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Università.

Università.

Le università dovrebbero essere il cuore pulsante di un territorio, il luogo dove il futuro si progetta e si costruisce.

La culla delle prossime classi dirigenti.

Almeno così si diceva. 

In Sardegna, invece, sembrano diventate delle fabbriche di disoccupati, dove si studia per anni per poi scoprire che il mercato del lavoro non offre opportunità adeguate. 

È un sistema malato, scollegato dal mondo reale, che non aiuta i giovani a restare e non attira talenti da fuori.

Il mondo cambia velocemente, ma il nostro sistema universitario resta ancorato a modelli superati. 

Le aziende cercano competenze digitali, tecnologiche, interdisciplinari. 

Eppure, nei nostri atenei si insegna ancora con gli stessi metodi di anni fa, senza un vero legame con il tessuto produttivo. 

Alcuni problemi sono sotto gli occhi di tutti.

Formazione scollegata dal lavoro. 

Troppi corsi di laurea non hanno sbocchi concreti. 

Si studia tanto, si impara poco di utile e quando si esce dall’università si scopre che le competenze richieste sono altre.

Nessun ponte con l’innovazione. 

In altre regioni e in Europa le università sono incubatori di startup, laboratori di ricerca applicata, motori di crescita. 

In Sardegna? 

Ancora troppa burocrazia e poca visione.

Nessun incentivo per attrarre studenti e ricercatori da fuori. 

Perché un giovane dovrebbe scegliere di studiare qui? 

Quali sono le eccellenze che proponiamo? 

Il sistema universitario sardo è chiuso in sé stesso, incapace di competere su scala globale.

Le aziende non investono nelle università. 

Dove sono le collaborazioni strategiche? 

Dove sono i laboratori misti pubblico-privati? 

Dove sono i corsi progettati con le imprese per formare i professionisti del futuro?

Basta con il vecchio modello. 

Se vogliamo che la Sardegna diventi un hub di innovazione e crescita, l’università deve trasformarsi radicalmente. 

Serve un campus diffuso, con spazi di coworking, fablab, acceleratori di startup. 

Non bastano più solo aule e biblioteche.

Ogni laurea dovrebbe prevedere stage obbligatori, mentorship aziendale e corsi progettati con le imprese per garantire un rapido ingresso nel mercato del lavoro.

Creare poli di specializzazione unici, in grado di attrarre studenti e docenti da tutta Europa.

Le università devono diventare fabbriche di innovazione, con laboratori che sviluppano nuove tecnologie in stretta collaborazione con il mondo produttivo.

Perché non pensare alla Sardegna come un hub per scienziati, innovatori, creativi? Serve una politica attiva per attrarre cervelli, non solo per formarli e lasciarli scappare.

O cambiamo radicalmente il modo in cui pensiamo all’istruzione superiore, o continueremo a formare generazioni di giovani costretti ad emigrare per avere un futuro. 

L’università deve essere il motore dello sviluppo della Sardegna, non un parcheggio per ritardare la disoccupazione. 

Il tempo per riformare il sistema è ora. 

Se non lo facciamo, perderemo un’altra generazione di talenti.

 

Nicola Pirina



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