche facendo cross-marketing tra le coste dove i turisti estivi abbondano e i paesi dell’interno dove invece mancano, ma ancora non basta.
Se non vogliamo restare indietro e perdere i giovani migliori, soffrendo di una pesante crisi demografica, dobbiamo, ripetiamo, sviluppare il pieno potenziale del nostro modello intervenendo profondamente sulle fondamenta dello sviluppo.
Ciò significa che dobbiamo avere un Piano per costruire capitale umano, cioè, valorizzare le straordinarie intelligenze dei nostri giovani. Dobbiamo dargli la cassetta degli attrezzi e avere fiducia. Loro faranno il resto.
Un piano formativo strategico di lungo periodo potrebbe essere un buon punto di partenza, per il turismo, ma non solo.
Lucio Murru & Nicola Pirina



