Verità che contano (e parlano). Il Rapporto Migrantes 2024 a Cagliari e la sfida al pregiudizio
Sabato 17 maggio, presso la Curia arcivescovile di Cagliari, si è svolta la presentazione del XXXIII Rapporto immigrazione 2024 curato da Fondazione Migrantes e Caritas. L’iniziativa ha rappresentato un’occasione preziosa per riflettere al riparo da polemiche e semplificazioni sulla realtà dell’immigrazione in Italia, affidandosi a quel criterio sempre più raro nel dibattito pubblico che è la verità dei dati.
Principale relatore della mattinata è stato Simone Varisco, tra i principali autori del Rapporto. Con stile misurato e rigore argomentativo, Simone ha restituito al pubblico un quadro informato dei fenomeni migratori contemporanei, sfidando le narrazioni pregiudiziali che dominano il discorso mediatico. I numeri, lungi dall’essere aridi, parlano infatti con chiarezza, a partire da quelli macroscopici. Negli ultimi anni, il numero degli arrivi in Italia ha oscillato, con un picco raggiunto nel 2023 di poco meno di 160mila per via marittima. La maggior parte dei migranti proviene da Romania, Albania e Marocco, a prima confutazione della facile tesi della “invasione africana”. Tunisia, Egitto, ma anche Bangladesh, Costa d’Avorio, Guinea, Afghanistan ci restituiscono un quadro composito il cui dato essenziale è un tasso di migrazione netto positivo inferiore alle 300mila unità. Ciò che – nel momento in cui il tasso di natalità si conferma invece negativo – consente il mantenimento di una sostanziale stabilità rispetto al numero complessivo dei residenti sul territorio nazionale. E intanto coloro che si allontanano (e talvolta scappano) sono spesso i nostri giovani più brillanti, che non intravedono un futuro possibile a casa loro al di là di poche e sgrammaticate promesse. Altro dato spesso distorto nel racconto pubblico: i migranti di religione islamica rappresentano circa un terzo del totale, con buona pace della “invasione islamica” e delle invasioni tutte di cui il nostro paese sarebbe oggetto. E’ su altri popoli che incombono ben diverse invasioni, e su queste sarebbe bene si concentrassero gli alti sforzi della politica estera governativa.
Non sfugge – ci mancherebbe – il valore del tema-sicurezza. Anzi, tanto appare rilevante, anche nei suoi aspetti simbolici, che suscita ulteriore fastidio la sua riduzione a slogan pseudo-elettorale. In proposito il Rapporto evidenzia come la percentuale di stranieri presenti nelle carceri italiane si attesti intorno al 31%: un dato certo rilevante, sebbene in calo rispetto agli anni precedenti, le cui cause profonde sono in larga parte da ricercarsi nelle fragilità sociali, nella povertà, nelle difficoltà linguistiche che ostacolano una vita dignitosa e spesso anche l’accesso a difese legali adeguate. Tanto più quando la pena detentiva in carcere si configura come sola possibilità concreta, a differenza dei pregiudicati nostrani. E naturalmente la commistione tra questi ultimi e la potenziale manovalanza a basso costo reperibile tra i migranti costituisce una delle vere incrostazioni di delinquenza da recidere, specie nel momento – è stato rilevato – in cui la criminalità organizzata entra pesantemente in gioco.
Lontano dalla marginalità, nelle situazioni di stabilizzazione sociale – lavoro, famiglia, amicizie – si dimostra l’assenza di fenomeni strutturati di devianza. Al contrario. Un tratto distintivo del Rapporto 2024 è l’attenzione al ruolo attivo delle comunità straniere, non solo/non tanto come beneficiarie di accoglienza, ma come protagoniste dell’integrazione. In molte città italiane, sono proprio le comunità già radicate ad attivarsi per sostenere nuovi arrivi, offrendo supporto abitativo, orientamento e mediazione culturale. I nostri parenti emigrati ce lo ricordano per averlo sperimentato. E analogamente si rivela cruciale il contributo delle seconde generazioni, soprattutto in ambito educativo, linguistico ma altresì culturale e artistico, come nei casi – tanto frequenti da essere parte delle nostre giornate, ma non ci si bada – delle nuove forme musicali meticce, dei ristoranti affollati, dei campioni sportivi.
Il filo conduttore della giornata, più volte ripreso nei commenti del pubblico, è stato l’auspicio che questi dati escano dal recinto degli “addetti ai lavori” per diventare patrimonio comune, strumento per leggere la realtà con maggiore aderenza (e meno paura). In proposito serve un segnale chiaro, soprattutto allorché si tratta di promuovere figure chiave nei processi di inclusione, come il tutore legale per i minori stranieri non accompagnati. Questa figura, prevista dalla legge italiana, è incaricata di rappresentare il minore in tutti gli atti legali e amministrativi, garantendone il benessere, il diritto all’istruzione e alla protezione. Tuttavia, la carenza di tutori formati e il ritardo nella nomina restano un problema urgente in molte regioni, che solo la mobilitazione può contribuire a risolvere.
Ma un segnale è necessario anche sul piano della legalità internazionale: è tempo di affermare con decisione che il refoulement, ossia il respingimento collettivo di persone verso paesi in cui rischiano persecuzioni, torture o trattamenti inumani, è vietato dal diritto internazionale ed è in contrasto con i principi della Costituzione italiana. Lo stesso vale per il sostegno a pratiche di civiltà come lo ius scholae, proposta normativa che mira a riconoscere la cittadinanza italiana ai minori stranieri che abbiano frequentato per almeno cinque anni un ciclo scolastico in Italia. Un atto semplice, ma carico di significato, che riconosce come “italiano” chi è cresciuto nella scuola e nella cultura del paese, indipendentemente dal luogo di nascita.
Il Rapporto Migrantes 2024 non è dunque solo un compendio di dati, ha chiosato l’arcivescovo Giuseppe Baturi. Al contrario, è un atto politico e culturale, un invito a guardare alla realtà dell’immigrazione con occhi liberi da automatismi ideologici. Da Cagliari è partita una voce: la conoscenza è antidoto al pregiudizio, occorre tenerlo a mente.



