Cagliari, 25 ottobre 2024
Fraterna solidarietà ai Consiglieri regionali per il vile attacco antidemocratico subito oggi.
Il linguaggio di certa parte politica si è trasformato in un campo minato.
L’uso della parola, un tempo strumento di riflessione e confronto, è diventato una lama affilata che colpisce senza remore, abbattendo il dialogo stesso.
Ma non i presunti avversari, oramai classificati nemici. Public enemy.
Ci troviamo di fronte a una retorica vuota e violenta, fascista, che non solo polarizza, ma avvelena il tessuto civile, trascinando il dibattito pubblico in una spirale di rabbia e risentimento.
Dove la critica politica, legittima e necessaria in una democrazia, si trasforma in un manifesto di violenza verbale e di minacce, si schiudono tempi bui della nostra storia.
Dove è finito il rispetto per la complessità della politica?
Per il difficile equilibrio tra decisioni e la necessità di governare?
Invece di una discussione approfondita sui contenuti di un disegno di legge, ci troviamo di fronte a una furia che travolge tutto e tutti, senza distinzione.
Come se la politica fosse una partita giocata tra santi e peccatori, senza alcuna possibilità di compromesso o di dialogo.
Un linguaggio così aggressivo non solo disumanizza gli avversari, ma rende impossibile qualsiasi discussione costruttiva.
Questa rabbia, così mal diretta, alimenta un clima di violenza, trasformando ogni decisione politica in un presunto complotto orchestrato da poteri oscuri.
La complessità delle scelte politiche viene ridotta a un atto di tradimento e chiunque si trovi dall’altra parte del dibattito viene etichettato come un nemico del popolo, un burattino nelle mani di forze esterne.
Questo non è solo ingiusto, è profondamente pericoloso.
La storia ci insegna che la demonizzazione degli avversari politici porta solo al disfacimento del tessuto democratico.
La democrazia è il luogo del confronto, del compromesso, della discussione anche accesa, ma sempre nel rispetto reciproco. Quando si passa dai fatti alle invettive, dai dati alle accuse personali, si abbandona il campo della politica per entrare in quello della propaganda.
E la propaganda, quella che demonizza, che riduce gli altri a macchiette di se stessi, non ha mai condotto a una società migliore.
Anzi, ha sempre gettato le basi per il disastro.
E allora chiediamoci.
E’ questo il futuro che vogliamo?
Un futuro in cui il dibattito pubblico si riduce a un urlo costante, dove non esistono più differenze di opinioni, ma solo accuse, sospetti e insulti?
Un futuro in cui chiunque osi esprimere un pensiero diverso viene automaticamente etichettato come un nemico, un traditore? Uno che la deve pagare?
La Sardegna non ha bisogno di nuove divisioni.
Ha bisogno di visione, di coraggio, di una politica che sappia affrontare le sfide del futuro senza cadere preda di populismi e facilonerie.
Dobbiamo condannare con forza chi, invece di promuovere un dibattito onesto e costruttivo, preferisce gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.
Il linguaggio della politica non deve mai scivolare nell’odio, nella violenza, perché, una volta aperta quella porta, è difficile richiuderla.
Criticare è sano.
È giusto contestare quando non si è d’accordo, è sacrosanto pretendere trasparenza e onestà dai propri rappresentanti.
Ma la critica deve sempre basarsi su fatti, su argomenti solidi, non su insulti gratuiti e accuse infamanti. Né su minacce.
Quando un testo pubblico si trasforma in un atto di condanna senza appello, dove si usano parole come dispotico e tradimento per descrivere una scelta politica, ci si allontana dal terreno della critica costruttiva per entrare in quello del fanatismo.
C’è una grande responsabilità nell’uso delle parole.
Ogni volta che scriviamo, che parliamo, che esprimiamo la nostra opinione, contribuiamo a costruire il mondo in cui viviamo.
Le parole possono unire, possono ispirare, ma possono anche distruggere.
Oggi più che mai, in un mondo dove la comunicazione è immediata, globale, dobbiamo essere consapevoli del potere che abbiamo.
E dobbiamo usarlo con saggezza ed equilibrio.
Condanniamo dunque ogni linguaggio violento, la retorica del sospetto, dell’insulto e della minaccia.
Condanniamo chi, invece di cercare soluzioni, preferisce seminare zizzania.
Chiediamo un ritorno a una politica fatta di idee, di confronto, di rispetto reciproco.
Solo così potremo costruire un futuro migliore, per la Sardegna che consegneremo ai nostri figli.
A Maria Laura, Sebastian, Sandro, Luca e Michele la nostra massima e convinta solidarietà.
Nicola Pirina
Presidente Sardegna 2050



